Venezia 83, il cinema e lo spettacolo. Il bilancio della Mostra fin qui

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Dal ritorno feroce di Danny Boyle al duello tra John Malkovich e Sam Rockwell. Passando per Robert Pattinson, George Clooney e un red carpet ormai diventato un film a parte: cosa sta raccontando davvero la Mostra del Cinema di Venezia 2026.

Venezia ha sempre avuto un talento particolare: farci credere che il cinema cominci da un motoscafo. Basta una star in piedi a prua, gli occhiali scuri, i capelli disciplinati male dal vento e l’Excelsior sullo sfondo. Poi arrivano i fotografi, gli abiti, le ovazioni cronometrate al minuto. E quella curiosa folla di invitati di cui spesso si conosce perfettamente il numero di follower, un po’ meno il rapporto con il film in programma.

Ma dentro le sale della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica — in corso al Lido dal 2 al 12 settembre — il racconto è meno innocuo. I primi titoli in concorso parlano di stampa e manipolazione, imperialismo, guerra, salute mentale e giustizia trasformata in intrattenimento. Fuori, intanto, il red carpet continua a produrre immagini con la stessa efficienza di uno studio cinematografico. Forse persino con maggiore puntualità.

È ancora presto per dichiarare vincitori: il Leone d’Oro e gli altri premi saranno assegnati soltanto il 12 settembre dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Quello che si può fare, però, è leggere la Mostra vista fin qui. E il primo verdetto è già abbastanza chiaro: Venezia 83 non ha ancora trovato un capolavoro unanimemente riconosciuto, ma ha trovato il proprio tema. Il potere di chi guarda, di chi racconta e soprattutto di chi decide che cosa meriti di essere visto.

Ink: quando il giornalismo diventa un’arma

Ad aprire la competizione è stato Ink di Danny Boyle, adattamento della pièce teatrale di James Graham sulla trasformazione del Sun alla fine degli anni Sessanta, dopo l’acquisizione di Rupert Murdoch. Guy Pearce interpreta il magnate australiano; Jack O’Connell è Larry Lamb, il direttore chiamato a convertire un quotidiano in difficoltà in una macchina popolare, aggressiva e irresistibile.

Il film ha diviso la critica. È stato riconosciuto a O’Connell un magnetismo quasi demoniaco e al racconto un’energia febbrile; meno consenso ha raccolto la regia, accusata di sottolineare tutto, con l’insistenza di chi teme che lo spettatore possa distrarsi. Boyle filma la nascita del tabloid contemporaneo come una corsa rumorosa verso il precipizio. Il paradosso è interessante: per denunciare la stampa che trasforma ogni fatto in spettacolo, Ink finisce talvolta per usare la sua stessa grammatica.

Non è necessariamente un difetto involontario. È piuttosto il segno di un film che conosce bene la seduzione del mostro che racconta. La domanda non è soltanto come Murdoch abbia cambiato l’informazione, ma perché il pubblico abbia accettato così volentieri di esserne cambiato.

Vogue, Studio Canal

Wild Horse Nine: Malkovich, Rockwell e il fantasma dell’America

Il titolo che ha raccolto il consenso più solido nei primi giorni è Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Sullo sfondo del Cile del 1973 e dell’ombra lunga dell’intervento statunitense, John Malkovich e Sam Rockwell interpretano due uomini legati alla CIA, ai propri segreti e a una resa dei conti che è insieme politica e privata.

McDonagh torna nel territorio che gli appartiene: dialoghi affilati, umorismo nero, violenza e malinconia. Le reazioni non sono state unanimi (qualcuno ha visto il consueto equilibrio fra ferocia e sentimento, altri un sentimentalismo troppo accomodante) ma sul valore dei due protagonisti le distanze si accorciano. Malkovich, accolto da una lunga ovazione alla première, porta sullo schermo un uomo che sembra contenere il rimorso di un’intera nazione. Rockwell gli offre il contrappunto più mobile, ironico e doloroso.

Chiamarlo semplicemente “film da Oscar” sarebbe la scorciatoia più prevedibile. Eppure Venezia serve anche a questo: dare inizio a una stagione dei premi prima ancora che il pubblico abbia potuto formarsi un’opinione. Wild Horse Nine possiede certamente quella miscela di grande attore, storia americana e colpa collettiva che piace all’Academy. Fortunatamente, pare possedere anche qualcosa di più.

Vogue UK, Diego Araya Corvalán

La guerra non finisce quando tornano i soldati

Con Mr. Nelson, Did You Kill People?, Shinya Tsukamoto affronta la storia reale del veterano dei Marines Allen Nelson, segnato per tutta la vita da ciò che aveva compiuto in Vietnam e divenuto in seguito attivista contro la guerra. Il film completa idealmente il percorso antimilitarista del regista giapponese: non osserva soltanto la vittima, ma l’orrore di scoprire se stessi nella parte del carnefice.

Anche qui la ricezione è stata spaccata. Alcuni hanno lodato la potenza del trauma, la riflessione sulla colpa e la performance fisica di Rodney Hicks; altri hanno contestato dialoghi rigidi, un suono oppressivo e uno sguardo incapace di trovare la giusta distanza dal proprio soggetto. È forse il film più scomodo visto finora, non perché offra risposte, ma perché incrina una divisione rassicurante: quella tra chi subisce la storia e chi la commette.

Cinecittà News

La guerra attraversa del resto l’intero programma. La selezione ufficiale conta 21 film in concorso e comprende opere dedicate, direttamente o indirettamente, a Gaza, all’Ucraina, alle derive autoritarie e alle cicatrici dell’intervento occidentale. A rendere il quadro ancora più controverso c’è un dato impossibile da ignorare: tra i titoli in gara, soltanto Woman Unknown di May el-Toukhy è diretto esclusivamente da una donna. Per una Mostra che ama rappresentarsi come specchio del presente, è uno specchio con una porzione considerevole dell’immagine lasciata fuori campo.

Film i Vast

Bucking Fastard di Werner Herzog

Prima ancora della guerra, però, Venezia aveva accolto Orlando Bloom con Bucking Fastard di Werner Herzog. Nel film, liberamente ispirato alla vicenda delle gemelle britanniche Freda e Greta Chaplin, Bloom è l’uomo amato dalle due sorelle inseparabili interpretate da Rooney e Kate Mara: una presenza contesa dentro una storia che mescola simbiosi, desiderio e ostinazione. La critica è stata severa con il film, giudicato da alcuni troppo eccentrico per commuovere e non abbastanza radicale per sorprendere; Bloom, al contrario, gli offre una concretezza necessaria. Dopo anni in cui il cinema lo ha spesso utilizzato soprattutto come figura romantica o eroica, Herzog lo colloca al centro di un universo storto, dove essere l’uomo desiderato non equivale affatto a possedere il controllo. Ed è probabilmente questo il dettaglio più interessante.

Rolling Stone

15/18 e il diritto di non diventare un caso clinico

Tra le sorprese più apprezzate c’è 15/18 (A Place to Heal) di Cédric Kahn, ambientato in un reparto psichiatrico pubblico per adolescenti. Kahn sceglie una forma quasi documentaria e affida il film a un ensemble di giovani interpreti, molti dei quali esordienti. Il risultato, secondo le recensioni più convincenti, evita la trappola abituale di questo cinema: ridurre i ragazzi alla propria diagnosi.

Qui l’istituzione non è né paradiso né inferno. È un luogo affollato, fragile, insufficiente, nel quale pazienti e operatori cercano di restare persone prima di diventare categorie. Alcuni passaggi indulgono nel registro teatrale, ma l’empatia non si trasforma in pietismo. In una Mostra dominata da grandi nomi e grandi apparati, è un film sui corpi vulnerabili a ricordare che la misura del cinema non coincide sempre con il volume della sua promozione.

LongTake

Robert Pattinson e la giustizia ridotta a format

Con Primetime, esordio nella finzione del documentarista Lance Oppenheim, Venezia torna al rapporto fra verità e spettacolo. Robert Pattinson interpreta un conduttore ispirato a Chris Hansen e a To Catch a Predator, il programma statunitense che trasformava operazioni contro presunti predatori sessuali in televisione da prima serata. Pattinson, anche produttore, costruisce un personaggio levigato, inquietante, perfettamente consapevole della telecamera.

Il film non vuole essere un biopic autorizzato (Hansen non è stato coinvolto e ne ha contestato pubblicamente l’attendibilità) ma una satira del momento in cui il giornalismo smette di limitarsi a raccontare la giustizia e comincia a metterla in scena. La critica ha premiato soprattutto l’interpretazione di Pattinson e l’atmosfera sordida e magnetica; più dubbi ha suscitato la profondità dell’analisi, giudicata da alcuni efficace ma ancora superficiale.

È comunque uno dei film più coerenti con questa edizione. Dopo la stampa-popolo di Ink, ecco la giustizia-format di Primetime: due storie diverse, la stessa tentazione. Se qualcosa può essere mostrato, umiliato e monetizzato, prima o poi qualcuno lo farà. E il pubblico, naturalmente, guarderà.

IMDb

Le star: il vecchio divismo resiste, ma deve lavorare di più

La Mostra ha consegnato il Leone d’Oro alla carriera a George Clooney, arrivato con Amal Clooney in una delle immagini più impeccabilmente veneziane dell’edizione: motoscafo, vento e glamour coniugale. Lo stesso riconoscimento è stato attribuito a Ellen Burstyn, 93 anni, presenza ben più silenziosa ma cinematograficamente monumentale. È una distanza interessante: Clooney incarna l’ultima forma riconoscibile della star globale; Burstyn ricorda che una carriera non è soltanto una sequenza di apparizioni, ma il tempo depositato sui personaggi.

GQ Magazine

Sono passati al Lido Rooney e Kate Mara per Bucking Fastard di Werner Herzog, John Malkovich, Sam Rockwell, Parker Posey, Robert Pattinson e Suki Waterhouse, Phoebe Bridgers al debutto come attrice, oltre a Noel e Liam Gallagher per il documentario sulla reunion degli Oasis. Eppure la potenza complessiva di Hollywood appare inferiore a quella di altre edizioni: secondo Reuters, l’aumento dei costi e l’incertezza dell’industria hanno frenato la presenza degli studios. Il divismo non è morto. Ha soltanto iniziato a controllare il budget.

E naturalmente Orlando Bloom, arrivato insieme a Herzog, alle sorelle Mara e a Domhnall Gleeson per presentare Bucking Fastard. Una presenza che appartiene ancora al divismo tradizionale (quello in cui basta scendere da un motoscafo perché il Lido se ne accorga) ma legata questa volta a un progetto abbastanza bizzarro da sottrarlo, almeno per una sera, alla sola funzione di bello ufficiale del cinema.

I look migliori: meno principesse, più personaggi

Sul red carpet, il look più riuscito finora è forse quello di Maggie Gyllenhaal. Da presidente di giuria ha scelto un guardaroba che non chiede attenzione con il volume, ma la ottiene con l’autorità: tailoring The Row all’arrivo e un abito nero Celine accompagnato da slingback basse per l’apertura. Rinunciare ai tacchi su un tappeto che continua a considerarli una tassa non scritta sull’eleganza femminile è un gesto piccolo, dunque quasi rivoluzionario.

Amal Clooney ha interpretato invece il glamour nella sua forma più classica con un abito nero custom Tom Ford disegnato da Haider Ackermann e gioielli Cartier. Linea asciutta, drappeggio preciso, capelli da diva: nulla di nuovo, tutto eseguito alla perfezione. A Venezia l’Old Hollywood funziona ancora, purché chi lo indossa non sembri travestita da ricordo.

Foto: Vogue

Phoebe Bridgers in McQueen ha scelto la trasparenza, il ricamo e una vena gotica che le appartiene più di qualsiasi abito da sirena regolamentare. Suki Waterhouse in Saint Laurent, accanto a Pattinson in Dior, ha portato sul tappeto una femminilità meno rigida, mentre Sydney Sweeney ha recuperato un Giorgio Armani dell’autunno 2000: un archivio che non sembrava utilizzato per esibire competenza vintage, ma per costruire davvero un’immagine.

I migliori look uomo

Tra gli uomini, Nicholas Galitzine in Emporio Armani ha eliminato la giacca e affidato la formalità a una camicia con pettorina fermata da una spilla e a pantaloni ampi. Robert Pattinson in Dior ha confermato che il menswear da red carpet diventa interessante appena smette di comportarsi come una divisa. Non tutti gli esperimenti, naturalmente, hanno funzionato: l’oversize satinato di J Balvin in Emporio Armani è stato letto da parte della stampa come troppo vicino al pigiama. Il confine tra rilassato e appena sveglio resta sottile, anche al Lido.

Orlando Bloom ha scelto invece Zegna per la première di Bucking Fastard, coordinandosi senza eccessi con Domhnall Gleeson. Un’eleganza maschile pulita, controllata, priva di trovate costruite per diventare virali: quasi una forma di resistenza, in un red carpet dove ormai anche una giacca sembra obbligata ad avere una strategia social. Bloom non ha reinventato il tuxedo. Gli è bastato ricordare come si indossa.

Chi viene invitato sul red carpet, e perché ormai riguarda il cinema solo in parte

La domanda torna ogni anno: che cosa ci fanno modelle, influencer, creator, imprenditori e celebrità senza un film sul tappeto rosso di una première? La risposta è meno scandalosa di quanto sembri e più commerciale di quanto si ami ammettere.

Il red carpet ufficiale è innanzitutto lo spazio riservato alle delegazioni dei film e agli ospiti accreditati o invitati. Ma attorno alla Mostra opera un ecosistema di sponsor, maison, beauty brand, gioiellerie, broadcaster, partner e società di pubbliche relazioni. Sono questi soggetti a vestire e spesso a ospitare ambassador e talent, trasformando ogni première in una piattaforma internazionale di visibilità. Non significa che chiunque possa semplicemente acquistare un biglietto e passeggiare davanti ai fotografi: il biglietto consente l’ingresso alla proiezione prevista, mentre accredito, invito e accesso al tappeto sono livelli diversi. Il pubblico può assistere agli arrivi dalle aree esterne e seguirli sui canali della Biennale senza biglietto o accredito.

Esistono inoltre eventi collaterali, premi indipendenti, feste private e red carpet non equivalenti alla selezione ufficiale. È qui che la comunicazione diventa volutamente nebbiosa: una fotografia scattata “durante il Festival di Venezia” può suggerire un’investitura della Mostra che la Mostra non ha mai dato. Essere a Venezia, essere invitati a una première e far parte del film sono tre cose differenti. Sui social, naturalmente, tendono a diventare la stessa.

Il problema non è la presenza degli influencer in sé. Il cinema è sempre stato industria, moda, denaro e costruzione del desiderio. Il problema nasce quando l’apparato promozionale diventa più leggibile dell’opera: sappiamo chi ha vestito l’ospite, chi gli ha prestato i gioielli e da quale motoscafo è sceso, ma non ricordiamo quale film fosse proiettato. A quel punto il tappeto non conduce più alla sala. È diventato la destinazione.

Il film più importante di Venezia è ancora Venezia

Mancano ancora diversi titoli centrali, tra cui Possible Love di Lee Chang-dong, Look Back di Hirokazu Kore-eda, Bunkerdi Florian Zeller con Penélope Cruz e Javier Bardem e NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor. Mancano soprattutto i premi. Qualsiasi classifica definitiva, oggi, sarebbe dunque giornalisticamente elegante quanto recensire un film durante l’intervallo.

Ma Venezia 83 ha già mostrato la propria ossessione: chi controlla il racconto controlla anche la realtà. Murdoch in Ink, la CIA di Wild Horse Nine, la televisione di Primetime, la guerra di Tsukamoto, persino le maison e gli invitati sul red carpet parlano in fondo della stessa cosa. Della lotta per conquistare lo sguardo.

Al Lido il cinema è ancora al centro. Solo che, per riuscire a vederlo, bisogna attraversare molte immagini.