Quando una libertà antica diventa l’ultima moda da copertina
C’è un certo gusto contemporaneo nel ribattezzare l’ovvio con un nome nuovo. Lo chiamano solo travelling, e già il suono inglese basta a conferirgli un’aura di modernità, quasi fosse un’invenzione dell’ultimo algoritmo. Nel 2025 galleggia sulle riviste patinate e corre veloce tra i feed degli influencer. Eppure non è che l’ennesima moda che tenta di spacciare come rivoluzione ciò che è, semplicemente, la più naturale delle esperienze umane: viaggiare da soli.

Io ci viaggio da sola da anni. Ben prima che Instagram trasformasse ogni trolley in un manifesto di emancipazione, ben prima che Vogue suggerisse l’Islanda per respirare libertà o Bali per rinascere dopo un amore finito. Ho attraversato strade ordinate in Norvegia, mi sono persa tra le curve verdi d’Irlanda, ho percorso vie polverose e sentieri di montagna, ho passato notti intere a guardare il cielo stellato senza nessun testimone. A volte mi sono aggregata a gruppi, altre volte ho camminato con il solo battito del cuore come compagnia. Non era politica, non era femminismo: era vita.
Dall’eroismo al catalogo
Che viaggiare da sole non sia certo un’invenzione del nostro secolo lo dimostrano figure come Helen Caddick, esploratrice inglese che nel 1900 partiva armata solo di un taccuino, o Lilian Leland, che nel 1890 scrisse un libro dal titolo eloquente: Travelling Alone. Donne che attraversavano oceani senza sponsor né feed. Quelle sì che erano rivoluzioni silenziose.

Al confronto, l’attuale narrazione patinata appare riduttiva: oggi il coraggio viene celebrato con pacchetti già pronti, itinerari sponsorizzati, guide “per donne che viaggiano da sole” scritte con più marketing che esperienza. Da sfida all’imprevisto a prodotto da scaffale: ecco il passaggio.
L’equivoco del femminismo da vetrina
Non è la libertà individuale che contesto, ma la sua riduzione a slogan. Il femminismo non è prenotare un biglietto per Tokyo in solitaria, bensì rivendicare diritti nei tribunali, nei parlamenti, nei luoghi di lavoro. Confondere un atto intimo con un manifesto collettivo è un inganno che depotenzia entrambi. È come scambiare un tè al Ritz per un’udienza a Buckingham Palace: piacevole, certo, ma tutt’altra storia.



Il Grand Tour e l’illusione del nuovo
E dire che l’Europa conosceva bene questa pratica. Nel Settecento il Grand Tour era rito di passaggio per giovani aristocratici inglesi: mesi a girovagare in Italia o in Grecia per affinare spirito e cultura. Anche allora si viaggiava soli, o quasi. Nessuno parlava di emancipazione, semmai di formazione. Oggi, con ironia della storia, quello stesso vagabondare viene rivenduto come ribellione social. Ma il vestito è nuovo, la stoffa è la stessa.
La libertà autentica


Viaggiare da sole resta un’esperienza preziosa: insegna ad ascoltarsi, ad affrontare la paura, a riconoscere che si può stare in piedi senza sostegni. È libertà, sì, ma non quella delle copertine: è libertà personale, quotidiana, che non ha bisogno di hashtag per esistere.

E allora lo diciamo senza fronzoli: viaggiare da sole non è un manifesto femminista. Non lo è mai stato. È un gesto intimo, antico, che le donne hanno praticato ben prima che Vogue lo confezionasse in un editoriale. La battaglia femminista si combatte altrove, sulle questioni reali: stipendi, diritti, sicurezza, voce pubblica.
Il resto è rumore di fondo. È prigionia mascherata da libertà. E non c’è nulla di più insidioso di una gabbia che ti viene venduta come conquista.
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