Ecco perché a natale ci sentiamo un po’ tutti Ebenezer Scoorge
C’è una nebbia che non si dirada mai tra le pagine di A Christmas Carol, una coltre giallastra e spessa che sembra penetrare fin dentro le ossa, molto più insidiosa del clima londinese del 1843. È una nebbia morale, un isolamento sensoriale che Charles Dickens descrive con una precisione quasi chirurgica, presentandoci non tanto un uomo, quanto una diagnosi clinica. Quando incontriamo per la prima volta il personaggio Ebenezer Scrooge, l’autore non si limita a dirci che è avaro. Ci dice che «il freddo che aveva dentro gli gelava il vecchio viso, gli intirizziva il naso appuntito, gli accrespava le guance, gli irrigidiva il passo». È un passaggio fondamentale: Scrooge non subisce l’inverno, lo incarna. Vive in una perenne glaciazione emotiva che ha scelto deliberatamente come scudo contro il mondo.
Per decenni abbiamo commesso l’errore di archiviare questo personaggio come una macchietta, il “villain” da fischiare prima del lieto fine. Ma riprendere in mano il testo oggi, con la consapevolezza delle nevrosi del XXI secolo, restituisce un’immagine ben più inquietante e tragicamente familiare. Scrooge non è un cattivo da fiaba gotica; è il paziente zero della modernità, l’archetipo di un individuo che ha sacrificato l’umanità sull’altare dell’efficienza.


Se ci addentriamo nella psicologia del personaggio, aiutati dalle lenti della psicanalisi moderna, scopriamo che la sua aridità non è un vizio capitale fine a se stesso. Ma una difesa. Scrooge è, prima di tutto, un sopravvissuto. Attraverso il viaggio con lo Spirito del Natale Passato, Dickens ci mostra un bambino dimenticato in una scuola vuota. Abbandonato dal padre durante le feste, solo con i suoi libri. Donald Winnicott parlerebbe qui della costruzione di un “Falso Sé”.
Una corazza rigida e impenetrabile eretta per proteggere un nucleo infantile ferito e vulnerabile. Scrooge ha imparato nel modo più duro che le relazioni umane sono inaffidabili, dolorose e transitorie, mentre il denaro è fedele. Il conto in banca non ti abbandona, l’oro non ti tradisce. La sua avidità è il tentativo disperato di accumulare non ricchezza. Ma sicurezza, costruendo un muro così alto che niente – né il dolore, ma nemmeno la vita – possa più toccarlo.
È proprio qui che il racconto del 1843 smette di essere un classico polveroso e diventa una critica feroce al nostro presente. Se togliamo a Scrooge la tuba vittoriana e la redingote logora, cosa rimane? Rimane l’individuo contemporaneo ossessionato dalla performance. Rimane l’uomo che misura il valore dell’esistenza esclusivamente attraverso la produttività, colui che risponde alle email di lavoro alla vigilia di Natale non per dovere, ma perché l’ozio lo terrorizza.




Scrooge anticipa con spaventosa lucidità quella che il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han ha definito la “Società della stanchezza”. Come il soggetto moderno che auto-sfrutta se stesso credendo di realizzarsi. Scrooge odia il Natale perché è un’interruzione improduttiva del flusso economico. La sua celebre frase «Ogni idiota che se ne va attorno con codesto “buon Natale” in bocca, dovrebbe essere bollito nel suo stesso pudding» non è solo livore. È il rifiuto calvinista e iper-capitalista della gratuità. Per Scrooge, come per troppi manager o hustler di oggi, il tempo che non produce profitto è tempo morto. E le relazioni che non portano vantaggio sono, per usare le sue parole, un “cattivo affare”.
Questa visione utilitaristica si spinge fino alle estreme conseguenze nelle relazioni umane, trasformandole in merce di scambio o, peggio, in ostacoli. Zygmunt Bauman, teorizzando la modernità liquida, ci ha messo in guardia sulla fragilità dei legami in un mondo consumistico, e Scrooge ne è l’esempio ante-litteram. Ha allontanato l’amore della sua vita, Belle, perché lei non portava dote. Ha ridotto il suo impiegato Bob Cratchit a un ingranaggio da sfruttare al minimo costo possibile. La sua agghiacciante risposta a chi chiedeva offerte per i poveri – «Se preferiscono morire, facciano pure, così diminuiscono la popolazione in eccesso» – risuona oggi con una violenza inaudita. In un’epoca dominata dai Big Data e dalle statistiche, dove spesso le tragedie umane vengono ridotte a numeri e curve grafiche. Il cinismo di Scrooge è lo stesso di chi guarda il mondo attraverso un foglio di calcolo, incapace di vedere il volto dietro la cifra.
Ecco perché l’intervento dei tre Spiriti assume i contorni di una vera e propria terapia d’urto, necessaria per rompere l’anestesia emotiva. Dickens non usa la magia per “buonismo”, ma per costringere il protagonista a fare l’unica cosa che la nostra società evita con cura: fermarsi e guardare. Lo Spirito del Natale Presente non gli mostra tesori. Ma la famiglia Cratchit che, pur nella miseria e con la malattia del piccolo Tim che incombe, possiede una vitalità e un calore che Scrooge ha barattato per la solitudine. Ma è lo Spirito del Futuro, muto e terrificante, a sferrare il colpo di grazia mostrandogli l’oblio. La morte di Scrooge nel futuro non suscita dolore, ma indifferenza o addirittura sollievo tra i colleghi di borsa. È il terrore supremo dell’uomo narcisista moderno: scoprire di essere stato irrilevante sul piano umano.
La grandezza letteraria di Canto di Natale, e il motivo per cui continua a parlarci, risiede però nella sua reversibilità. La redenzione di Scrooge non è un atto religioso, ma una riappropriazione sensoriale. Il cambiamento avviene nel corpo prima che nello spirito. Quando si sveglia la mattina di Natale, il gelo descritto nell’incipit è sparito. «Sono leggero come una piuma, felice come un angelo, allegro come uno scolaro», esclama. Torna a ridere, e Dickens annota che «per un uomo che non rideva da tanti anni, fu una risata splendida».
Questo disgelo è la vera rivoluzione. La lezione che Scrooge ci consegna nel 2025 non riguarda la beneficenza, ma la capacità di tornare a sentire. Di abbattere la corazza del “Falso Sé” e accettare la vulnerabilità come parte integrante dell’esperienza umana. In un mondo che ci spinge a essere performanti, distaccati e invulnerabili, la scelta di Scrooge di scendere in strada, di comprare il tacchino più grande per qualcuno che non può ricambiare, e di diventare un “secondo padre” per il piccolo Tim, è un atto di ribellione radicale. Ci ricorda che l’aridità non è un destino ineluttabile, ma una scelta che possiamo revocare. Possiamo scegliere di smettere di essere monadi isolate ossessionate dal profitto e tornare a essere parte di una comunità.
Chiudendo il libro, resta la sensazione che Dickens non abbia scritto solo una favola per il 25 dicembre, ma un manuale di sopravvivenza emotiva. Il vero successo, sembra dirci tra le righe, non sta nel non aver bisogno di nessuno. Ma nel coraggio di dipendere dagli altri e di lasciare che gli altri dipendano da noi. E forse, l’augurio più sovversivo che possiamo farci non è quello di trovare regali sotto l’albero. Ma di riuscire a dire, con la stessa ritrovata leggerezza di Ebenezer, che sappiamo come festeggiare la vita, «se mai uomo vivo possedette questa nozione».
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