Chi desidera abbandonare il posto in cui vive è infelice

da | CULTURE

Charles Baudelaire si descriveva come una pentola d’acqua in ebollizione, tenuta a bada da un coperchio troppo stretto: l’anima che preme, la vita che soffoca. È da lì che nasce il bisogno di andarsene quando restare significa morire

Quando casa smette di respirarti

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C’è un giorno in cui ti svegli e non respiri più. Non è ansia, non è dolore. È come se l’aria che hai sempre chiamato casa ti passasse attraverso senza toccarti. O forse sei tu che hai cambiato pelle, voce, battito, e nessuno, intorno, se ne accorge. Continui a esistere, ma non appartieni. E quella che chiamavi casa diventa improvvisamente stretta, stanca, muta. Una stanza troppo piccola, con le finestre sigillate e l’ossigeno razionato.  

L’anatomia dell’asfissia

Ti guardano come sempre, ma tu, da dentro, sei altrove. Sei un corpo abitato da un’assenza. E ti senti piccolo in un posto che ti sa a memoria. Troppo noto, troppo uguale. Troppo morto. Non è rabbia, non è fuga. È una fame che non sa saziarsi, che divora piano, una pressione che ti schiaccia da dentro, come una pentola sul fuoco troppo a lungo. Trattieni tutto, finché non cominci a bollire in silenzio. E se non esplodi, implodi. Sorridi mentre marcisci dentro.

Il coraggio di disertare se stessi

Vuoi scappare, vuoi solo trovarti in un luogo dove il tuo nome non suoni come una condanna. Dove non ti definisca più chi eri, ma chi osi diventare. Andarsene, a volte, è come strapparsi la pelle di dosso. Non per rinnegarla, ma per sentire di nuovo cosa vuol dire essere vivi.

Manuale di fuga da una casa storta

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Allora parti. Perché restare sarebbe stato un lento, elegantissimo suicidio. Te ne vai con la valigia piena di voci che ti mancheranno e di silenzi che ti hanno fatto male. Con le mani tremanti e il cuore gonfio di tutto ciò che non riesci a dire. Porti via tutto: l’amore di tua madre, il suono delle chiavi nella toppa, il profumo di quel dolce appena sfornato che sa d’infanzia. Senti che stai facendo la cosa giusta, anche se tutto ti urla che non hai il diritto.  

Benvenuto a casa, straniero

E quando torni, perché si torna sempre, non sei più lo stesso. Ma loro sì. Stanno ancora lì, seduti nella stessa cucina, con lo stesso sguardo, lo stesso veleno gentile nelle parole. “Sei cambiato”, ti dicono. Come fosse un’accusa. Come se crescere fosse un crimine, e restare immobili un merito.  

Casa è dove non puoi più restare

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E allora capisci. Capisci perché sei andato via. Perché certe case non sono nidi, ma tombe ben arredate. Perché non si può fiorire in un vaso che ti taglia le radici. Alcuni legami, a forza di stringerti, ti soffocano. E non è colpa loro. Né tua.  

Chi resta muore piano

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Quindi sì, a volte bisogna andarsene. Per non morire dove ti aspettano. Per non ridursi a una bella copia sbiadita di ciò che eri, per non finire sepolti vivi dentro l’idea che gli altri hanno di te.

Foto: Pinterest