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	<title>Streghe Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>Streghe: la perversa logica del rogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Camilla Marta Milani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 17:13:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Le donne che non possono essere confinate, vengono nominate streghe.» Era una notte buia e tempestosa. Se questa fosse una storia di finzione, forse comincerebbe così. Ma non lo è. Non è un romanzo, né una leggenda dai toni dark-gotici. È storia. Ed è sorprendentemente concreta. Il tema è antico, e per quanto oggi lo [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<h2 class="wp-block-heading"><strong>«Le donne che non possono essere confinate, vengono nominate streghe.»</strong></h2>
</blockquote>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Era una notte buia e tempestosa. Se questa fosse una storia di finzione, forse comincerebbe così. Ma non lo è. Non è un romanzo, né una leggenda dai toni dark-gotici. È storia. Ed è sorprendentemente concreta. Il tema è antico, e per quanto oggi lo ricopriamo di simbolismi e folklore, riguarda la realtà di donne che hanno vissuto, combattuto e che per questo hanno pagato con la loro stessa vita. E sì, parliamo di “streghe”.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non icone popolari, non figure cinematografiche ma, donne reali, spesso comuni, che si sono trovate dall’altra parte di un appellativo che non nasce come etichetta, ma come avvertimento. Significava che qualcosa stava cambiando. Che nuove forme di pensiero e di autonomia femminile iniziavano a emergere. Che esistevano donne capaci di curare senza l&#8217;autorizzazione o il consenso della logica patriarcale, di ragionare fuori dagli schemi costrittivi, di vivere senza chiedere consenso. E per molti uomini, cresciuti in un sistema che li voleva misura e centro di tutto, questo era destabilizzante. La minaccia non era la magia, ma&nbsp;una donna che non aveva bisogno di loro, una donna emancipata.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Una volta all’anno, oggi, rivestiamo quelle storie con ragnatele finte, zucche e travestimenti. Le trasformiamo in folklore, intrattenimento, stagione a tema. Forse perché è più semplice fare business con un capitolo storico doloroso che riconoscerlo. Forse perché ogni cultura, quando non sa elaborare una ferita, tende a trasformarla in racconto decorativo. Siamo la razza dei miti e degli eroi. E ogni mito, per esistere, ha sempre avuto bisogno di un antagonista. Per secoli, quel ruolo è stato assegnato alle donne. Non tanto per magia ma per paura.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>C&#8217;era una volta a Salem</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La storia ha la memoria lunga. Basta tornare al 1692, a Salem, Massachusetts, per vedere come la paura abbia preso il sopravvento sulla razionalità — e sulla giustizia. Salem era una comunità piccola, rigidamente religiosa, isolata e attraversata da tensioni profonde: rivalità familiari, timori legati ai conflitti con le popolazioni native, inverni durissimi, instabilità economica. Un terreno in cui la superstizione non era folklore, ma riflesso istintivo. E la paura, quando è collettiva, diventa contagiosa.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tutto inizia nella casa del reverendo Samuel Parris. Sua figlia Betty, nove anni, e sua nipote Abigail, undici, iniziano a manifestare comportamenti inspiegabili: convulsioni, urla improvvise, frasi confuse, racconti di “figure oscure”, incapacità di pregare. Altre ragazze del villaggio le imitano o sviluppano sintomi simili. La medicina dell’epoca non aveva risposte, e in un mondo che vedeva la vita come battaglia costante tra Dio e il diavolo, l’inspiegabile non era oggetto di ricerca: era subito interpretato come minaccia, possessione, maleficio. Le bambine dichiarano di essere vittime di incantesimi e fanno nomi.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La prima accusata è Tituba, una donna caraibica ridotta in schiavitù e impiegata nella casa del reverendo. È diversa in tutto: etnia, provenienza, ruolo sociale. È la scelta più semplice. Sottoposta a interrogatorio e, con ogni probabilità, intimidazioni e violenze, confessa pratiche magiche. Non perché fossero reali, ma perché era l’unica via per sopravvivere — o crederlo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Poi è il turno di Sarah Good, povera e marginale, e Sarah Osborne, che vive separata dal marito e intrattiene una relazione fuori dal matrimonio. In una società in cui la moralità femminile era il metro del valore sociale, due donne così liberamente scorrette erano, per definizione, sospette. Le accuse aumentano. I processi si trasformano in rituale pubblico, la giustizia in persecuzione. Più di duecento persone vengono accusate; venti giustiziate.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A Salem non si condannò la magia, si condannò la deviazione. Il sospetto verso chi non rientrava nei canoni della società diventò una vera e propria sentenza.</p>



<h3 class="wp-block-heading">&nbsp;</h3>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La logica del fuoco</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E non fu un episodio isolato. Prima del folklore, prima del cinema, prima dell’immaginario collettivo, c’era la legge. <span style="font-size: revert">Non caos popolare, ma burocrazia del controllo.</span></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non caos popolare, ma burocrazia del controllo. Nel 1487 il Malleus Maleficarum — manuale giuridico e teologico — codificò la persecuzione. Non nasceva da superstizione ingenua, ma da un tentativo preciso di definire chi potesse parlare, sapere, decidere. Stabiliva chi potesse essere accusata, come interrogarla, quali prove bastassero, come ottenere confessioni. Bruciare un corpo significava cancellarlo, negargli sepoltura, impedirgli memoria. La punizione non riguardava l’occulto: riguardava l’ordine sociale. Si bruciava ciò che non doveva sopravvivere: la conoscenza femminile, la sua autonomia, la sua circolazione sotterranea.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non un delirio medievale, ma una strategia. L’esempio doveva durare più della carne.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Stregoneria e simbolismi</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma l’immagine delle streghe non è rimasta chiusa nei documenti processuali. Ha continuato a muoversi nella cultura, trasformandosi in simbolo, figura, archetipo. Prima ancora di essere associate al maleficio, le streghe erano donne che sapevano: di erbe, di nascite, di guarigione. Erano levatrici, erboriste, figure che custodivano un sapere empirico — pratico, terrestre, tramandato tra donne — in un’epoca in cui la conoscenza ufficiale era maschile, clericale, istituzionale.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il calderone era un recipiente di cucina. Le erbe, farmaci. La scopa serviva a pulire i pavimenti. Era scienza quotidiana prima che la scienza avesse un nome autorevole. E questo bastava. La “magia”, spesso, non era soprannaturale: era tecnica domestica, cura, ritualità della sopravvivenza. Dove lo Stato e la Chiesa non arrivavano, arrivavano loro. Così nasce anche l’idea di “occulto”: come parola difensiva, un’etichetta per arginare ciò che non era controllabile. Un sapere femminile capace di generare, allo stesso tempo, fiducia e sospetto. Le chiamavano streghe. Erano donne colte. E nulla, nella storia, è stato perseguitato più della conoscenza nelle mani sbagliate — o meglio, nelle mani giuste.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Streghe oggi</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oggi non c’è un rogo allestito in piazza, non c’è un editto o un mandato di cattura, non c’è un pubblico urlante armato di forconi e fiaccole. Ci sono margini più sottili: l’ironia che riduce, il giudizio che alleggerisce, la competenza che ancora sorprende. Non si punisce: si relativizza. È più elegante, più civile, più accettabile.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Eppure, Halloween torna ogni anno ricordandoci ciò che il folklore cerca di coprire da molto tempo: che la figura delle streghe non appartiene alle fiabe, ma ai vuoti della storia. Non nasce per evocare il mistero, ma per controllare ciò che sfuggiva alla normalità. La magia era il pretesto. L’autonomia, il bersaglio da abbattere.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le streghe non erano simbolo di maleficio, ma di indisciplina — la più antica forma di sospetto quando proviene da una donna. Una figura tenuta ai margini, sospesa tra ciò che era consentito e ciò che era temuto.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E allora questa <a href="https://www.adlmag.it/2025/10/31/halloween-da-red-carpet/">notte</a>, tra zucche e travestimenti, vale la pena interrogarsi: non per romanticizzare il passato, ma per misurare quanto di quel meccanismo resta. Quanto di ciò che allora si chiamava stregoneria oggi si chiama eccesso, ambizione, carattere, insolenza. E forse il punto non è capire chi fosse la strega ieri, ma riconoscere quanto del mondo che l’ha condannata sopravvive, silenzioso, nelle forme gentili di oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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