A cinquant’anni dalla sua scomparsa, l’eredità di Pier Paolo Pasolini resta viva ed attuale. Ecco come ancora oggi le sue parole continuano a parlare al presente.
L’intellettuale scomodo, il poeta corsaro, il visionario, il pensatore disorganico. Già solo elencare alcuni degli appellativi con i quali veniva chiamato risulta più che sufficiente per comprendere lo spirito che abitava la ribelle gentil mente di Pier Paolo Pasolini. Moriva cinquant’anni fa, il 2 novembre del 1975, assassinato all’Idroscalo di Ostia, in quella stessa periferia romana sospesa tra terra e mare che pochi mesi prima aveva ospitato alcune sequenze del suo Fiore delle Mille e una notte. Mezzo secolo dopo, un’aura di mistero continua ad avvolgere la sua scomparsa: una rapina mal conclusa, una banda organizzata, o uno dei suoi “ragazzi di vita”.

Tuttavia, il come non importa. Non ora, non oggi. Non di fronte all’occasione di celebrare un’intera vita dedicata al pensiero, in tutte le sue forme, in tutte le arti. E non di fronte alla memoria dell’azione di Pasolini. Per lui infatti, l’azione, mezzo con cui l’uomo si esprime modificando la realtà, manca di senso finché non ultimamente compiuta: «Finché io non sarò morto nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione […]. È dunque assolutamente necessario morire, perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso». Seppur la sua opera non sia mai stata manchevole di senso, ora che però è compiuta – e lui direbbe, quindi, sensata – è tempo di omaggiarla.
Ei fu, Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo del 1922, ma si rifugia presto prima a Casarsa nel Friuli, e poi a Roma. È stato poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, traduttore, drammaturgo, pittore. Pasolini è, semplicemente, stato. Tutto ciò che poteva essere, tutto ciò che sapeva essere. La sua impareggiabile poliedricità è ciò che più di qualsiasi altra cosa, tutt’oggi, lo distingue dagli altri. In ognuna delle arti in cui si è cimentato ha sperimentato più sfumature, più generi, più modi di dire le cose. Forse perché l’importante è sempre stato dirle. Attento osservatore dell’Italia del dopoguerra, criticò con lucidità e a gran voce la borghesia del tempo, la società dei consumi, l’omologazione culturale, e persino il Sessantotto. Visse con coraggio e contraddizione la sua identità e le sue idee, opponendosi a ipocrisie e falsi perbenismi. Per questo le sue opere, spesso provocatorie, finirono più volte al centro dello scandalo.


L’autore fu coinvolto in ben trentatré procedimenti penali: tra le opere processate ricordiamo Ragazzi di vita, I racconti di Canterbury, Salò, Teorema. E poi i reati di vilipendio, oscenità, perfino una presunta rapina. Pasolini venne continuamente accusato, ma mai formalmente incolpato. Perché? Perché secondo molti, la vera unica imputazione fu solo una: la diversità. Stefano Rodotà, a proposito, scrisse che la diversità di Pasolini, filo conduttore e sottotono di ogni dito che gli venne puntato contro, fu una diversità particolare: «Non quella del trasgressore violento della legge. Piuttosto l’intento consapevole e umile di chi scopre i limiti della tollerabilità e li mette costantemente in discussione».
Quanto è contemporaneo? Quanto è 2025 chiamare maledetto, folle, sbagliato, chi tocca con mano i limiti del tollerabile, dell’umano, e li interroga costantemente?

L’eredità pasoliniana
Controcorrente e – per alcuni aspetti – controverso, oltre che per il suo versatile ed immenso operato, Pier Paolo Pasolini viene oggi ricordato anche per il compito che ci ha lasciato. La sperimentazione di ogni arte, sicuramente. Ma soprattutto, la necessità di fare domande. Osservare e domandare, domandarsi, mettere in dubbio ciò che succede. Per chiudere, e per ricordare, sempre Pasolini: «In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa, si può fare solo quel qualcosa».
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