C’è qualcosa di profondamente umano nel fissarsi con le scarpe. Non semplici calzature: piccole architetture personali che ci separano dal mondo, o ci fanno inciampare in esso.
Prima ancora che diventassero ossessioni da vetrina, le scarpe avevano un ruolo molto più semplice: evitare che ci facessimo male. Punto. Eppure oggi, se scorriamo Instagram o guardiamo una qualsiasi passerella, la domanda torna prepotente: com’è possibile che gli oggetti pensati per proteggerci siano diventati tra le cose meno pratiche che possediamo?
Ma partiamo dall’inizio.
Cenerentola e il ballo di mezzanotte
La prima scarpa davvero “impossibile” che molti di noi hanno incontrato? Quella di Cenerentola. E non importa quanti anni hai: l’idea di portare ai piedi un paio di scarpe di vetro fa ancora strabuzzare gli occhi. Fragili, scomode, rigidissime, eppure fondamentali alla trama.

Quelle scarpette, però, non erano solo un vezzo estetico: erano un simbolo. Piccole, delicate, aristocratiche. Se la protagonista avesse avuto un 41, probabilmente la storia avrebbe preso una piega molto meno romantica.
Quando la scarpa diventa un messaggio
Che ci piaccia o no, ciò che indossiamo ai piedi dice molto più di quanto vorremmo ammettere.
Indigeni del Nord America realizzavano mocassini ornati da settimane di lavoro: il tempo impiegato era esso stesso un segno d’affetto e ricchezza. Molti di questi oggetti, oggi esposti in musei occidentali, ricordano una storia tanto splendida quanto dolorosa.
Nel Seicento, Luigi XIV regolamentava l’uso del tacco rosso, riservandolo a chi faceva parte della cerchia più alta della nobiltà. Il progenitore delle Louboutin, praticamente.

Dall’India all’Europa del Settecento, le calzature reali erano piccoli monumenti di seta, argento, oro. Scarpe bellissime, inutilizzabili: perfette per dire “ho abbastanza servitori da non dover camminare”.
La storia cammina sempre su zeppe troppo alte
Se c’è una cosa che la storia delle scarpe ci insegna, è che l’essere umano ha sempre trovato modi geniali ( o deliranti) per complicarsi la vita pur di sembrare importante.
Le geta giapponesi, ad esempio, trasformavano ogni passo in una piccola cerimonia; le usavano soprattutto cortigiane e performer di alto rango, che avanzavano lente e spettacolari, quasi fluttuando. A Venezia invece spopolavano le chopine, zeppe esagerate che potevano raggiungere altezze da trampoli: ufficialmente servivano a evitare il fango, ma in realtà erano un segno di lusso.

Nel mondo ottomano, gli zoccoli da bagno turchi — scolpiti in legno, intarsiati e altissimi — erano così instabili che muoversi senza aiuto era quasi impossibile: più personale ti sorreggeva, più era evidente il tuo status. E poi ci sono le poulaines medievali, con la punta tanto lunga da dover infilare un filo di ferro per mantenerla dritta: un capriccio estetico che causò una vera e propria epidemia di piedi deformati.

Tutti questi esempi dimostrano la stessa cosa: se potevi permetterti scarpe in cui era impossibile muoversi, significava che non avevi bisogno di correre, lavorare o affaticarti ed eri, letteralmente, al di sopra degli altri.
Pulizie, rituali e purezza: quanto contano i piedi?
L’ossessione umana per il piede pulito affonda le radici in tradizioni antiche. In molte culture, il piede — proprio perché è la parte del corpo più vicina alla terra, alla polvere, al “basso” della vita quotidiana — è diventato simbolo di purezza, umiltà o devozione.
I rituali religiosi che prevedono il lavaggio dei piedi non sono meri gesti d’igiene, ma atti di rispetto e riconoscimento reciproco. E questa stessa logica, anche se in forma completamente diversa, sopravvive oggi nel mondo streetwear: pulire le proprie sneakers è un rito quasi sacro, un modo di dimostrare cura, identità, appartenenza a una comunità.
Le sneakers bianche devono rimanere immacolate. Il “cleaning day” è un appuntamento fisso, una dimostrazione di dedizione che va oltre il semplice amore per una scarpa. Tutto questo dimostra che le calzature non sono solo un accessorio neutro.
Dal passato ad oggi
La scena di Naomi Campbell che crolla sulla passerella con le gillie di Vivienne Westwood è ormai un pezzo di storia della moda. Non è solo una caduta spettacolare: è la prova di quanto la moda sia disposta a sacrificare la praticità pur di creare un momento indimenticabile.

Più recentemente, le sfilate di Valentino hanno regalato un altro tipo di spettacolo: modelle inesperte messe in difficoltà da scarpe impossibili, costrette a proseguire scalze. Un’immagine quasi poetica del rapporto complicato tra design e funzionalità, dove spesso la seconda perde.
E poi c’è MSCHF, che della follia ha fatto un linguaggio creativo. Le Big Red Boots, opere pensate per essere virali e far parlare, più che per essere indossate.

Indossare scarpe troppo belle per il mondo reale
E poi ci siamo noi, che magari non viviamo in una corte seicentesca, ma abbiamo lo stesso debole per le scarpe che non possiamo portare davvero.
Carrie Bradshaw, del resto, camminava per New York con Manolo Blahnik come se fossero ciabatte. Ma quella era fiction: nella realtà, un tacco 12 sui sanpietrini è un test di sopravvivenza.

Perchè continuiamo a farci del male?
Alla fine, la domanda rimane sempre la stessa: perché continuiamo a farci del male con scarpe che ci sfidano, ci inciampano e a volte ci tradiscono?
Forse perché le scarpe, da sempre, sono molto più di strumenti. Sono piccole estensioni della nostra identità, segnali silenziosi di appartenenza, oggetti d’arte che indossiamo anche quando non hanno alcuna ragione pratica di esistere. Spesso diventano talismani, ricordi materiali di chi eravamo o di chi vorremmo diventare; altre volte, semplicemente, sono follie che ci fanno sorridere e sognare.
E la verità è che tutti abbiamo almeno un paio di scarpe così: un reperto che non serve a camminare, ma a ricordarci come desideriamo muoverci nel mondo, con quali intenzioni, con quale audacia, con quale scintilla di bellezza inutile e necessaria allo stesso tempo.
Immagini: Pinterest


