Dalle Vele di Scampia a via Bolla a Milano. L’Italia demolisce i suoi simboli urbani più fragili. Ma cosa perdiamo quando abbattiamo quei muri?
Le periferie sono spesso viste solo come luoghi da cui fuggire, da dimenticare, da trasformare. Eppure, paradossalmente, in questi posti spesso nascono le cose migliori. Sono simboli di appartenenza, identità, cultura.
La strada, i murales, i racconti in prima persona, le battaglie per la casa. I beat, i versi, le rime. Sono linguaggi nati dal basso, che hanno raccontato un’Italia più vera di mille editoriali. Perché le periferie, per quanto marginali, hanno una voce. E abbatterle spesso vuol dire anche metterla a tacere.
E allora, cosa ci resta dopo che tutto viene giù?


La Vela Celeste di Scampia: una superstite
Dovevano essere un simbolo di sviluppo della periferia, moderno e a misura d’uomo, ma si sono trasformate nell’emblema del degrado che alimenta il crimine organizzato. Dici Scampia e pensi alle piazze di spaccio, senti parlare delle Vele e vedi la scenografia di Gomorra.
Eppure lì vivono migliaia di persone oneste, costrette per anni a fare i conti con promesse mancate e con la presenza della camorra, che ha finito per legare il nome del quartiere a una brutta reputazione. Ma chi ci ha vissuto sa che non era solo questo.
Oggi ne resta solo una, quella Celeste, quotata per la riqualificazione urbana e trasformata al più presto in una sede di uffici urbani. Mentre la Vela Gialla, la Verde e la Rossa sono già state demolite. Dove un tempo vivevano migliaia di famiglie e bambini, oggi rimangono solo ruspe, macerie e silenzio. Eppure da quelle Vele sono usciti cantanti, scrittori, attori, serie tv e storie che hanno parlato al mondo. Non sono solo palazzi, ma anche luoghi pieni di vita, cultura e creatività che oggi non esistono più.


Via Bolla a Milano e la resistenza di Tor Bella Monaca
Anche nelle periferie di Milano ci sono stati casi analoghi. A via Bolla, le case popolari costruite negli anni Sessanta sono state demolite una dopo l’altra. Quelle pareti hanno ospitato famiglie per generazioni. Hanno visto bambini crescere, vite cambiare, sogni realizzarsi. Mentre oggi restano solo stanze vuote, muri pieni di scritte e finestre sfondate.
Anche qui la risposta è stata la stessa: ruspe, sgomberi, silenzi.


A Roma est, invece, c’è un quartiere che ancora resiste: Tor Bella Monaca. E lo fa, purtroppo, caratterizzato da un forte senso di abbandono. Criminalità, case occupate illegalmente, rifiuti abbandonati e aree verdi inutilizzate.
I palazzoni sembrano alti come montagne e i problemi sono tanti. Ma qui la demolizione è più lenta, forse solo rinviata. I cittadini però non perdono la speranza. Nonostante le criticità, infatti, esistono forti segnali di resistenza. Comitati di quartiere, associazioni come Tor Più Bella e iniziative di riqualificazione urbana stanno nascendo dal basso per restituire dignità allo spazio pubblico. Tra i pochi elementi simbolici c’è anche il Teatro Tor Bella Monaca, inaugurato nel 2005, che offre produzioni teatrali e culturali, coinvolgendo scuola e comunità locale.
E intanto, qui, la vita continua tra case sovraffollate, sfratti continui e famiglie in bilico. Eppure anche in questa zona spesso etichettata solo con negatività, c’è chi racconta, chi crea, chi si prende cura…

Demolire significa perdere memoria
Oggi si parla di riqualificare, di “sistemare” le periferie. Si costruiscono nuovi palazzi, si promettono case moderne, si mettono parcheggi e uffici al posto di quelli vecchi. Ma così si rischia di svuotare i quartieri non solo dalle persone, ma anche dalle loro storie. È vero, molte periferie sono nate male, con progetti sbagliati e poca attenzione da parte delle istituzioni. Ma in quei luoghi c’è anche tanta vita, cultura, talento e umanità. Abbattere tutto senza ascoltare chi ci ha vissuto è come cancellare una parte importante del nostro paese.
Demolire significa perdere memoria. Le periferie hanno manifestato, urlato, scritto. Per non parlare di tutte le sottoculture – il punk, i mod, gli skinhead, il dandismo nero, la scena underground – nate dal basso, dai margini della società dove nessuno guarda, per poi arrivare ovunque.
E forse oggi più che mai serve ascoltarli questi luoghi prima di cancellarli.
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