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	<title>WOMAN Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>WOMAN Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>Oggetti deliberatamente scomodi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[NEW DESIGNERS]]></category>
		<category><![CDATA[new designer]]></category>
		<category><![CDATA[WOMAN]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Katerina Kamprani non progetta semplicemente oggetti: costruisce provocazioni visive che trasformano il disagio in riflessione, l’ordinario in paradosso e il familiare in qualcosa di totalmente nuovo Come può un oggetto essere perfettamente progettato… ma risultare impossibile da usare? Basta immaginare come cambierebbe la nostra quotidianità se, all’improvviso, tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno modificassero [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Katerina Kamprani non progetta semplicemente oggetti: costruisce provocazioni visive che trasformano il disagio in riflessione, l’ordinario in paradosso e il familiare in qualcosa di totalmente nuovo</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come può un oggetto essere perfettamente progettato… ma risultare impossibile da usare? Basta immaginare come cambierebbe la nostra quotidianità se, all’improvviso, tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno modificassero la loro forma e perdessero la loro funzione. È proprio da questa provocazione che prende vita il lavoro della designer greca Katerina Kamprani. Celebre per aver dato forma a un’intera collezione di oggetti tanto familiari quanto inutilizzabili. La sua serie, intitolata “<em><strong>The Uncomfortable</strong></em>”, reinterpreta oggetti domestici comuni — come sedie, posate o annaffiatoi — trasformandoli in versioni volutamente scomode e frustranti. Il suo intento? Mettere in discussione la funzionalità tradizionale e criticare un certo “design a tutti i costi”, che spesso serve solo ad alimentare l’ego dei suoi creatori, senza migliorare davvero la vita di chi lo usa. Chi sceglierebbe mai una forchetta con il manico fatto in catena? O un annaffiatoio che innaffia sé stesso? Eppure è proprio in questo paradosso che l’opera di Kamprani colpisce nel segno, obbligandoci a riflettere su quanto diamo per scontato il buon design e su quanto la vera bellezza non possa prescindere dall’usabilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La “criminale” della funzionalità</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="981" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0798-981x1024.jpg" alt="" class="wp-image-41524" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0798-981x1024.jpg 981w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0798-980x1023.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0798-480x501.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 981px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nata ad Atene, Katerina Kamprani ha intrapreso gli studi di architettura all’Università di Thessaly, ma già al terzo anno ha iniziato a percepire che quella strada non le apparteneva del tutto. L’architettura le sembrava troppo rigida, troppo ancorata alla realtà, e poco incline a quel tipo di creatività giocosa che sentiva più vicina al suo modo di essere. Ed è proprio in questa tensione tra rigore e immaginazione che ha preso forma il suo percorso artistico. Kamprani ha scelto di sovvertire i codici del design tradizionale, sfidandone i principi e decostruendone i linguaggi. Attraverso le sue creazioni — surreali, poetiche e spesso ironiche —reinterpreta la semiotica dell’oggetto, ribaltando significato e funzione. Si definisce provocatoriamente la &#8220;criminale della funzionalità&#8221;, perché mette in crisi la relazione tra l’utente e ciò che l’oggetto dovrebbe essere o fare.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Sabotare oggetti per riflettere</h2>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="945" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0804-1024x945.jpg" alt="" class="wp-image-41525" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0804-1024x945.jpg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0804-980x905.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0804-480x443.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’idea di creare oggetti deliberatamente scomodi nasce da un breve ma significativo incontro tra Katerina Kamprani e il mondo del design industriale. In un’intervista, l’artista ha raccontato cosa l’ha ispirata a dare vita al suo celebre progetto: l’importanza dell’esperienza utente, dell’interazione con gli oggetti e di quanto, spesso, diamo per scontate certe funzioni. Kamprani ha scelto di progettare oggetti esteticamente riconoscibili, dal design accattivante, ma anti-funzionali per portare l’utente a vivere un’esperienza intenzionalmente negativa. Non si tratta di sadismo, ma di spingere a ripensare il rapporto che ognuno di noi ha con le cose circostanti. Il suo processo creativo è sorprendentemente intuitivo: tutto parte dall’analisi dell’interazione quotidiana tra l’utente e l’oggetto. Una volta individuata quella routine funzionale, Kamprani la sabota, minando uno dei passaggi chiave. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Un esempio? L’ombrello. Sappiamo che va tenuto con una mano. Ma cosa accadrebbe se fosse realizzato in cemento? Quel gesto semplice, automatico, diventerebbe impossibile. Ed è proprio qui che nasce la riflessione. Tutti gli oggetti conservano un elemento fondamentale: ricordano perfettamente l’originale, ma introducono un disturbo, una deviazione, che li rende complicati, ma non del tutto inutilizzabili. L’obiettivo non è provocare aggressività, ma stupore e ironia. E in questa incertezza nasce una nuova consapevolezza: ciò che funziona bene è spesso invisibile… finché qualcuno non lo rende disfunzionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">The Uncomfortable</h2>



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<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="965" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0799-1024x965.jpg" alt="" class="wp-image-41527" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0799-1024x965.jpg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0799-980x924.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0799-480x453.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>
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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tutti gli oggetti della serie The Uncomfortable sono realizzati con gli stessi materiali degli oggetti reali, e con l’impiego di avanzate tecnologie di modellazione 3D. Quando viene persa completamente la funzione originaria si apre uno spazio creativo infinito. Le possibilità diventano illimitate perché liberate dal vincolo dell’utilità. Il risultato? Una collezione di oggetti assurdi, surreali e affascinanti. Stivali da pioggia aperti come sandali, spazzolini da denti piegati su sé stessi, tazze intrecciate tra loro, impossibili da separare. Oggetti che sembrano urlare la loro inutilità, eppure non si può fare a meno di guardarli con meraviglia. Li si potrà pur odiare come strumenti, ma amarli in quanto opere d’arte. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Quando l’inutilità diventa poesia</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il lavoro di Katerina Kamprani apre uno spazio di riflessione sorprendente sulla cultura del design contemporaneo. Invita a fermarci e riflettere sulla complessità invisibile dell’interazione quotidiana con ciò che ci circonda. Ci obbliga a riconoscere quanto diamo per scontate qualità come l’ergonomia e la funzionalità, rivelandone l’importanza solo quando vengono negate o stravolte. Nulla funziona davvero, nei suoi oggetti, ma il design non è fatto solo per semplificare, ma anche per stimolare, interrogare e persino disorientare. “Voglio che gli utenti restino confusi per un attimo, finché il cervello non si rende conto che c’è qualcosa che non va”, afferma. Ed è proprio in quel momento di spaesamento che si cela il suo messaggio. Il disagio diviene rivelatore: uno strumento per rompere l’abitudine, risvegliare l’attenzione e far emergere la meraviglia nascosta nel più semplice degli oggetti.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Official Ig account Katerina Kamprani</em></p>
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		<title>Sono stufa, essere donna non deve essere un peso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Aug 2024 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Donna]]></category>
		<category><![CDATA[WOMAN]]></category>
		<category><![CDATA[women]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Essere donna è la cosa più bella che mi sia successa. Essere donna è la cosa più difficile che mi sia capitata. Da quando ho l’età per fare bene o male tutto, c’è una lista di cose davvero basilari e semplici che vorrei fare in serenità, ma che per quanto voglia so di non poter [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Essere donna è la cosa più bella che mi sia successa. Essere donna è la cosa più difficile che mi sia capitata. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Da quando ho l’età per fare bene o male tutto, c’è una lista di cose davvero basilari e semplici che vorrei fare in serenità, ma che per quanto voglia so di non poter fare. O meglio, di non poter fare in tranquillità in quanto donna. Con il passare del tempo la lista si è allungata e quello che stupisce (e arrabbiare) è la banalità delle cose aggiunte.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Se devo pensare alla più semplice delle cose che non riesco a fare da donna mi viene subito in mente l’uscire di casa da sola.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non c’è motivo per cui io non possa uscire di casa in totale autonomia senza nessuno che mi accompagni. Sono maggiorenne, ancora meglio, sono adulta. So utilizzare i mezzi che esistono per andare in qualsiasi posto io debba andare. Ho una disponibilità economica che mi permette di provvedere a qualsiasi imprevisto possa palesarsi. Eppure..</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Arriverò dritta al punto. La “problematica”, che se la grammatica me lo permettesse si troverebbe tra migliaia di virgolette, è l’essere donna, ragazza, femmina, qualsiasi sia il termine che più vi piace potete usarlo, ma il concetto è quello. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Non tutti gli uomini e non tutte le donne, assolutamente, però la maggior parte.</h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="545" height="725" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0442.jpeg" alt="Donna" class="wp-image-25902" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0442.jpeg 545w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0442-480x639.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 545px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Capisco che possa risultare molto generalizzato come punto di vista, però riflettendoci neanche troppo, per la mia esperienza. Vorrei che prendeste tutto questo come un pubblico e semplice sfogo che scaturisce dopo anni di “indipendenza”, quindi anni di io che faccio cose e facendole ne affronto altre.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per farvi entrare con più facilità nel mio <em>point of view </em>vi andrò a illustrare una semplice routine giornaliera. Mettiamo il caso che io debba andare a lavoro e che per farlo debba prendere un treno. Per prima cosa nasce il dubbio su come vestirsi che non solo deve andare a risolvere la problematica del “<em>voglio vestirmi come mi pare e piace</em>” e del look adatto all’ambiente lavorativo, ma anche quella del <em>“non ho voglia di rotture di scatole oggi”</em>. Per farla breve e non entrare troppo in una questione di stile, si risolverà con jeans e maglietta. Ma il jeans è troppo aderente? La maglietta è troppo scollata? O magari, è troppo corta? Ricambiarsi. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="580" height="839" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0448.jpeg" alt="Donna" class="wp-image-25903" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0448.jpeg 580w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0448-480x694.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 580px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Arrivare in stazione, può essere semplice come no. Possibilità di fastidio: catcalling da auto, pedoni in gruppo, pedoni in solitaria, clacson. La soluzione più semplice sono le cuffie, ma se disgraziatamente finisse la canzone proprio in quel momento poco potremmo farci.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Sono in treno, o meglio, devo salirci. Ora, potremmo star prendendo un treno ad alta affluenza in un ottimo orario, quindi basterebbe sedersi in un posto qualsiasi. Altrimenti l’iter <span style="text-decoration: underline">dovrebbe</span> essere questo: se il treno fosse vuoto bisognerebbe arrivare all’inizio del treno seguendo la direzione di partenza. Trovare posto e accomodarsi nei posti più vicini alla cabina del macchinista: in caso succedesse qualcosa si potrebbe bussare.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ovviamente questa cosa è obbligatoriamente necessaria quando è sera, per evitare qualsiasi spiacevole situazione. (Che si può comunque benissimo creare in qualsiasi momento).</h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Arrivata in metro magari troverò un posto per sedermi, alzerò lo sguardo e ci sarà qualcuno che mi registra. Perchè? Sarebbe bello capirlo. Arriverò a lavoro e un ragazzo mi urlerà qualcosa dalla vetrina o entrerà e ci terrà a dirmelo da vicino. Perchè? Ti risponderanno che un complimento fa sempre piacere e devi accettarlo. Chiudi il negozio e devi tornare a casa, ti fermeranno in gruppo per strada. Perchè? Stesso motivo di prima. Ti chiederanno il numero di telefono, rifiuterai, ma dovrai specificare che sei fidanzata, altrimenti non ti lasciano in pace.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Perchè se c’è un altro uomo la cosa è diversa. </h3>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="613" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0443-613x1024.jpeg" alt="Donna" class="wp-image-25904" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0443-613x1024.jpeg 613w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0443-480x802.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 613px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Amiche mi hanno raccontato di essere state palpeggiate assieme al proprio fidanzato, che reagendo al posto loro e affrontando il viscido, si sono sentiti rispondere: “<em>scusa, non avevo visto fosse con te</em>”. Ovviamente guardando in faccia il fidanzato, perchè tu non sei presente, non sei davvero lì, non sei tu a dover ricevere le scuse. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ora, io potrei star andando da qualsiasi parte e non per forza tutte queste cose devono succedere assieme e nello stesso momento, ma succedono. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Mi hanno filmata sui mezzi perchè magari avevo un pantaloncino corto, come se ad agosto io dovessi trovare altri modi di sopportare il caldo. Mi hanno urlato per strada dopo una dura giornata di lavoro. Hanno usato una scusa per sedersi vicino a me e con mosse veloci avvicinarsi e toccarmi senza consenso. Hanno seguito una mia amica in un vicolo buio fino alla macchina. Hanno seguite me in un sottopassaggio. Mi hanno bussato al vetro della macchina con insistenza e violenza. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La lista non finisce qui, ovviamente. Basta chiedere a un’amica, a una sorella, vi stupirebbe sapere quanto lunga possa essere.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Non tutti gli uomini, ma tutte le donne.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Perchè non tutti gli uomini molestano, ma tutte le donne almeno una volta hanno subito molestie. Sono tutte cose che ti limitano, ti demoralizzano, ti sotterrano. Perchè ti senti piccola, spaventata, impotente davanti a queste situazioni. E per quanto ci vogliamo sentire pronte ad affrontare, pronte a reagire, a urlare, a rispondere, quando succede non sempre ci riusciamo.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Poi un giorno ti svegli e non ne puoi più. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Un giorno ti svegli e la rabbia ti monta tutta insieme. Non permetterai a nessuno di dirti niente, di condizionare la tua vita, i tuoi spostamenti, le tue scelte. E inizia a salire un fastidio che cresce ogni volta che per strada questo buon proposito viene messo in atto e devi reagire. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2024/08/IMG_0450-576x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-25905" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gestire l’essere donna è un concetto che non dovrebbe esistere. Invece dobbiamo capire e sviluppare strategie per poter essere donne senza conseguenze. Mettere gli abiti giusti, prendere le giuste strade, scegliere la giusta compagnia, non uscire da sole, se solo donne uscire tutte assieme e in gruppo, farci riaccompagnare, non tornare tardi, controllare gli orari. E ancora: avere le chiavi sempre in mano, chiudersi la giacca se si passa per un posto affollato da sole. Anche qui, la lista sarebbe infinita, perchè ognuna di noi ha un’insicurezza diversa che nasce da una molestia diversa. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Sono stufa di dover vivere in modo diverso in quanto donna. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per la lista delle cose che non posso più fare da sola e in tranquillità, ce ne sono altre due. Una per tutte le cose che sono riuscita a fare da sola e una per tutte quelle che voglio ancora fare. Che sia grazie a un corso per l’auto difesa, uno spray al peperoncino o una pagina Instagram che mi tiene compagnia tornando a casa, voglio riprendere la mia vita in mano. Uscita per uscita, passeggiata per passeggiata. Perchè per tutte le volte che mi sono sentita piccola, ce ne sono altre centro in cui mi sono sentita forte, grande e pronta a reagire. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Reagire è lecito e ognuno lo fa a modo proprio. Riprendiamoci gli spazi che ci vengono tolti, le esperienze che non possiamo fare, tutte le cose che ci sono state rovinate. I vestiti che non indossiamo più per colpa dei commenti o degli sguardi, riprendiamoci tutto. Essere donna è bellissimo, non facciamoci cambiare idea.</p>
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