Roy Lichtenstein, Multiple Visions: il MUDEC ospita la moltiplicazione delle immagini

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Esiste un dialogo tra arte e moda.

Tanti artisti si sono cimentati nel portare la loro visione nella moda; molti couturier, stilisti, designer, direttori creativi si sono ispirati all’arte.

Una delle prime a navigare agilmente (e continuativamente) tra moda e arte è stata Elsa Schiaparelli (1890 – 1973), la celeberrima stilista e sarta italiana che, insieme a Coco Chanel, viene considerata una delle più influenti figure della moda del XX secolo.

Riconosciuta come l’inventrice del rosa shocking, la Schiaparelli ha collaborato con artisti del calibro di Salvador Dalí e Alberto Giacometti: i suoi bozzetti e i gioielli da lei creati sono stati ampiamente influenzati dal surrealismo.

Con la Pop Art, la corrente nata alla fine degli Anni Cinquanta in Inghilterra e sviluppatasi nel decennio successivo in tutto l’Occidente a partire dagli Stati Uniti, tra arte e moda esplode una vera e propria bruciante passione: da Andy Warhol fino a Keith Haring e Jean-Michel Basquiat (due dei maggiori interpreti del graffitismo metropolitano), il lavoro degli artisti è diventato inesauribile fonte di ispirazione per stilisti e maison.

La passione continua oggi: recentissimo, per esempio, è il caso dello stilista Gilberto Calzolari che, in occasione della Montecarlo Fashion Week, si è aggiudicato il Best Emerging Designer Award per il suo impegno ecosostenibile e che strizza l’occhio all’arte.

Al designer è stato riconosciuto il talento nell’unire etica ed estetica: già vincitore del Franca Sozzani GCC Award for Best Emerging Designer 2018 agli ultimi Green Carpet Fashion Awards, Calzolari ha creato una collezione che punta su lusso sostenibile e sperimentazione in chiave green mettendo al centro il concetto di una natura alterata, filtrata e modificata dall’uomo con riferimenti all’arte contemporanea e, nello specifico, a Damien Hirst, artista britannico noto per le sue opere contraddittorie e provocanti (basti pensare ai corpi di animali imbalsamati e immersi in formaldeide).

Proprio nell’ottica del continuo, reciproco e appassionato scambio tra arte e moda e proprio nell’ambito della Pop Art, è interessante segnalare una mostra da poco inaugurata presso il MUDEC: si tratta di un evento completamente dedicato a un grande maestro americano, una delle figure più importanti nell’arte del XX secolo, un artista dotato di uno stile preciso nonché di un codice espressivo inconfondibile e riconoscibile.

Il maestro è Roy Lichtenstein ed è lui ad approdare al Museo delle Culture di Milano (via Tortona 56) con la mostra Roy Lichtenstein – Multiple Visions aperta fino a domenica 8 settembre 2019.

La sua arte sofisticata, riconoscibile al primo sguardo e apparentemente facile da comprendere, ha affascinato generazioni di creativi appartenenti a diversi ambiti – pittura, pubblicità, fotografia, design, moda: il potere seduttivo che tale arte esercita sulla cultura visiva contemporanea è ancora molto forte.

In mostra vi sono circa un centinaio di opere tra cui stampe anche di grande formato, sculture, arazzi, un’ampia selezione proveniente da prestigiosi musei, istituzioni e collezioni private europee e americane (la Roy Lichtenstein Foundation, la National Gallery of Art di Washington, il Walker Art Center di Minneapolis, la Fondation Carmignac e Ryobi Foundation, Gemini G.E.L. Collection): a completare il tutto, vi sono anche video e fotografie.

Roy Lichtenstein – Multiple Visions è curata da Gianni Mercurio, studioso di Lichtenstein da oltre vent’anni: Mercurio ha curato altre due mostre dedicate all’artista americano, Meditations on Art per La Triennale di Milano nel 2010 e Kunst als Motiv per il Museum Ludwig di Colonia nel 2011.

La mostra è stata pensata per essere appunto ospitata dal MUDEC, ovvero un museo da sempre attento ai diversi linguaggi artistici: l’esposizione evidenzia, attraverso una panoramica sui temi e i generi dell’arte di Roy Lichtenstein, come gli elementi di diverse culture confluiscano nel suo lavoro di decostruzione e ricostruzione dell’immagine per essere quindi elaborate in chiave pop con il suo linguaggio personalissimo.

La fascinazione per la “forma stampata” (cioè la riproduzione meccanica come fonte di ispirazione) è alla base del lavoro di Roy Lichtenstein e nella sua pittura viene attuata in un percorso che parte da una copia che viene trasformata in un originale: viene invece presentata in questa mostra nel suo processo inverso, da un’idea originale a una copia moltiplicata.

Una ricerca che l’artista ha condotto nel corso di tutta la sua carriera attraverso la stampa e la manifattura, realizzando lavori pensati ad hoc (la realizzazione di una stampa o di una scultura partiva da disegni e studi preparatori, come per i dipinti) e impiegando tecniche e materiali innovativi; una pratica che diventa una forma di espressione artistica e un’estensione della sua visione estetica, costruita metodicamente da Lichtenstein in parallelo alla pittura e di cui la mostra presenta l’evoluzione a partire dai primi lavori degli anni Cinquanta.

La mostra è organizzata in un percorso tematico che evidenzia l’evoluzione nel lavoro di Lichtenstein rispetto alla riproducibilità meccanica dell’opera d’arte di cui è stato forse il più sofisticato interprete, ma illustrandone allo stesso tempo le sue diverse interpretazioni e rappresentazioni formali rispetto ai soggetti trattati.

Vi sono dunque diverse sezioni.

Storia e Vernacoli è la sezione dedicata al modernismo con i vernacoli della storia e della cultura americana, gli indiani e il Far West, le scene di vita dei pionieri alla conquista delle terre, gli eroi e i cow-boy.

Segue la sezione Oggetti: la poetica degli oggetti è sicuramente uno dei temi fondanti della Pop Art e anche per Lichtenstein gli oggetti di uso quotidiano diventano segni, riprodotti con intenzionale superficialità e con grossolana semplificazione, sono ritratti di «una certa anti-sensibilità che pervade la nostra società».

La sezione Interiors è un’estensione del tema dell’oggetto e comprende lavori in cui, più che gli oggetti e gli arredi, gli elementi più importanti sono delle autocitazioni, cioè dipinti appesi alle pareti che riproducono opere precedenti dello stesso Lichtenstein.

La sezione Action comics racconta come, sebbene i comics siano un forte elemento di riconoscibilità della sua arte insieme al puntinato tipografico, Lichtenstein abbia utilizzato le immagini dei fumetti per pochi anni: il suo intento è stato quello di circoscriverne l’aspetto formale a scapito di quello narrativo, prelevando un singolo fotogramma e ingrandendo l’immagine in fuori scala, imitando “a mano” la tecnica tipografica con cui era stata riprodotta.

Nella sezione La figura femminile viene illustrato l’omonimo tema, un tema che nell’arte di Lichtenstein procede assolutamente in parallelo con le evoluzioni della donna nel più ampio contesto sociale e culturale della società americana tra gli Anni Sessanta e Novanta.

La sezione Paesaggi racconta come Lichtenstein realizzi i primi Landscapes insieme agli ultimi fumetti figurativi e come faccia riferimento a immagini realizzate da altri piuttosto che alla natura: vuole riprodurre non la realtà, ma la sua immagine ripresa dagli sfondi dei cartoon.

La sezione Astrazione racconta che, coerentemente con lo spirito pop, più che all’astrazione come genere pittorico Lichtenstein è interessato a una sua rappresentazione parodistica: a partire dal 1965, crea alcuni Brushstrokes, opere che riproducono come soggetto isolato una pennellata, gesto archetipico e simbolo romantico della pittura.

Dal 1963 Lichtenstein inizia a reinterpretare temi tipici e maestri delle avanguardie del Novecento non come mero citazionismo o come volontà di reinterpretare l’arte del passato, ma piuttosto come una sua decostruzione e rilettura stilistica che riconduce l’immagine a una dimensione contemporanea: a raccontare tutto ciò è la sezione Maestri del Novecento.

Ma tornando al rapporto tra moda e arte, è possibile fare un’ulteriore affermazione che non teme smentite: se Warhol, Haring e Basquiat hanno ispirato molti stilisti, Roy Lichtenstein non è certo stato da meno.

Tra i primi ad amarlo e a guardare alle sue opere è stato il geniale Franco Moschino negli Anni Novanta; a farlo in tempi più recenti è stato anche Jeremy Scott, attuale direttore creativo della stessa maison.

Al maestro americano hanno guardato anche marchi sportivi e contemporary come Converse, Adidas (con la collezione Adidas Originals by Rita Ora SS 2015) e Supreme, nonché brand di calzature come Charlotte Olympia.

Roy Lichtenstein non smette insomma di affascinare e ispirare creativi, designer e stilisti e lo fa trasversalmente e senza confini, dall’arte alla moda, proprio come desidera dimostrare anche il MUDEC.

Emanuela Pirré
Docente Accademia Del Lusso

Tutte le immagini riguardano la mostra allestita al MUDEC (si ringrazia l’ufficio stampa – foto di Carlotta Coppo).