Sex Education, la serie Britannica creata da Laurie Nunn e prodotta da Netflix arriva al suo atto finale. Ma facciamo un passo indietro e chiediamoci perché prodotti televisivi del genere siano così necessari oggi.
L’importanza della Sex Education
Serie televisive del genere servono (e fanno bene). E in un paese in cui si dibatte tanto sull’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, i fatti di cronaca parlano per me.
Perché fare “educazione sessuale” non vuol dire che a scuola ti insegnano solo come avere un rapporto – aldilà del fatto che sono abbastanza certa che i casi di stupro e violenza domestica diminuirebbero in maniera drastica nel corso di dieci anni. Questo perché essere educati alla propria sessualità vuol dire prendere coscienza del proprio corpo e del proprio animo. Si imparerebbe ad avere più rispetto per se stessi. E per gli altri di conseguenza.
Tutti quei piccoli-grandi disagi che portano alla depressione, al bullismo, alle dinamiche di violenza etc non sono dati da altro se non dall’insicurezza. E sapete perché? Perché per stare al mondo dobbiamo imparare a bluffare e ad averla vinta quando giochiamo a “chi ce l’ha più lungo”. Basterebbe far cadere il sipario e normalizzare il fatto che non bisogna averlo più lungo degli altri, ma conoscersi abbastanza da saperlo usare.
Viviamo in una società che vive con vergogna la sessualità, che guarda dall’alto verso il basso chiunque mostri un po’ di confidenza con questa. E finché sarà così, avremo voglia di batterci per diritti e minoranze…
Ma perché allora Sex Education è stata una serie tanto importante?
La serie britannica sfrutta i suoi personaggi e delle dinamiche (portate all’esasperazione, per accentuarne anche il lato comico) per normalizzare le comuni insicurezze umane. Prende il ruolo che dovrebbe essere ricoperto da un’istituzione scolastica e, tramite la voce di Otis (Asa Butterfield), accompagna adolescenti e non alla scoperta del proprio corpo. E di come questo cambi, con l’adolescenza ma anche nelle diverse stagioni emotive della vita umana.
E ogni situazione, per quanto magari minimizzata sui tempi, non lo è mai nei testi. Ogni parola ha il giusto peso. Ogni disagio umano è trattato con grande cura. Con rispetto. E questo porta lo spettatore a sentisi capito e sollevato, lì dove si immedesima in quello che vede.
Sex Education è come la coperta di Linus di ognuno di noi, e alla fine ci porta a chiederci “quanto tempo ho perso ad avere paura?”

La quarta stagione: cala il sipario sulla Wye Valley
L’ultima stagione riprende il filone avviato nella precedente e, più che di problemi adolescenziali, tratta di disagi umani (normali) legati alla sfera sessuale e alle proprie insicurezze. Come può sentirsi una persona nel suo viaggio di transizione ad essere abbandonata dalle istituzioni. Quali posso essere, nel corso della vita, le conseguenze di una violenza taciuta. O di quanto sia difficile a volte riconoscerla, una violenza. Cosa comporta emotivamente, per un uomo o una donna dopo i cinquanta anni, veder cambiare tutto il proprio mondo fatto di consolidate abitudini. Come la superficialità altrui possa renderti la vita impossibile se hai una disabilità. Come un fedele cristiano, se gay, possa sentirsi abbandonato dalla sua comunità.
E su questi ultimi due temi in particolare, per quanto l’opera sfoci nel fantasy, è stato fatto un vero capolavoro di comunicazione.
Sì, in questa ultima stagione non tutto orbita intorno ad Otis. Lo avevamo lasciato dirsi “a presto” con Maeve, in partenza per gli States. E lo ritroviamo più goffo e stralunato di prima, alle prese con il sexting e con la gestione di un genitore nel pallone (con bonus di neonato).

La fine di un viaggio è sempre commovente. Ma questa. Questa è davvero emozionante. Non per motivi legati tanto alla storia dei personaggi che ci accompagnano da quattro anni, quanto per le tematiche trattate (anche in compagnia di voci nuove) e per come questo viene fatto. Un finale semi-aperto che lascia con qualche curiosità in sospeso ma con una grande leggerezza nel cuore.
Care British-English Teachers, mi appello a voi. Invece di Shakespeare in Love (che se proprio dovete far vedere qualcosa di Shakespeare, io opterei più per la rappresentazione teatrale dell’Amleto interpretata da Benedict Cumberbatch) selezionate per i ragazzi degli spezzoni di Sex Education. La musicalità del parlato nella serie è sinfonica e sono numerose le scene che andrebbero fatte vedere nelle scuole. Come la seduta di terapia tra Jean (Gillian Anderson) e Aimee (Aimee Lou Wood) nella terza stagione. E se qualche genitore avrà da ridire, consigliate anche a loro la visione della serie. Troveranno qualcosa anche per placare i propri, di animi.


