Un continuo divenire, una metamorfosi incessante che attraversa ogni aspetto dell’esistenza: ecco perché la filosofia del panta rei è il nuovo motto del sistema moda contemporaneo
Milano ha ormai calato il sipario sulle sue passerelle: dopo una settimana di sfilate, presentazioni, e folli corse nel caos della città, il capoluogo della moda italiana può finalmente riposare. Per un po’, almeno. Nonostante la Milano Fashion Week per le collezioni Autunno Inverno 2026 abbia saputo far parlare di sé – si pensi al glorioso debutto di Meryl Rogge per Marni, alle incertezze rispetto quello di Maria Grazia Chiuri per Fendi, o alle polemiche sulla gucciness in stile Demna – , vi è un brusio di fondo difficile da ignorare, anche a passerelle concluse. Insoddisfatto e rimasto a bocca asciutta, è un sibilo sottile, che richiede attenzione. E risposte. Forse, spiegazioni. Per cosa? Per il grande assente del calendario FW 2026, naturalmente: Versace.
Dopo le vicissitudini che lo hanno visto amaro protagonista, Versace ha tirato il freno. Comprensibilmente. Dalle voci sull’acquisizione da parte del gruppo Prada all’ultimo saluto di Donatella, dall’arrivo di Dario Vitale alla concreta incorporazione da parte della holding della Signora della moda, fino all’improvvisa e brusca uscita di scena del neo-direttore creativo dopo appena una stagione (una collezione presentata e una sola campagna lanciata). Dire che il marchio è stato travolto da una sequenza serrata di passaggi e ribaltamenti, è dire poco. Ovvio quindi che la soluzione, in casi come questi, sia fermarsi un attimo. Mettere in pausa per cominciare di nuovo, prendere la rincorsa per ripartire con il giusto stacco – insieme a Pieter Mulier. Ma siamo sicuri che la moda lo permetta?

Non è possibile entrare due volte nello stesso sistema moda
Panta rei è una delle espressioni più celebri tramandateci dalla cultura antica. Frutto del pensiero di Eraclito di Efeso, è la frase simbolo per descrivere il continuo divenire e il trasformarsi di tutte le cose. Nella visione di Eraclito, nulla resta mai identico: la legge universale è il divenire, il cambiamento perpetuo. L’impossibilità della staticità dell’essere viene illustrata dal filosofo tramite la metafora del fiume. In alcuni suoi frammenti, egli afferma: “Non si può discendere due volte nello stesso fiume”. L’immagine del fiume che fluisce senza mai cessare di essere sé stesso, pur mutando in ogni istante, sembra restituire una fedele istantanea del sistema moda contemporaneo.
Eraclito sosteneva che fosse impossibile entrare due volte nelle stesse acque: immergere la mano nello stesso fiume, in due momenti diversi, significa toccare acque diverse. Allo stesso modo, se oggi provassimo ad immergere metaforicamente la mano nel sistema moda, nella speranza di ripetere il gesto domani e ritrovarci bagnati dallo stesso fluire, scopriremmo che è impossibile.

La moda è mutamento per definizione. Nasce per autodistruggersi e reinventarsi a distanza di qualche mese. È avvolta da una frenesia difficile da catturare. Convulsa e immune alla stanchezza, la moda corre, cambia, torna, scappa. Questo fuoco di rinnovamento è condanna e forza motrice allo stesso tempo. E mentre il sistema moda – il contenitore, il fiume eracliteo – resta lo stesso, ciò che scorre al suo interno si trasforma senza sosta.
L’epidemia del direttore creativo itinerante
Il valzer dei direttori creativi è ormai diventato un meme. Oggi, sorprende quasi più la permanenza di un designer alla guida di un brand piuttosto che il suo scambio di poltrona con un collega. Tanto che recentemente Ferragamo ha dovuto rilasciare un comunicato stampa in difesa del suo direttore creativo, Maximilian Davis, finito al centro di speculazioni su un imminente addio al marchio. Dall’alto del loro dorato Olimpo, è paradossale che le grandi Maison si trovino ad avere il compito di smentire voci indiscrete. Eppure, in un panorama a così alto rischio di terremoti, è diventata una necessità.
I precedenti, infatti, non mancano. Vi sono stati infiniti cambi di direzione, in ogni angolo dell’industria. Solo alcuni di questi, tuttavia, vincono la medaglia per senso di assurdità e folle rapidità, direzioni creative destinate a passare alla storia come le più brevi in assoluto. L’ultima, e forse la più eclatante, è quella di Dario Vitale per Versace. Una sola collezione, una sola campagna, un solo verdetto: no. Secco e fulmineo. Prima di lui, la visione di Sabato de Sarno da Gucci, che a suon di “Ancora”, si è trasformata presto in un mai più. Non dimentichiamo Ludovic De Saint Sernin alla guida di Ann Demeulemeester, forse il primo vero caso di un’epidemia ormai avviata.



Se l’inarrestabilità è il motore della moda, il denaro ne resta l’obiettivo ultimo. E quando un debutto non conquista al primo colpo, si gira la ruota e si tenta di nuovo. La vera riflessione è un’altra: quando concederemo del tempo? Affinché una nuova via creativa possa sedimentare, senza venir strappata via e sostituita nel giro di una stagione.
Quando un brand cambia direttore creativo, cambia linguaggio estetico. E spesso cambia anche interlocutore. Un fidato cliente di Versace, abituato al simbolo della Medusa e a sfarzosi inserti in oro, è naturale si senta spaesato di fronte al color blocking dal respiro retrò firmato Vitale. Così come, chi amava il Gucci di Alessandro Michele, non si è mostrato incline al minimalismo in stile De Sarno. Non c’è nulla di strano. Ma serve tempo. A chi guarda per riabituarsi, e/o al brand per intercettare la sua nuova fetta di mercato. Senza tempo, si resta incollati al solito segmento di target, troppo confuso ed instabile per potersi fidare davvero. E la credibilità del brand non può essere negoziabile.

I punti di rottura, a volte, sono ciò di cui si ha bisogno
Nel 1947 Christian Dior presentò il New Look: in prima battuta, fu considerato uno spreco di materiale. La collezione “Libération” di Yves Saint Laurent del 1971 fu presa di mira dalla stampa francese, descritta come squallida e offensiva. Potremmo passare ore ad elencare esempi di collezioni controverse, sottovalutate, fraintese. Così come, potremmo passare ore ad elencare ciò che queste stesse collezioni ci hanno insegnato. E di tutto ciò di loro che la moda, ancora oggi, celebra e riprende. Sistema moda, anche se sei lo specchio di una società incapace di fermarsi, sai andare controcorrente. Facciamo che d’ora in poi la parola chiave sia una sola: tempo.
Foto: Vogue, Pinterest


