Lee Wood e la nuova era di Bikkembergs 

da | FASHION

Eredità, sneakers iconiche e nuove generazioni divise tra moda uomo, fotografia e cultura del brand.

Ci sono uomini che entrano in una stanza con il rumore dei titoli. E poi ci sono uomini che vi entrano con il silenzio delle idee.
Lee Wood appartiene alla seconda specie. Lo incontro nella sede di Bikkembergs a Milano, in una sala riunioni che odora di tessuti e caffè appena versato. Fuori, la città corre con la sua eleganza un po’ distratta; dentro, si parla di disciplina, di eredità, di futuro. Lee non è un uomo che alza la voce. La modella, semmai, nella testa.

Ha lo sguardo di chi ha attraversato più stagioni di quante ne dichiari il calendario. Inglese, formazione londinese, una lunga militanza nella moda italiana, un passaggio fondamentale da Versace negli anni della ricostruzione post-Gianni, sotto l’ala vigile e magnetica di Donatella Versace. «Sono arrivato in Italia bimbo, ne sono uscito uomo», dice senza retorica. E lo si crede.

Oggi il suo ruolo è cambiato. Non è più il ragazzo con le mani sporche di grafite e forbici. È l’uomo che guarda dall’alto, che coordina, che tiene insieme. «Non disegno più tutti i giorni», ammette. E c’è in quella frase una nostalgia composta, quasi britannica. Ma non è un rimpianto. È un’evoluzione. Il designer che diventa direttore creativo impara a disegnare con Excel, con i dati, con le riunioni. Il foglio bianco si è trasformato in una mappa.

Il pragmatismo come forma di poesia

Lee Wood nasce nella moda donna. Volumi, proporzioni, slanci. Eppure oggi governa un marchio che ha fatto del maschile atletico, della tensione muscolare, il proprio alfabeto. Un paradosso? Forse. O forse no.

«L’uomo», osserva, «osa meno». È una constatazione, non un giudizio. Cammina per strada, fotografa mentalmente le persone nei ristoranti, negli aeroporti, nei corridoi degli hotel. L’80%, dice, è commerciale. Funzionale. Prudente. La donna, invece, si permette il rischio.

Ma Lee non disprezza il commerciale. Lo difende. «Se è commerciale, paga gli stipendi». È un’affermazione che potrebbe far sobbalzare i puristi dell’estro, e invece suona come un atto di responsabilità. Dentro un maglione, ricorda, lavorano centinaia di persone. La moda è industria. È filiera. È dignità del lavoro.

La sua ossessione è la coerenza: la tuta per la palestra, l’abito per il matrimonio, il cappotto da ufficio devono parlarsi. Non possono essere isole. «Non posso fare un maglione a tre maniche solo perché è curioso». La creatività, per lui, non è anarchia. È struttura.

Il direttore creativo e il ruolo da recitare

C’è un punto che mi colpisce, e lo colpisce a sua volta: l’idea che un direttore creativo debba “essere” il marchio, viverlo come una seconda pelle. Lee Wood distingue. Se il marchio porta il tuo nome, devi incarnarlo. Se lavori per una Maison, sei un autore che interpreta un ruolo. Non ti annulli, ma ti metti al servizio. È un concetto quasi teatrale. E forse la moda lo è sempre stata.

Curiosamente, non ama indossare ciò che disegna. «Mi sento travestito», confessa. Non è snobismo, non è distacco. È una strana forma di pudore creativo. Può usare una sedia che ha progettato, ma un cappotto no: quello è nato per gli altri. Lui preferisce una divisa neutra, sobria, quasi invisibile. Come molti designer, del resto. Il colore lo lascia sul tavolo da lavoro.

Poi c’è un altro Lee. Quello che prende una macchina fotografica quasi per gioco. Nasce così il progetto indipendente Eros Lake, condiviso con un amico fotografo: uno spazio libero, senza loghi imposti, senza tagli redazionali che mortificano l’immagine.

Bikkembergs: eredità e rilancio

Quando è arrivato da Bikkembergs, la storia del marchio la conosceva già. La venerava quasi. I primi pezzi importanti comprati da giovane? Proprio del brand. Non è stato un incontro casuale. «Volevo solo quello», ammette.

Oggi il lavoro è duplice: custodire l’heritage e parlare alla Generazione Z. Rilanciare la sneaker-sock iconica dei primi Duemila, rafforzare la rete vendita, pensare (con prudenza) a un monobrand milanese. Ma senza passi falsi. «Non è la sfilata che fa il successo», ricorda. La visibilità è importante, ma non è tutto.

Il Nord Europa, dice, ha una sensibilità vintage più sviluppata. In Italia si sta arrivando ora. I giovani scoprono l’archivio attraverso il second hand, taggano il brand sui social, riattivano un dialogo. È una forma di archeologia contemporanea.

Lee non vuole “targetizzare”. Vuole aprire. Creare comunità. Abbassare l’età media senza tradire chi c’è da anni. Non è una rivoluzione urlata. È un riallineamento.

L’uomo che si alza con gioia

C’è una frase che resta, mentre lasciamo la sala riunioni e Milano riprende il suo brusio elegante. «Mi alzo la mattina con la gioia di alzarmi». Non è da vedere come entusiasmo adolescenziale. È consapevolezza adulta.

Lee Wood non disegna più ogni giorno. Ma continua a costruire. Connessioni, coerenze, visioni. Ha trasformato la matita in strategia, il bozzetto in direzione, l’istinto in metodo. E forse è questa la vera maturità di un creativo: capire che l’arte non è solo nel gesto, ma nella responsabilità.

From an interview of Francesca Soba e Martina Dios

Photocredits: Bikkembergs press kit