Com’è cambiato l’intrattenimento cinematografico. I grandi classici, i cosiddetti “cult”, hanno ancora senso di esistere per il grande pubblico?
Certamente, per i veri cinefili si. I film sono una forma d’arte, una fonte di ricchezza che permette di conoscere la storia, le culture, la realtà che ci circonda.
Le opere cinematografiche sono in grado di stimolare la nostra immaginazione, educare e influenzare profondamente la visione che abbiamo del mondo e il modo di comportarci. Ecco perché hanno alle spalle anni di credibilità e successi uno dopo l’altro: sono parte della cultura dell’umanità.
Negli anni, però, anche l’industria cinematografica ha subìto grandi mutamenti. Diciamo “anche”, perché sapete bene quanti altri settori si sono evoluti e sono cambiati rispetto alle loro origini.
La pittura, per esempio, anno dopo anno, si è adattata ai tempi e alle società, variando nello stile, nelle tecniche, nei soggetti ritratti e nei messaggi. Ogni corrente aveva e ha tutt’ora le proprie peculiarità. L’arte medievale, il Rinascimento, gli impressionisti, i dadaisti, l’arte povera e il transumanesimo: sempre di arte si tratta; ciò che cambia sono i linguaggi, ben distinti gli uni dagli altri, che rispecchiano i tempi in cui erano essi i protagonisti.
Per non parlare della danza. Nata con il Re Sole, Luigi XIV, alla cui epoca si definivano “danza” piccoli movimenti svolti dalle gambe, passi incrociati e passaggi delle braccia, oggi, invece, ciò che affascina sono i virtuosismi e i tecnicismi dei ballerini, i quali sono a tutti gli effetti atleti. Insomma, ogni arte, soprannominata tale, cambia la sua forma nel tempo, si adatta, si migliora, ma mantiene le sue fondamenta di eredità in eredità.
Il cinema: le origini

Il cinema ha radici molto antiche. Tutto iniziò con i Fratelli Lumière? No, prima di loro c’era già qualcosa. Si parla di periodo pre-cinema, un tempo in cui venivano fatti i primi esperimenti di effetti ottici, legati alla luce e alla proiezione, che anticipavano la nascita della pellicola. È qui che nascono le prime macchine, tra cui la lanterna magica, il taumatropio (Gioco ottico dell’epoca vittoriana, in cui un dischetto veniva fatto ruotare velocemente tramite due fili appesi). Oltre al fenachistoscopio (Un disco contenente delle immagini in sequenza, che veniva fatto ruotare tra le mani), il kaiserpanorma (Supporto con delle sedute che permetteva di visualizzare immagini con effetti tridimensionali e di profondità), che fungono da antesignane al cinematografo utilizzato dai Lumière.
Se tutta questa prima corrente di artisti ritraeva la quotidianità, che era ciò che questi prototipi di apparecchiature consentivano di registrare, col tempo tutto si è evoluto. Dall’introduzione dei primi effetti speciali e del montaggio, entrambi ad opera di George Méliès, alla sceneggiatura e alle inquadrature introdotte da David Wark Griffith e ai suoi primi lungometraggi, dalla durata di 3 ore. Poi, gradualmente hanno fatto comparsa i colori, le voci e le colonne sonore, fino ad arrivare alle grandi opere cinematografiche che conosciamo.
Esistono ancora i cult?
Per ricollegarci, il primo cult della storia del cinema è “Intolleranza” (1915) di David W. Griffith. È stato definito tale grazie alle ampie e importanti tematiche di cui tratta, alle sue tecniche narrative, ma soprattutto al modo in cui ha influenzato il mondo del cinema nel corso dei decenni successi. Sono queste le caratteristiche che permettevano, in passato, ad un film di diventare un cult. Se pensiamo ai grandi classici hanno tutti più o meno gli stessi tratti. Tematiche forti, scene iconiche e memorabili che tutti ricordano; attori o registi che spesso erano già acclamati, ma soprattutto uno stile e una proposta riconoscibile e innovativa.
Oggi, invece, ci sono letteralmente una marea di registi, tutti possiamo realizzare un film, anche senza farlo di mestiere. Abbiamo le strumentazioni a portata di click, come si usa dire, ed è per questo che rispetto al passato arrivare non è poi così difficile. Tutto è concesso.
Se in passato, pellicole come Titanic, Via col Vento, Arancia Meccanica, La Dolce Vita, Psycho, 2001: Odissea nello spazio, Pulp Fiction, Il Padrino, Tempi Moderni e la lista sarebbe lunghissima, avevano successo perché rappresentavano la società dell’epoca con le loro dinamiche interpersonali, raccontavano spesso di eventi storici, momenti importanti legati alla cultura di un Paese ed erano compresi dal grande pubblico perché vissuti e condivisi dalla collettività, “dai molti”, oggi non è più così.
Nella nostra epoca, la popolarità di un film è stabilita da parametri diversi rispetto al passato. Viene a meno la qualità, a scapito della viralità.

In primis, ciò che determina il successo di un potenziale cult è il potere dei social media e il passaparola che ne consegue online, oltre ad un’adeguata strategia di marketing. Grande responsabilità è in mano alla distribuzione, in cui rientra la riproducibilità sulle piattaforme, il cosiddetto “dove e quando vuoi”. Con questi parametri si è già a buon punto, solo dopo ci si concentra sulla qualità.
Con la diffusione di tutte queste piattaforme, che ogni giorno propongono un’offerta super-variegata di nuovi titoli, recarsi nelle sale è diventato per molti un’occasione rara, mentre in passato era un vero e proprio rito.
Anche le serie tv hanno la loro colpa. Il “genere film” ha perso il suo potere, il suo fascino. Non si parla quasi più di cult, ma piuttosto di fenomeni che spopolano per un breve periodo, quasi come fossero trend di TikTok.
È in questo modo che i grandi classici stanno subendo un processo di “de-sacralizzazione”.
Erano perfetti per il periodo in cui sono stati realizzati; oggi l’appeal del pubblico si concentra su altri modi di concepire l’intrattenimento. Più frivolo agli occhi di alcuni? O semplicemente diverso. Alla fine, siamo sempre noi la causa del cambiamento.


