Figlio della controcultura e della rivoluzione giovanile degli anni ’60, il festival di Woodstock cambiò tutto. Anche per la moda.
I festival di oggi risplendono sui social: più che all’atmosfera in sé o agli artisti in line up, ci si dedica alla ricerca dell’inquadratura perfetta da condividere sul proprio feed. Burning Man, Coachella, Glansbury: perpetuano ideali estetici ai quali non corrispondono altrettanti ideali culturali. Falliscono tutti, quindi, nel tentativo di replicare quello che fu il più grande festival musicale di sempre: Woodstock, la culla del movimento hippie.

Un non-stop di musica e ideali
Tre giorni di pace, amore, musica e rock: questo il manifesto che ha consegnato Woodstock alla storia. La Fiera della musica e delle arti di Woodstock, nome originale della manifestazione, prese vita nel 1969 a Bethel, una città di campagna dello stato di New York. Nacque dall’intuizione di John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Mike Lang, quattro ragazzi poco più che ventenni. Si voleva organizzare un evento nuovo, qualcosa di mai visto. Una maratona ininterrotta, un non-stop di musica, arte, e ideali. Doveva essere una piccola manifestazione: finì per radunare mezzo milione di giovani. Sul palco del festival si alternarono alcuni tra i più grandi musicisti dell’epoca e di sempre. Santana, The Who, Blood Sweat & Tears e Jimi Hendrix sono solo alcuni dei grandi nomi che vi parteciparono. Il 17 agosto di cinquantasei anni fa doveva segnare la fine dell’evento, ma la magia di Woodstock chiese una notte ancora, prolungandosi fino al giorno dopo, segnando così un’epoca e diventando il più grande simbolo della controcultura degli anni Sessanta.


C’era di tutto: folle di giovani, strade bloccate per giorni, accampamenti, volontari che distribuivano cibo, bancarelle improvvisate che vendevano jeans per soli 5 dollari, sostanze poco legali. Ma anche musica, comunità, e inni alla pace.
L’influenza sulla moda
Se i festival di oggi non riescono quindi ad essere all’altezza della leggenda di Woodstock, cosa ci tiene ancora così incollati alle sue estetiche? In cosa vive ancora? La risposta ad entrambe le domande è una sola: la moda. Non si poteva prevedere al tempo, ma l’impatto che lo stile dei partecipanti al festival ha avuto, è stato epocale. Ad ogni foto iper-saturata scattata al Coachella, corrisponde una foto forse un po’ sbiadita, scattata quel weekend del ’69 nella contea di Sullivan. Il che, è un bel paradosso: a Woodstock si cercava di fare di tutto, tranne che la moda.


Woodstock rifiutava qualsiasi regola, l’abbigliamento era un atto di libertà: nessuno stress da “cosa mi metto?”. Ci si vestiva come meglio si credeva, in virtù della libera espressione, essenza stessa del festival. Pur facendolo inconsapevolmente, questo influenzò la moda degli anni a venire, nonché quella dei giorni nostri. Pantaloni a zampa, cinture e sandali intrecciati, gonne lunghe e leggere, tessuti see-through, macramè, patchwork, jeans strappati, il trend del micro e dell’oversize che convivono. Per non parlare delle frange, delle stampe floreali, dei gioielli che richiamano talismani di altre culture, dei poncho e delle bandane.


Quello che chiamiamo boho chic, o rock boho, nasce lì, tra le colline americane degli anni Sessanta. E oggi, quello stesso stile, lo vediamo sfilare sulle passerelle delle grandi città della moda, ripulito e satinato. Ne è un esempio l’estetica di Chloé guidata da Chemena Kamali, le frange e i tessuti suede di Isabel Marant, i pattern del Valentino di Alessandro Michele. Parigi chiama Woodstock. E Woodstock risponde.
Certo, nessun jeans a 5 dollari o tende per dormire. Ma lo stile, c’è. Perché pur non volendo fare moda, il festival di Woodstock l’ha fatta. Ed è oggi più viva che mai.
Foto: Pinterest, Vogue


