Con “The Piccologi”, Giulia De Lellis porta i bambini al centro del suo nuovo podcast: ma basta un’idea brillante a reggere un’intera narrazione?
Negli ultimi tempi, aprire un podcast è diventata la nuova moda, come fosse quasi un rito di passaggio. Inviti qualche ospite, accendi i microfoni e via con conversazioni profonde e riflessive. Diciamolo chiaramente: ormai tutti sanno cos’è un podcast, e la maggior parte delle persone ne ha ascoltato almeno uno, se non intere serie. Questa forma di comunicazione, diretta e intima, sembra esercitare un fascino particolare su personaggi famosi e noti influencer, che vi si lanciano con entusiasmo. Certo, se per notorietà, è facile partire col piede giusto e raccogliere numeri di ascolti fin da subito, è il contenuto, alla fine, a fare la vera differenza. E il pubblico – da sempre giudice sovrano e insindacabile – decide cosa vale la pena seguire. In questo panorama, ormai affollato, si inserisce uno degli ultimi arrivi sulla scena: The Piccologi, il podcast dell’influencer Giulia De Lellis.
“The Piccologi”: quando i bambini diventano gli psicologi dei grandi
The Piccologi è un podcast, prodotto da The Bad Pastina e distribuito da OnePodcast, che vede Giulia De Lellis affiancata da protagonisti davvero speciali: i bambini. Tra questi c’è la sua nipotina Matilde che l’accompagna come assistente – co-conduttrice – in questa avventura. Il titolo è un gioco di creatività. Un neologismo che fonde “piccolo” e “psicologo” per dare vita al Piccologo, ovvero “un bambino psicologo che non ha bisogno di una laurea, ma solo della sua età per esserlo davvero”. Una figura capace di osservare il mondo con uno sguardo limpido e diretto, offrendo soluzioni inaspettate ai problemi degli adulti. Il Piccologo non giudica, non complica: semplicemente ascolta e comprende. Perché, a volte, per vedere davvero le cose basta essere piccoli.

Il format si sviluppa in sei episodi, ognuno dei quali è costruito come un colloquio tra Giulia e quattro giovani “esperti”. Partendo da un fatto di vita quotidiana, Giulia chiede un consiglio ai Piccologi che, con spontaneità, offrono riflessioni su temi universali come amore, gentilezza, sogni, rispetto e identità. Un confronto delicato con l’intento non di cercare la risposta giusta ma verità sincere. Perché quando a parlare sono i bambini, le parole diventano finestre aperte su un mondo spesso dimenticato: quello dell’onestà emotiva.
“Il Babysitter: quando diventerai piccolo capirai”
Quello di Giulia De Lellis, però, non è l’unico podcast che mette al centro i più piccoli. Il confronto, anzi, nasce quasi spontaneo se guardiamo al panorama attuale, dove format simili iniziano a moltiplicarsi. Tra questi spicca Il Babysitter – Quando diventerai piccolo capirai, il podcast ideato e condotto da Paolo Ruffini. Anche qui, i protagonisti sono i bambini. Con il loro sguardo puro, diretto e sorprendentemente profondo, offrono riflessioni sincere su grandi temi, quelli con cui gli adulti fanno spesso i conti. Il Babysitter è un viaggio tra le pieghe della nostra epoca iper-digitale, in cui Ruffini tenta di riscoprire l’essenza delle cose partendo proprio da chi, per età e sensibilità, è ancora vicino all’autenticità più disarmante. Alla base del progetto c’è un’idea tanto semplice quanto dirompente: e se fossero i bambini, con la loro ingenuità carica di verità, a fare da coach agli adulti? Vi ricorda forse qualcosa?
Due podcast, un solo sguardo: quello dei bambini
C’era una volta, quindi, Il Babysitter di Paolo Ruffini: un podcast originale e toccante, capace di mescolare umorismo, profondità e poesia in un unico flusso narrativo. Un progetto che riesce a restituire voce e dignità al pensiero dei bambini, trasformandoli in piccoli maestri di vita. Ora arriva The Piccologi, il podcast di Giulia De Lellis. E inevitabilmente, il confronto si impone. Viviamo in un’epoca in cui tutto può essere riprodotto, clonato, rielaborato. Ma proprio per questo, ciò che fa la differenza è chi dà vita al progetto: la sua sensibilità, la sua visione, la sua capacità di ascoltare. Se l’intento è solo quello di replicare qualcosa che ha già funzionato, magari cavalcando l’onda del successo personale, allora la domanda è lecita: perché farlo? The Piccologi nasce sulla carta come un’idea simile a quella di Ruffini: i bambini come consiglieri, osservatori sinceri, piccoli psicologi. Ma mentre Il Babysitter si sviluppa come una narrazione autentica, dove ogni bambino viene ascoltato singolarmente, valorizzato e stimolato a esprimersi davvero, The Piccologi sembra invece un prodotto costruito più a tavolino che sul campo, più pensato per il marketing (complice la gravidanza della conduttrice) che per una reale volontà di esplorazione emotiva.

Tra riflessione e leggerezza: questione di scelte
Ruffini, pur con ironia, riesce a portare alla luce riflessioni straordinarie. Come quella di Samuele, dieci anni, vittima di bullismo, che risponde alla domanda “Cosa insegneresti a tuo figlio?” con una frase da lasciare senza fiato: “A mettere la felicità degli altri davanti alla propria, senza dimenticarsi mai di sé stessi, perché io mi sono dimenticato della mia felicità.” La De Lellis si muove su binari più frivoli, con domande su tradimenti, outfit e altri temi leggeri, che faticano a toccare corde profonde. Eppure, i bambini sono sempre lì, gli stessi. La differenza, allora, non sta nei piccoli interlocutori, ma in chi li guida. Il punto, infatti, è proprio questo: la profondità che si riesce a estrarre da un bambino passa anche attraverso le domande che gli vengono poste. E quando le domande sono deboli, lo sarà anche il risultato. Perché chi conduce, nel bene o nel male, fa sempre la differenza. Quindi, alla fine, viene spontaneo chiedersi: ne avevamo davvero bisogno?
Fama e contenuto non sempre vanno di pari passo
The Piccologi è forse l’esempio più emblematico di come notorietà e visibilità non bastino, da sole, a decretare il successo reale di un progetto. Certo, aiutano ad accendere i riflettori, a garantire numeri iniziali e una spinta mediatica potente. Ma oggi, il tempo del “purché se ne parli” è finito. Conta che se ne parli bene, che il contenuto regga, emozioni, lasci qualcosa. Da Giulia De Lellis – abile nel cavalcare ogni occasione pubblica e trasformarla in esposizione strategica – era lecito aspettarsi di più. Dopo un libro scritto sulla scia di un tradimento diventato virale, un podcast poteva (e forse doveva) essere l’occasione per mostrare una nuova profondità, una maturità diversa. Invece, la sensazione è quella di un’occasione mancata, dove anche una buona idea di partenza si perde nella superficialità dell’esecuzione.
Il punto più amaro? Che i veri protagonisti – i bambini – hanno un potenziale straordinario. Con il loro sguardo ingenuo e trasparente, sanno cogliere l’essenza delle cose e restituirla con parole semplici, ma dense di significato. Peccato che chi avrebbe dovuto valorizzarli si sia limitato a usarli come contorno di un format senz’anima, più pensato per il feed di Instagram che per lasciare un’impronta. Perché tra ascoltare davvero e mettersi semplicemente accanto, c’è una differenza enorme. E The Piccologi, purtroppo, la dimostra tutta.
Foto: Official Ig account: The Piccologi


