Da Michael Kors per Céline fino a Tom Ford per Saint Laurent: le direzioni creative che abbiamo dimenticato troppo in fretta.
Panta rei era l’espressione utilizzata dal filosofo greco Eraclito per riflettere l’idea di un mondo che si evolve costantemente, di una realtà in continuo divenire in cui tutto cambia e nulla resta immutato a lungo. A distanza di più di duemila anni, non vi è espressione migliore per descrivere le dinamiche del mondo odierno. In particolar modo, per spiegare quelle che sono le dinamiche del fashion system. Se negli ultimi tempi si è parlato spesso del cosiddetto valzer dei direttori creativi per indicare il loro continuo saltellare da un brand all’altro, c’è da dire che non si tratta di un fenomeno totalmente nuovo. La moda è cambiamento per definizione. E spesso muta così velocemente da renderci difficile starle al passo, e facile dimenticarci di alcune frazioni della sua esistenza. Ecco quindi alcune delle direzioni creative finite erroneamente nel dimenticatoio.
Michael Kors da Céline
Incredibile, ma vero. Prima di costruire il suo marchio e trasformarlo nell’impero che è oggi, Michael Kors è stato responsabile di una vera e propria rivoluzione stilistica presso Céline, dalla fine degli anni ’90 fino ai primi anni 2000. Il brand fino a quel momento non aveva ancora lasciato il segno nel prêt-à-porter, e a questo rimediò Kors con abiti sportivi e trendy, e l’ideazione di due borse destinate a diventare it-bags: la Boogie e la Poulbot. Se Céline oggi è come lo conosciamo, quindi, si deve anche a Kors, primo suo direttore dopo la morte della fondatrice.


Hermès nelle mani di Margiela e Gaultier
Prima di essere sinonimo del livello più alto di lusso possibile, il colosso della moda Hermès ha saputo mettersi in gioco con due direzioni creative a dir poco sorprendenti. Nel 1997 è il turno di Martin Margiela, un iconoclasta della moda. Il suo anonimato, insieme alle sue creazioni radicalmente avant-garde (si pensi ai top ricavati da sacchetti di plastica), rese le opinioni a seguito della nomina piuttosto polarizzate. Eppure, tramite uno stile classico ed essenziale, tonalità neutre e il casting di donne molto spesso mature, rappresentative delle reali clienti del brand, riuscì a convincere anche i più scettici.


Dopo di lui, le redini della direzione creativa di Hermès vennero affidate nelle mani dell’enfant terrible della moda, Jean Paul Gaultier. Cappelli a cilindro, frustini, pellicce, stile cavallerizzo e pelle di coccodrillo: la cifra dell’era Gaultier fu un matrimonio infinito di contrasti. Come dimenticare le sue rivoluzionarie Birkin dalle dimensioni per la prima volta ridotte, e la versione illusionista (la Shadow Birkin) del 2009?


Nicholas Ghesquière da Balenciaga
Viene chiamato l’uomo che ha “riportato Balenciaga sulla mappa del mondo”. Sì, perché prima del sovvertimento di qualsiasi regola da parte di Demna Gvasalia, Balenciaga ha vissuto una lunga storia d’amore con l’attuale direttore creativo del womenswear di Louis Vuitton, Nicholas Ghesquière. Il designer mise insieme stampe apparentemente improbabili con tessuti metallizzati, texture in cotrasto e nuances coloratissime. Abbandonò il passato per abbracciare un’estetica futuristica, fatta di forme oversize e decostruzione. Una delle direzioni creative sicuramente impossibili da dimenticare.


Frida Giannini da Gucci
La leggenda narra quanto segue. Tom Ford, verso la fine degli anni ’90, rimase colpito da un particolare tipo di borsa che vedeva sfoggiare sotto il braccio di tantissime star di Hollywood dell’epoca. La borsa in questione era la famosissima Fendi Baguette, alla cui ideazione contribuì Frida Giannini. Ford la chiama a lavorare da Gucci come head designer per la pelletteria nel 2002, non sapendo ancora di aver appena assunto colei che lo succederà alla direzione creativa del brand. L’era Giannini si distinse per il suo melting pot di stili, ma soprattutto, per le tante riedizioni di borse iconiche, adattate ad una clientela più giovane.


Tom Ford da Yves Saint Laurent
Parlando proprio di Tom Ford, parentesi meno positiva del suo periodo in Gucci fu quella segnata dai suoi anni a capo di YSL. Lo stesso Saint Laurent definì quegli anni come un danno alla sua eredità, per questo forse il periodo Ford non viene ricordato di frequente. Nonostante ciò, il suo stile provocatorio lasciò comunque il segno, in particolar modo negli accessori: la famosa borsa Mombasa, ad esempio, fu opera sua.
Ma si sa, nella moda, quando i risultati economici non decollano, avanti il prossimo.


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