Aperitivi perfetti, una città nuova in ogni storia che vediamo su Instagram e collezioni di scarpe degne da musei. L’ansia da prestazione diventa più forte con ogni like che si mette
Voler essere come altri può essere per il valore che diamo agli oggetti materiali, la bassa autostima o pensare che siamo insufficienti. I social ci mostrano tutto sul palco ma mai cosa succede dietro le quinte, solo vediamo il panorama, a volte, irrealistico e idealizzato. Tutto questo ci porta a sentire l’ansia performativa o ansia da prestazione. Uno studio di Harmony Healthcare nel Regno Unito ha rivelato che il 78% della generazione Z si sente dipendente dal proprio telefono e dai social media e il 39% si sentono in difficoltà con la propria salute mentale per i confronti sui social.

I social media come palcoscenico
Sentiamo il bisogno di replicare ciò che fanno i ragazzi della nostra età sui social anziché ascoltare il proprio desiderio. Dobbiamo fare tutto per dimostrare. Sto leggendo questo libro, sono in questa città, ho prenotato in questo ristorante costoso, faccio l’unboxing di queste borse e ti mostro tutte le opere di questo nuovo museo. Si dimostrano soprattutto oggetti materiali e momenti legati alla vita quotidiana. Una quotidianità che ostenta un potere non solo di acquisto ma anche intellettuale.
I social, che nascono come una piattaforma per condividere foto con gli amici, ora sono una fonte di lavoro, dettatori di tendenze e persino uno spazio in cui si crea un linguaggio proprio. Un palcoscenico in cui siamo osservati e valutati per i vestiti, i libri, il mangiare e la foto perfetta. Perfetta per chi? Sistemare bene i calici e le gambe sotto il tavolo ignorando il presente. Prima della foto per Instagram nessuno tocca il tavolo e nessun capello può essere fuori posto, fermiamo letteralmente tutto per una foto. Farsi vedere implica farsi giudicare e le critiche possono essere dure.

Secondo Georg Simmel, sociologo tedesco autore del libro “La Moda”, crede che la moda sia un palcoscenico. Esibizioni e dimostrazioni di costante cambio e rinnovo attraverso quello che può essere un conformismo sociale o una liberazione individuale. Si parla sempre meno di liberazione individuale quando ci riferiamo ai social e più dell’approvazione e la messa in scena di una quotidianità finta.
Facciamoci criticare
La bassa autostima, non credere nelle proprie risorse e diverse frustrazioni in un ambiente di stress per non “performare” bene, possono sviluppare disturbi come l’ansia, la depressione, i disturbi alimentari e incluso dipendenze. In questo caso siamo di fronte all’ansia di prestazione relazionale che può anche derivare in ansia sociale o fobia sociale. “Si caratterizza per la continua ricerca di stima da parte degli altri ed è strettamente correlata alla paura di non essere all’altezza di una situazione o di un compito”.

Torniamo alla domanda di per chi dobbiamo essere perfetti o da cosa dobbiamo essere all’altezza. Alla fine quelli siamo noi a convivere con noi stessi e le cose che facciamo devono arrivare ad una soddisfazione propria, non esterna. Molto più facile dirlo che farlo. Registrato dalla presidente del consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, Maria Antonietta Gulino, l’ansia da prestazione è stata rilevata maggiormente in giovani adulti e adolescenti. L’etapa di crescita in cui creiamo chi siamo, chi vogliamo essere e ovviamente vogliamo appartenere, trovare delle persone con interessi affini e non sentirsi criticati.
Entra in gioco la fobia sociale o l’ansia sociale, la paura persistente di essere giudicati, osservati o messi in imbarazzo. Quello che facciamo sui social per cercare stima e far vedere chi siamo, deriva in un disturbo che ci fa pensare che saremo giudicati per non essere sufficienti. Un ciclo che inizia ed è molto difficile da fermare se non si inizia a dare meno importanza. Le paure si ridurranno quando le affrontiamo e smettiamo di scappare. A nessuno interessa quanto sia apparecchiato bene il tavolo o se quelle scarpe le hai messe già 20 volte, solo a te.
Siamo noi a decidere
I primi che decidono cosa vogliamo essere siamo noi. La vara della sufficienza la dobbiamo imporre ognuno su se stesso e se quello che postiamo è sufficiente per noi. Se tre paia di scarpe ci bastano, non ci serve il walk-in closet di Chiara Ferragni. Tante persone possono mostrare una vita lussuosa ed essere comunque infelici. Il nostro desiderio innato di essere accettati non deve essere più forte della nostra propria espressione. Probabilmente, progettando, ciò che non vogliamo che gli altri pensino su di noi, sono le stesse cose che non pensiamo di noi stessi. Siamo i nostri propri nemici.

Ovviamente quello che si consiglia è l’aiuto di un professionista. Quando ci chiudiamo dentro noi stessi, quando il buio e la solitudine iniziano ad essere benvenuti più che volentieri. Se si soffre o si vede qualcuno soffrire, basta anche ascoltare e vedere i cambi di routine che hanno quelli intorno a noi, una frase sottovoce potrebbe essere un urlo di aiuto.
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