Inclusività: la parola d’oro del fashion system
Negli ultimi anni, il termine “inclusività” è diventato un must-have per ogni brand che voglia definirsi contemporaneo. Taglie diverse, modelli non conformi, diversità etnica e di genere sono onnipresenti nelle campagne moda. Ma quanto c’è di vero? E quanto è solo strategia di marketing?
Nel 2025, tra una campagna genderless e una capsule plus-size, il dubbio sorge spontaneo: stiamo assistendo a un cambiamento reale o solo a una nuova forma di packaging cool?

La nuova estetica dell’inclusione
Campagne come quella di SKIMS x Alva Claire o la recentissima sfilata Diesel SS25 firmata Glenn Martens (dove ha sfilato anche una modella in sedia a rotelle) ci fanno gridare al miracolo. Anche Zara nel 2025 ha lanciato la sua linea “Body Fluid” con modelli over 50, curvy e non-binari.
Altri esempi che hanno fatto parlare:
● H&M “Lingerie For Every Body”, con modelle curvy e con vitiligine.
● Tommy Hilfiger Adaptive, una linea pensata per persone con disabilità.
● Gucci MX, che celebra la fluidità di genere.
● Jacquemus che, per la sua campagna estiva, ha inserito modelle non convenzionali
e influencer disabili.
Ma dietro le quinte emergono contraddizioni: taglie inclusive solo online, vestibilità ancora pensate per lo standard XS, e scarsa disponibilità nei negozi fisici.


Utopia da copertina o rivoluzione vera?
Non fraintendiamoci: vedere corpi reali nei billboard è una vittoria, soprattutto per le nuove generazioni. Ma la Gen Z, attenta e molto meno naïve del previsto, non si accontenta più. L’inclusività non può essere solo visiva: serve coerenza nei prodotti, nei team creativi e nei processi aziendali.
Un esempio virtuoso è Savage x Fenty, che integra diversità a ogni livello, dalla passerella al management. Rihanna ci crede, e si vede.

Il rischio del “woke-washing”
Il problema? L’inclusività è diventata trendy. E quando qualcosa è trendy, diventa facilmente strumentalizzabile. Il woke-washing è usare tematiche sociali solo per vendere, è il vero nemico del cambiamento. Fare una campagna con modelle curvy per poi non offrire taglie oltre la L in negozio è più comune di quanto pensiamo. E il pubblico lo nota: i social smascherano le contraddizioni in tempo record.
L’estetica della verità
In un mondo post-Photoshop, dove TikTok mostra la realtà senza filtri, i brand devono scegliere: abbracciare l’inclusività come valore autentico o continuare a giocarci per hype.
Per la Gen Z, l’estetica del futuro è fluida, imperfetta, vera. La sfida? Fare moda per tutti, non solo rappresentarla. Perché i corpi veri esistono da sempre. La moda vera, invece, deve ancora dimostrarlo.
Foto: Pinterest
Articolo di: Giorgia Muriana


