Un tempo sfogliare un giornale era all’ordine del giorno. Oggi la nuova direttrice di Vogue Us dichiara al NYT che le riviste cartacee dovrebbero essere rilasciate meno frequentemente. Arriveremo al capolinea della carta stampata?
La sveglia la mattina presto, il caffè al bar e il fruscio dei fogli di giornale tra le mani. Suonava così l’inizio della giornata di molti fino a qualche tempo fa. Così come, nei saloni di bellezza, il vociare delle signore era accompagnato dalle pagine della carta patinata delle riviste femminili. Oggi tutto questo non esiste più. Le notizie sono diventate una notifica sul telefono e le riviste si sono trasformate in feed Instagram curati fino all’ultimo pixel. È il corso naturale delle cose. Le tavole di pietra si sono trasformate in pergamene e poi in fogli di carta che oggi paiono essere arrivati al capolinea, soppiantati da schermi e device digitali.
E se, a livello puramente pratico, è chiaro come un sito online aggiornato ogni secondo sia molto più funzionale di un quotidiano, lo stesso discorso non può certo essere fatto con l’editoria di moda. Un tipo di stampa che non nasce con l’unico scopo di informare il lettore, piuttosto con quello di ispirarlo. I giornali di moda, tra le loro pagine patinate e apparentemente frivole, raccontano l’evolvere del sociale. Racchiudono bellezza, visione e arte in uno scrigno che nel tempo accoglie un fascino indelebile. Sfogliare una rivista degli anni ’50 è il modo più reale per connettersi con un’epoca passata. Le parole usate, le pose delle modelle, le campagne pubblicitarie raccontano ciò che era la vita di tutti i giorni, il modo di essere e di intendere la realtà.


Pensare che tutto questo possa trasformarsi in uno schermo del telefono è molto difficile, eppure è proprio ciò che sta succedendo. Basta andare in edicola per accorgersi di come le foliazioni delle riviste di moda siano sempre più scarse e di quanto le pagine siano dense di marchette e trovate pubblicitarie piuttosto che di visione e ispirazione. In effetti una storica PR italiana, che preferisce rimanere anonima, ha dichiarato a Pambianco Magazine: “Il magazine in sé non è più così appetibile per i nostri clienti ma i format digital sono molto cool, le views lo testimoniano così come le interazioni tra gli utenti. Anche le critiche negative testimoniano che c’è fermento, interesse, soprattutto tra i giovani. Basta guardarsi intorno, si è passati dallo sfogliare allo scrollare”.
Fanno ancora più riflettere le parole di Chloe Malle, nuova head of editorial content di Vogue US, il volto che rappresenta al meglio il futuro dell’editoria di moda. Quella che dovrebbe diventare la nuova Anna Wintour. La direttrice al New York Times dichiara pochi mesi fa riguardo le edizioni cartacee delle riviste: “Dovrebbero essere rilasciate meno frequentemente e intorno a temi o momenti culturali specifici, stravolgendo l’attuale programma mensile. Dovrebbero essere considerate più come edizioni da collezione, stampate su carta spessa e di alta qualità”.
Una rivista di moda, oggi, non può più essere solo un giornale, se vuole sopravvivere deve diventare tanto altro. L’informazione, l’ispirazione e la bellezza non sono più la priorità. Gli abbonamenti scarseggiano e le edicole soffrono. Lo testimonia il fatto che, negli ultimi 10 anni, il September Issue di Vogue US, storicamente il più importante dell’anno, abbia perso il 60% delle pagine pubblicitarie. Gli investitori si ritirano e i lettori non comprano abbastanza copie per far sopravvivere la rivista. Così nascono eventi come il “Vogue World”, “Grazialand”, “Vanity Fair Stories” o i party di NSS.
I format social diventano più interessanti e le pagine delle riviste diventano contenitori di pubblicità occulta per i pochi investitori che ancora sostengono il giornale. Vero è che i cambiamenti non si possono fermare e che gli eventi seguono il corso delle cose. Eppure sembra impossibile che quelle riviste di moda ancora presenti nelle soffitte delle nonne, capaci di raccontare usi e costumi delle società da più di 100 anni, vengano così facilmente soppiantate da pubblicazioni online incapaci di resistere al tempo. La velocità ci sta facendo forse perdere il valore della memoria? Dove saranno i ricordi del nostro presente tra qualche decennio? Un server può davvero sostituire tutto questo?
Foto: Pinterest


