Da un lato, grandi nomi che rinnovano l’immaginario americano, dall’altro, la spinta vitale dei brand emergenti. La New York Fashion Week Spring Summer 2026 conferma il suo doppio volto, tra lunghi sonni e promettenti sogni
È giunta al suo termine poche ore fa – stando all’orologio della Grande Mela – la New York Fashion Week per la stagione Spring Summer 2026, la prima delle quattro settimane della moda che costituiscono il fashion month indiscutibilmente più atteso. Si sa, settembre è il gennaio del calendario della moda, e in quanto tale, non manca di sorprendere. E talvolta, di annoiare.
Spesso sottovalutata, la New York Fashion Week viene considerata da molti come un mero preludio agli appuntamenti di Milano e Parigi, quasi un vuoto passatempo per i fashion lovers in attesa delle passerelle europee. Eppure, anche essa ha imparato a tenere incollati su di sé occhi e riflettori. Quando debutti clamorosi e cambi di poltrone tra direttori creativi scarseggiano, diventa necessario trovare qualcos’altro per mantenere attiva l’attenzione. Per la prossima Primavera, a tenere alto il nome della NYFW vi è l’eleganza senza tempo del sogno americano di Ralph Lauren, il rinnovato minimalismo controllato – ma iper-chic – del Calvin Klein di Veronica Leoni, e, per contro, lo streetwear in technicolor di Off-White.



Ancora, il debutto di Nicholas Aburn alla guida di Area, con un nuovo spirito che celebra le infinite possibilità degli abiti da nightclub, tra lo stile casual di chi indossa un semplice paio di jeans, e l’eccesso sfrenato di frange e lustrini. Degna di nota anche la lettera d’amore di Prabal Gurung alla bellezza. È proprio la bellezza, per lo stilista, l’unica vera forma di resistenza che possediamo in tempi così bui come quelli di cui il mondo contemporaneo è costretto a farsi testimone.


Il soffio vitale degli emergenti
Il vero motore della fashion week di New York, tuttavia, risiede altrove. Ciò che i grandi nomi non riescono a dare, spesso intrappolati in una danza di colori e forme alquanto prevedibile, viene colmato dall’energia di tutti quei marchi solitamente poco considerati, o del tutto emergenti.
Kim Shui provoca con il layering, associando i suoi capi ai dipinti realizzati con tecnica a strappo, in cui ogni strato rivela quello sottostante: un gioco alla ricerca del corpo al di sotto degli abiti. La stessa attenzione ai tessuti la ritroviamo in Who Decides War, che per questa stagione ha provato ad immaginare un guardaroba d’alta moda ricavato dai materiali di una vecchia casa caduta in degrado. Il risultato è un tripudio di stoffe damascate, strappate, pelle opaca e volumi da far invidia al più sontuoso dei candelabri. Che tra l’altro ritroviamo in passerella, impolverato, sottoforma di abito.


E poi: Wiederhoeft stupisce con corsetti e brillanti che sembrano aver sbagliato stagione (potrebbero sostituire senza sforzo alcuni dei nomi della settimana della Haute Couture), Sandy Liang porta lo spettatore all’interno di una casa delle bambole, con mini abiti dall’aspetto sognante e colori pastello, mentre Luar diverte con il suo massimalismo che sfiora il nonsense e l’illusionismo ottico.



Chiudono la rassegna Diotima e Campillo: il primo conquista con accostamenti di texture ingegnosi, il secondo, invece, viene promosso a pieni voti per un menswear di un’originalità sorprendente, ancora troppo raro sulle passerelle.


Insomma, il sogno americano della moda, per come lo conosciamo, sembra oggi piuttosto intorpidito. A ridestarlo possono essere soltanto i nuovi talenti.
Foto: Vogue


