Le nostre nonne ci insegnavano che “chi bello vuole apparire un po’ deve soffrire”, ma la Gen Z non è d’accordo. Sulle passerelle e, soprattutto, per le strade spopola l’utilitywear, erede del gorpcore.
Si sa che alla moda piacciono i neologismi. Per ogni nuova, o vecchia, micro tendenza trova un nome. Ed è così che nascono i termini gorpcore e utilitywear.

Il primo, nato sul famosissimo magazine “The Cut”, sta ad indicare uno stile essenzialmente brutto, ma pratico ispirato a quello per le escursioni in montagna. Il secondo, utilitywear, è un evoluzione del primo in un’accezione più fashion ed influenzata dall’estetica del mondo del lavoro. Caposcuola di questo stile sono brand come Charrart e Dickies, oggi immancabili nell’armadio di un fashionista, nati in realtà per soddisfare le esigenze dei lavoratori. Essenza di questa tendenza: grandi tasconi, volumi over, sovrapposizioni e tessuti tecnici.

Ma cosa significa tutto ciò?
Tendenze come queste registrano il fatto che i nuovi fruitori della moda non ne sono più vittime, ma attori partecipi. Non sono più le persone ad adattarsi alle tendenze, ma viceversa, le tendenze alle persone. Quel detto citato all’inizio: “chi bello vuole apparire un po’ deve soffrire” non ha più senso oggi. A perdere di significato è quel verbo deve. Oggi la moda, sinonimo di libertà, non può essere descritta da un obbligo. Così come non esistono più le regole di stile o i must have non ha più senso il concetto di soffrire per la moda (almeno se non lo si vuole).

I fashionisti di oggi sono più consapevoli e, nella maggior parte dei casi, non si fanno stregare in maniera passiva dalle tendenza. La generazione Z infatti tende a selezionare i trend e seguire solo quale lo a cui si sentono più affini, nella maggior parte dei casi, tende anche a personalizzarli.

Lontani i tempi in cui si soffriva su vertiginosi tacchi a spillo e tubini strizzati: è il momento di lasciarsi andare alla praticità dell’utilitywear, a meno che non sia tu a volerti imbarcare su un bel paio di décolleté tacco 12.


