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	<title>giovani Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>giovani Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>I giovani stanno riaccendendo la magia del cinema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Arcifa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contro ogni previsione la Gen Z sta mantenendo viva l’industria cinematografica Al giorno d’oggi si potrebbe prevedere il declino delle sale cinematografiche. Ci troviamo in un’epoca dominata dall’intrattenimento domestico, dalla normalizzazione dell’isolamento sociale e dall’aumento del costo della vita. I giovani, invece, stanno dimostrando il contrario; inaspettatamente non solo stanno tornando al cinema, ma lo [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Contro ogni previsione la Gen Z sta mantenendo viva l’industria cinematografica</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Al giorno d’oggi si potrebbe prevedere il declino delle sale cinematografiche. Ci troviamo in un’epoca dominata dall’intrattenimento domestico, dalla normalizzazione dell’isolamento sociale e dall’aumento del costo della vita. I giovani, invece, stanno dimostrando il contrario; inaspettatamente non solo stanno tornando al cinema, ma lo stanno trasformando in un fenomeno sociale, culturale e politico. Dopo il crollo degli spettatori durante la pandemia di Covid-19, il settore si sta riprendendo inesorabilmente &#8211; nonostante tutte le improbabilità. Il cinema non è più solo un’esperienza individuale, ma un momento collettivo che va oltre lo schermo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="772" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-772x1024.png" alt="" class="wp-image-63545" style="width:479px;height:auto" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I social media come trampolino di lancio</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per i Millennials e la Gen Z i social media sono il principale canale di scoperta dei film. YouTube, TikTok e Instagram sono capaci di generare aspettative e hype, facendo forse un lavoro migliore dei trailer &#8211; che si tratti di un film in uscita o di una pellicola riesumata. I contenuti diffusi su quelle piattaforme, però, non costituiscono una pubblicità. Si tratta di visual che trasportano l’emozione di un film: i giovani vogliono vivere quelle sensazioni in modo tangibile. Per questo motivo scelgono, oggi in modo particolare, di partecipare attivamente. E così, vestirsi di rosa per Barbie è stata una strada presa per estendere e condividere la magia del cinema oltre la sala.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="814" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-814x1024.png" alt="" class="wp-image-63546" style="aspect-ratio:0.7949235082886517;width:421px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-814x1024.png 814w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-480x604.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 814px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un&#8217;esperienza che lo streaming non può sostituire</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La quantità di contenuti disponibili sulle piattaforme streaming oggi è senza precedenti, ma proprio questa abbondanza li ha resi meno significativi. I film sono spesso ridotti ad un semplice rumore di sottofondo, perdendo la loro capacità di coinvolgere lo spettatore. Al contrario, i giovani scelgono di riempire le sale per poter vivere il film come il regista l’aveva concepito.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come ha sottolineato Stellan Skarsgård ai Golden Globe 2026, &#8220;in una sala cinematografica, dove le luci si abbassano e alla fine condividi il battito cardiaco con altre persone, quella è magia&#8221;. Per una generazione che ha vissuto metà della sua vita offline, il cinema rappresenta uno &#8220;spazio terzo&#8221; che è un aspetto importantissimo. Le sale diventano così un luogo dove le persone si riuniscono al di fuori di casa e lavoro e possono staccare la spina.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il potere dell&#8217;arte nell&#8217;era digitale</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il periodo storico in cui viviamo è senza precedenti: il forte desiderio di disconnessione e di una vita più consapevole sembra quasi universale. Rallentare, riconnettersi con la natura, riprendere il controllo del proprio tempo. Negli ultimi anni questo bisogno ha dato vita a nuove tendenze che riprendevano un po’ la vita “offline”, pensate per ridurre l’uso degli schermi e creare connessioni significative. Forse non servono strumenti sofisticati o esperienze estreme per ritrovare un po’ di pace: l’arte, in tutte le sue forme, rimane uno dei rifugi più potenti.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-683x1024.png" alt="" class="wp-image-63548" style="width:423px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-683x1024.png 683w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-480x720.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 683px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><br>Foto: Pinterest</p>
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		<title>Teen Vogue: la fine di una voce politica</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/11/24/teen-vogue-la-fine-di-una-voce-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 17:07:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Condé Nast]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aperta nel 2003, la testata nasce davvero nel 2014 con una svolta politica storica e importantissima. Oggi questa voce si è fatta flebile fino a scomparire, ecco la storia di Teen Vogue. Nel 2003 Condé Nast decide di inserirsi nella vita dei giovani dando vita a una sorta di &#8220;spin-off&#8221; di Vogue. Con l&#8217;obbiettivo di [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Aperta nel 2003, la testata nasce davvero nel 2014 con una svolta politica storica e importantissima. Oggi questa voce si è fatta flebile fino a scomparire, ecco la storia di Teen Vogue. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel 2003 Condé Nast decide di inserirsi nella vita dei giovani dando vita a una sorta di &#8220;spin-off&#8221; di Vogue. Con l&#8217;obbiettivo di creare un trampolino di lancio per i lettori più giovani, nasce Teen Vogue. Un tramite tra la pre-adolescenza e l&#8217;età adulta, momento fatidico per iniziare a sfogliare le pagine del proprio primo giornale di moda.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Inizialmente Teen Vogue era a tutti gli effetti un Vogue in miniatura, sia a livello simbolico che per i suoi contenuti. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gli argomenti erano principalmente gli stessi: alta moda, consigli di bellezza e interviste a giovani celebrità con un tono più leggero, frizzante. Il focus era dedicato interamente all&#8217;estetica e il suo target si componeva di una specifica élite giovanile, decisamente indirizzata verso una cultura del consumo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A dirla tutta, se dovessimo leggere questo avvenimento da un punto di vista sociologico, Teen Vogue aveva la missione di educare le future consumatrici del lusso, seguendo gli standard Condé Nast. Questo perchè la rivista nasceva principalmente per andare a colmare quel vuoto di mercato che lasciava scoperto il target dai 12 ai 18 anni, ma andando a recuperare solo chi si adattava allo standard di lusso e di autorevolezza visiva del gruppo editoriale.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La caratteristica distintiva era il suo formato: più piccolo e portabile, decisamente adatto a un pubblico giovane, in contrasto con le grandi dimensioni della patinata rivista madre.</h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="661" height="490" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1579.jpeg" alt="" class="wp-image-51627" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1579.jpeg 661w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1579-480x356.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 661px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nei sui primi anni la rivista funge da maestra, da lifestyle coach a tutta quella schiera di adolescenti a cui veniva insegnato come consumare la moda nel modo giusto. Si mescolava alta moda con marchi più accessibili, appartenenti a quella cerchia di brand che oggi definiremmo fast fashion. Qui si ricreava quella distinzione che Vogue autoimponeva ai suoi lettori: &#8220;<em>se non puoi permetterti Vogue, puoi aspirare a Teen Vogue&#8221;. </em>E quindi, come spesso accade di fronte a questi grandi opposti, non si trova una soluzione, ma si offre un&#8217;alternativa che renda l&#8217;idea.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le copertine, come gli editoriali, vedevano comparire spesso star dI Hollywood e icone della moda, portando avanti un&#8217;estetica decisamente omogena e in perfetta linea con i canoni tradizionali di bellezza. Il desiderio di arrivare a un&#8217;ideale specifico (e spesso abbastanza lontano) si perpetuava con piccole rubriche su come intraprendere una carriera nel mondo della moda, il tutto come una vera e propria guida aspirazionale. (In che senso non vuoi lavorare nella moda?)</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Teen Vogue si distingueva quindi dai suoi principali rivali quali Seventeen e CosmoGIRL!, inserendosi come alternativa più sofisticata e con una maggiore credibilità nel mondo della moda.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se le riviste concorrenti si concentravano su problematiche sentimentali e simpatici test sulla personalità, Teen Vogue grazie al suo diretto legame con Vogue rappresentava la testata più affidabile e desiderata quando si trattava di glamour ed estetica.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel 2014 poi le cose cambiano drasticamente, più o meno. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Fino al 2014 la rivista tiene bene il colpo grazie a un modello di business cartaceo ancora solido, ma con l&#8217;epslosione dei social media è necessario inserirsi nel mondo online, anche se ancora come un complemento al cartaceo, replicando quindi i temi di moda e bellezza presenti nel testo fisico. I temi politici o sociali erano quasi del tutto assenti e se capitava di parlarne si prendevano alla larga, con un tono più che altro leggero o superficiale. Questo perchè aleggiava la convinzione condivisa che il pubblico più giovane non fosse interessato a questioni complesse o sistemiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="472" height="644" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1578.webp" alt="" class="wp-image-51628" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1578.webp 472w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1578-220x300.webp 220w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Nel 2014 avviene la svolta, il cambiamento: da irrilevanza a voce autorevole nel giornalismo progressista. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non un cambiamento graduale, ma una radicalizzazione strategica. La svolta avviene tra il 2014 e il 2017, accellerando nel 2016 dopo le elezioni presidenziali statunitensi.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Partiamo dal presupposto che il magazine stava perdendo la sua autorevolezza in quanto a consigli di moda e stile. Arrivano i primi <em>fashion blog</em> e i veri pionieri degli influencer, quindi non c&#8217;era più l&#8217;esigenza di una rivista cartacea che dettasse cosa era o non era di moda. Ci si voleva sentire più che altro visti e rappresentati, cosa che Teen Vogue con la sua estetica tradizionale non era sicuramente in grado di fare.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Condé Nast si rende conto della criticità e capisce che per sopravvivere nella nuova era digitale mantenendo il proprio pubblico super young deve offrire qualcosa che i blog o le riviste concorrenti non offrivano: profondità e attivismo. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La figura chiave di questa trasformazione è Elaine Welteroth nominata Editor-in-Chief nel 2016. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il cambiamento parte da una nuova strategia resa più inclusiva, promuovendo argomenti di inclusività radicale e intersezionalità. Il tutto celebrando staff member, editor e modelli che riflettevano la diversità della Gen Z. Allo stesso tempo si assiste a un ridefinizione del concetto di moda e bellezza, non più come semplici vezzi estetici, ma come strumenti di espressione e di identità politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="459" height="575" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1580.jpeg" alt="" class="wp-image-51630" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1580.jpeg 459w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1580-239x300.jpeg 239w" sizes="(max-width: 459px) 100vw, 459px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Teen Vogue inizia quindi a trattare questioni sistemiche con la stessa serietà e il linguaggio diretto utilizzato per i consigli di stile. Se prima si affrontava il tema della politica con articoli generici o interviste a First Lady, ora si leggevano analisi dettagliate di riforme sanitarie e leggi discriminatorie. Sulla salute non ci si concentrava più su consigli per una dieta perfetta e l’esercizio fisico, ma si inseriscono approfondimenti sulla salute mentale, sulla lotta allo stigma e sui diritti riproduttivi. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il momento clou della radicalizzazione di Teen Vogue arriva nel dicembre 2016: “Donald Trump is gaslighting America”. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gelo. Sulle pagine dove si leggeva di tacchi a spillo e modelle magrissime ora si iniziano a leggere opinioni taglienti e sentitissime. L’articolo scritto da Lauren Duca diventa virale in tutto il mondo, ottenendo una risonanza che andava ben oltre il target a cui si ambiva. C’era finalmente la prova che una testata storicamente leggera e frivola era ora in grado di trattare temi politici complessi, con un’acuità e una serietà che risultavano carenti in molti dei media tradizionali.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Teen Vogue si rese conto che la Gen Z non vedeva più la politica e l’attivismo come argomenti lontani dal proprio quotidiano, ma anzi, come parte integrante della propria identità e del consumo culturale. Inoltre questi concetti spesso accademici e complessi venivano espressi con linguaggio diretto, accessibile e decisamente accattivante per i giovani, anche attraverso i social.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La rivista ottiene anche l’attenzione e il rispetto di giornalisti e accademici, elevando così il suo status da semplice magazine di moda a commentario politico serio. Simbolicamente Teen Vogue ha rappresentato la coscienza politica di Condé Nast. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Poi nel novembre 2017 la rivista smette di essere pubblicata, causa la forte mancanza di entrate pubblicitarie che potessero coprire i costi elevati di stampa e distribuzione. I budget erano ora massivamente spostati sui media digitali. E così fa Teen Vogue, ma anche online il magazine continua a subire forti pressioni finanziarie. Poi nel 2018 Elaine Welteroth lascia il suo posto da direttrice, lasciando dietro di sé un certo senso di instabilità direzionale.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il pensiero era sempre lo stesso: ridurre i costi. Quindi taglio al personale, arrivando perfino all’unione dello stesso con il team editoriale di Allure e altre pubblicazioni del gruppo. Inutile dire che il magazine ha vissuto certe sfide internamente e anche pubblicamente, andando a minare sempre più il senso di stabilità della testata. Nel 2021 arriva la nuova direttrice, Alexi McCammond, la quale solo dopo pochi giorni è costretta dimettersi per l’emergere di vecchi tweet razzisti e omofobi scritti quando era adolescente. Furono le proteste del personale e del pubblico a portare le sue dimissioni immediate.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="800" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1581.png" alt="" class="wp-image-51632" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1581.png 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1581-480x768.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Teen Vogue da promotrice della cultura call-out ora ne diventa involontariamente vittima, segno di una certa contraddizione tra l’immagine e la realtà delle cose. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oggi Teen Vogue non esiste più, o meglio, non esiste più la versione originale. A novembre di quest’anno l’annuncio: Vogue assorbe la testata più giovane. Per i giornalisti politicamente e socialmente attivi questo ha rappresentato una sconfitta, la fine di un’era e il ritorno di fiamma di spiriti più conservatori, meno aperti al dialogo e al confronto. Gli inserzionisti tendono ad evitare argomenti politici polarizzati e i vecchi marchi di massa preferiscono girare la testa verso altri lidi meno esposti e più in linea con un’idea di Brand Safety. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ancora oggi Condé Nast è rinomata per la sua razionalizzazione delle risorse: se ci sono prodotti dello stesso marchio che trattano temi politici e sociali con la stessa efficacia (cosa tutta da vedere e confermare) l’esistere di un marchio separato come Teen Vogue è vista più come una duplicazione superflua di costi operativi, più che un prodotto funzionale e affermato. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Inoltre per quanto se ne dica Condé Nast tutt’ora si occupa di lusso ad altro margine per cui non è difficile capire che i fondi tendono a migrare in massa verso ciò che genera il massimo ritorno sui capitali sacrificando ahimè, i pesci più piccoli (che lo siano davvero?). </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Si è anche esaurito il modello di outrage: il successo del 2017 si basava sulla sorpresa e la forza di un tono politico dalla bocca meno sospetta, oggi tutti si occupano di politica e società. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Si riduce così la sua iconicità e il pubblico della Gen Z ha iniziano a preferire l’autenticità dei creatori sui social media e delle newsletter indipendenti, storcendo il naso di fronte a opinioni firmate da grosse case editoriali. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Insomma, anche per fare politica ci vuole un certo tipo di tenore. Della serie, delle elezioni puoi parlare, l’importante è che sulla pagina successiva la pubblicità della grande casa di moda, altrimenti siete pregati di abbassare i toni. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La plausibile e percepita chiusura di Teen Vogue rappresenterebbe la vittoria del capitalismo sulla cultura oltre che la sconfitta degli spazi di libertà d’espressione in un momento in cui le cose sembrano chiare, ma nessuno ne parla davvero. </p>
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		<title>Giovani stanchi di avere coinquilini. L’indipendenza è bella, ma costosa </title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/09/05/giovani-stanchi-di-avere-coinquilini-lindipendenza-e-bella-ma-costosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Gallazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2025 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[casa da solo]]></category>
		<category><![CDATA[coinquilini]]></category>
		<category><![CDATA[fuori sede]]></category>
		<category><![CDATA[genZ]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 52% dei giovani europei che abita con dei coinquilini preferirebbe vivere da solo: un desiderio utopico destinato a realizzarsi soltanto dopo il matrimonio o con un botta di … alla lotteria Convivere e avere coinquilini può essere fantasticamente divertente oppure terribilmente disastroso. Quando si spartiscono gli spazi vitali con qualcuno, che non sia un [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il 52% dei giovani europei che abita con dei coinquilini preferirebbe vivere da solo: un desiderio utopico destinato a realizzarsi soltanto dopo il matrimonio o con un botta di … alla lotteria</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Convivere e avere coinquilini può essere fantasticamente divertente oppure terribilmente disastroso.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Quando si spartiscono gli spazi vitali con qualcuno, che non sia un genitore o un fratello o una sorella (Gente con cui non siamo cresciuti in casa, insomma), <strong>ciò che rischia di compromettersi </strong>veramente non <strong>è</strong> tanto un’amicizia o un rapporto interpersonale, ma <strong>la sanità mentale.&nbsp;</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Niente ironia, né battute, la pura e semplice verità è che bisogna avere cura del proprio benessere psicofisico, prima di arrivare all’esaurimento. Vivere con un estraneo è una sfida con noi stessi, una prova di adattamento, un modo per conoscerci più a fondo e scoprire dei lati del nostro carattere di cui eravamo ancora all’oscuro. Si diventa migliori e si cresce. Niente paura però, non ci sono solo litigi e problemi all’ordine del giorno. Come potete immaginare, qualcosa in comune avremo con “<em>costui”</em> con cui dividiamo l’appartamento, che, come noi, ha deciso di andare via di casa per costruirsi un futuro migliore.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Spesso si dice<em> “Trovare un buon coinquilino è come fare terno al lotto”</em>. Beh, vi posso assicurare che non è sempre così. Ad esempio: a me è andata bene.&nbsp;</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Essendo stata io fuori-sede per tre anni durante l’università, ed essendomi poi radicata nella frenetica Milano, ho condiviso l’appartamento con un ragazza di un’altra città, che fino a quel momento non conoscevo e avevo scoperto su Instagram che avrebbe frequentato la mia stessa Accademia. Dopo aver scambiato due messaggi ed esserci incontrate dal vivo, giusto per assicurarci che non fossimo due pazze squilibrate, la ricerca della casa ha avuto inizio. Un appartamentino dotato di bagno, cucina e una stanza sola per entrambe. Sono stati tre anni piacevoli. Frequentando le stesse amicizie e avendo una <em>“vita simile”</em> la convivenza andava alla grande: pranzi e cene insieme, momenti di studio e condivisione del taxi al ritorno di una serata.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"> In seguito a qualche <em>misunderstanding</em> iniziale, d’obbligo per chiarirsi (Volete dirmi che c’è gente a cui non succede?! Impossibile, ve lo assicuro) tutto è filato liscio. Dopo l’università, ognuna con i propri impegni, forse andava ancora meglio: chi entrava, chi usciva, non ci si dava neanche il minimo fastidio. Ma ecco che dopo un po’ di tempo la voglia di avere sempre più spazi tutti per sé iniziava a farsi sentire. Amicizie diverse e necessità diverse. E così adesso si è ugualmente amiche, ma a distanza di un piano, con una porta d’ingresso come <em>separé</em>.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="735" height="490" data-id="46550" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/09/a6b31cad780a174ec5329a7a0e3b7e8f.jpg" alt="Giovani stanchi di avere coinquilini. L’indipendenza è bella, ma costosa" class="wp-image-46550" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/09/a6b31cad780a174ec5329a7a0e3b7e8f.jpg 735w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/09/a6b31cad780a174ec5329a7a0e3b7e8f-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 735px, 100vw" /></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center">Questo per dirvi che la convivenza non è poi così orribile come si pensa, ci sono pro e contro, ma in età post-adolescenziale/universitaria avere un coinquilino con cui convivere avventure e sventure ti forma come persona e come adulto</h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’unico rischio di vivere con un amico potrebbe essere rovinare un’amicizia, perché tutto è fantastico quando alle superiori ci si incontra ogni pomeriggio dopo scuola con il compagno di banco, in discoteca insieme, in biblioteca insieme, ovunque insieme. Ma vivere con qualcuno è una cosa totalmente diversa, ognuno ha le sue abitudini. È più facile litigare con qualcuno con cui si è in confidenza, mentre se si è con un estraneo, almeno all’inizio, si cerca di evitare di entrare con il piede di guerra e, invece, chiarirsi con le migliori maniere.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Forse quando non c’erano gli smartphone, i computer e i device, era sicuramente più apprezzato avere dei coinquilini, rispetto ad oggi.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">C’è poi chi, ancora a casa dei genitori, sogna di avere un’esperienza di <em>coinquilinaggio</em>, immaginandola soltanto come: spasso, feste e divertimento, tutto rose e fiori, ma non è esattamente così…</p>



<h5 class="wp-block-heading has-text-align-center">Giusto per raccontarvene alcune:&nbsp;</h5>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’esperienza bagno</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Appropriarsi del bagno spesso può diventare un’impresa, la mattina, all’ora di punta. Pensate condividere una casa con altre tre o quattro persone e avere soltanto una toilette…</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non disturbare i vicini di stanza</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Due possono essere le situazioni: cercare di avere momenti intimi con qualcuno che avete ospitato e provare a non disturbare i coinquilini, oppure al contrario, essere quello che non vuole essere disturbato. Esempio: torni a casa, stanco, dopo un’intensa giornata di lavoro e i tuoi coinquilini stanno danno il party del secolo con 4794268 invitati sbronzi e eccitati… non proprio quello speravi.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Turni pulizie e spazzatura</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Forse il problema maggiore quando si parla di sopravvivenza con dei coinquilini è il discorso ordine e pulizie. Se si è in tanti è bene progettare una tabella con i vari turni e le mansioni. Se queste non verranno rispettate, allora si che potrebbe scatenarsi un vero inferno.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tolto il fatto che spesso avere una stanza condivisa, in un appartamento con altre tre persone, un solo bagno (In quattro), a Milano, può arrivare a costare fino a 600/700 euro al mese… <strong>condividere rimane comunque una bella opzione (Fino ad un certo punto)</strong></p>



<h6 class="wp-block-heading has-text-align-center">In Europa più della metà dei giovani vorrebbero non avere coinquilini</h6>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A questo proposito, è emerso da un recente sondaggio condotto da <strong><em>HousingAnywhere</em></strong>, una delle principali piattaforme europee di affitti a medio termine, che <strong><em>in Europa il sogno del 52% di studenti è avere un appartamentino tutto per sé, dove fare ciò che si vuole, senza limitazioni, né troppi sbattimenti.</em></strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Vogliamo lasciare il lavello <em>stracolmo</em> di piatti? Vivendo da soli si può fare. Non abbiamo tempo di fare le pulizie, nonostante la casa sia un disastro? Senza coinquilini nessuno rompe le scatole. Vogliamo tornare a casa la sera e lanciare letteralmente i vestiti sulla scrivania? Da soli si può (Sembra una specie di slogan di protesta politica esposto nelle piazze durante le manifestazioni, ma il concetto lo avete capito tutti, vero?!)&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo lo studio, le percentuali variano da Stato a Stato: nei Paesi Bassi sono il 60% coloro che vorrebbero avere una casa propria; in Germania il 56%, in Italia il 47% e in Spagna il 46%. Più o meno siamo tutti sulla stessa barca.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Alcune soluzioni</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A fronte di tutte queste problematiche si è sviluppato un nuovo fenomeno, quello del <strong><em>cohousing</em></strong>, ossia spazi privati, ma con servizi in comune. Oltre a <a href="https://www.adlmag.it/2025/05/05/roommate-matching-ed-esperienze-da-incubo/">un sito, creato da uno studente di Bristol, per trovare il match perfetto tra coinquilini.</a></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E voi, se poteste decidere, preferireste soli o mal accompagnati?&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="981" data-id="46551" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/09/ccc44d53873c8939e6cef7f19c27a384.jpg" alt="Giovani stanchi di avere coinquilini. L’indipendenza è bella, ma costosa" class="wp-image-46551" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/09/ccc44d53873c8939e6cef7f19c27a384.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/09/ccc44d53873c8939e6cef7f19c27a384-480x640.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagini: Pinterest</p>
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		<title>Giovani rivoluzionari: l’insoddisfazione giustificata del presente</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/08/27/giovani-rivoluzionari-linsoddisfazione-giustificata-del-presente/</link>
					<comments>https://www.adlmag.it/2025/08/27/giovani-rivoluzionari-linsoddisfazione-giustificata-del-presente/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Aug 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Cameriere]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Maturità]]></category>
		<category><![CDATA[ristorazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Boicottando i sistemi tradizionali, rifiutando i lavori quando sottopagati, i giovani di oggi applicano una rivoluzione contro il presente con la speranza di un futuro migliore. “Ai miei tempi era molto più difficile e non si lamentava nessuno, ah voi giovani!”. Ecco, questa è una di quelle frasi che se siete come me, nel fior [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.adlmag.it/2025/08/27/giovani-rivoluzionari-linsoddisfazione-giustificata-del-presente/">Giovani rivoluzionari: l’insoddisfazione giustificata del presente</a> proviene da <a href="https://www.adlmag.it">AdL Mag</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Boicottando i sistemi tradizionali, rifiutando i lavori quando sottopagati, i giovani di oggi applicano una rivoluzione contro il presente con la speranza di un futuro migliore. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>Ai miei tempi era molto più difficile e non si lamentava nessuno, ah <a href="https://www.adlmag.it/2025/08/02/giovani-e-fraintesi-sfoghi-di-una-vita-complicata/">voi giovani</a></em>!”. Ecco, questa è una di quelle frasi che se siete come me, nel fior fiore dell’età nell’era delle nuovi generazioni, avrete sentito dire almeno una volta. L’unica risposta possibile, vi avviso, è una calorosa pacca sulla spalla e una bacchettata sulle mani per non aver detto nulla.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma perchè non avete detto nulla?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Voglio dire, ma come può essere un vanto dire che le cose prima erano più difficili? A parte dire che mi dispiace io non saprei come rassicurarvi. Male che non abbiate detto nulla, magari adesso sareste meno nervosi e ci sarebbe un panorama economico-sociale molto più equo. Possibile? </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Con la scusa che tutto prima era più difficile, non cambierebbe assolutamente nulla. Invece, è giusto sovvertire le cose se non vanno bene, ma non perchè siamo pigri e vogliamo lavorare un quantitativo di ore umanamente igienico che ci permetta di avere una vita oltre l’orario di lavoro, ma perchè è giusto correggere ciò che non funziona.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">E’ evidente che la Gen Z stia ridefinendo le regole di interazione con le istituzioni e il mondo del lavoro. E va benissimo così. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nell’ultimo periodo sono diversi i casi che hanno fatto scalpore. Pensiamo all’ondata di rifiuti per l’esame orale della Maturità 2025. Questo avvenimento non deve essere letto come “<em>i giovani non hanno più voglia di fare niente, quando possono usano una scorciatoia”</em>. Piuttosto andrebbe letto come “<em>i meccanismi di valutazione scolastici, l’eccessiva competitività e la mancanza di empatia del corpo docente ha portato molti studenti a rifiutare l’orale in segno di protesta”.</em> Un po’ diverso, no?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gli studenti che quest’anno hanno deciso di rifiutare di sostenere l’esame hanno raccontato di un forte senso di delusione verso l’istituzione scolastica e lo stesso esame di Maturità. Uno dei ragazzi racconta: “<em>mi è dispiaciuto che la preside del mio istituto mi abbia bollato come uno sfaticato. Credo che ciascuno debba sempre mettersi in discussione</em>. <em>Sono deluso da chi dovrebbe guidarci, dagli adulti, e dal fatto che la scuola sia ormai diventata un luogo in cui si trasmettono solo nozioni. C’è molto su cui riflettere”. </em></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un’altra studentessa racconta di come, a suo parere, la scuola andrebbe ripensata, sia nel rapporto con i professori sia nel modo in cui viene incentivata la competitività e gli studenti spersonalizzati. </h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="660" height="378" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2162.jpeg" alt="" class="wp-image-46141" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2162.jpeg 660w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2162-480x275.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 660px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Skuola.net </figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>I docenti non guardano come sta lo studente davvero. Sono solo interessati al voto e questo crea molta competitività”. </em>Racconta di essersi confrontata assieme ad altri suoi compagni con alcuni docenti, con altri non è stato possibile. Alcuni, spiega, hanno provato a cambiare, senza però riuscirci.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Parliamoci chiaro: il sistema scolastico italiano è strutturo in modo decisamente gerarchico sia nelle classi, che nella progressione di carriera degli insegnanti. Ecco che si sviluppano le dinamiche di potere che finiscono per rendere sgradevoli i rapporti umani, arrivando a episodi di abuso, clima di terrore e umiliazioni reciproche. Pensiamo anche solo al concetto di stress, una componente considerata naturale parte del percorso di studi. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Gli insegnanti entrano in classe con la consapevolezza che gli studenti non abbiano voglia di fare nulla se non caos. Per entrambi vige l’idea che qualsiasi cosa si faccia non cambierebbe nulla.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La risposta delle istituzioni? “<em>Hanno fatto un gesto folcloristico a livello mediatico, il loro è stato un modo per mettersi in evidenza”</em>, commenta il presidente di Anp Roma. “<em>L’anno prossimo chi boicotterà l’esame sarà semplicemente bocciato”</em>, replica il ministro dell’Istruzione. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2164-1024x682.png" alt="Giovani " class="wp-image-46142" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2164-980x653.png 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2164-480x320.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via Demografica | Adnokronos</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ora, ripensate al punto che gli studenti hanno cercato di dimostrare, rileggete queste reazioni e sono sicura che capirete benissimo il problema dove sta. (Spoiler: alla base)</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In ogni caso, secondo regolamento, se ci si siede all’esame orale di Maturità con un punteggio di almeno 60, è possibile non sostenere l’orale e superare lo stesso l’anno. Ma questo sembrerebbe non essere sufficiente…</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Parliamo poi del mondo del lavoro. Rimanendo nell’ambito della Gen Z, uno dei lavori più ricorrenti tra i giovani, aldilà del babysitter, è sicuramente quello del cameriere.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Dentro le mura dei ristoranti migliaia di giovani e lavoratori si trovano a dover fare i conti con orari massacranti, retribuzioni inadeguate e contratti poco chiari. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tutto questo nonostante il settore della ristorazione sia una parte importante dell’economia del nostro paese. Il problema principale rimane quello dello stipendi. Spesso, sopratutto per i giovani, i compensi orari possono arrivare perfino sotto i 5 euro l’ora. Una retribuzione che non è assolutamente sufficiente a coprire la fatica fisica e mentale richiesta.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo le stime circa il 40% dei lavoratori nella ristorazione percepisce uno stipendio che non supera i 1.100 euro al mese, con picchi negativi sopratutto nelle grandi città, dove ovviamente il costo della vita è più alto. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="480" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2166-1024x480.jpeg" alt="Giovani" class="wp-image-46144" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2166-1024x480.jpeg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2166-980x459.jpeg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2166-480x225.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /><figcaption class="wp-element-caption">Photo via IlSussidiario.net</figcaption></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dobbiamo considerare poi anche la terribile piaga del lavoro in nero o parzialmente in nero. Nelle piccole attività o nei pressi di quelle che sono zone turistiche, i giovani sono assunti con contratti irregolari o con part-time “fittizi”. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Nel caso di stagisti e apprendisti le cose vanno peggio: sfruttati per mansioni e orari che dovrebbero spettare a personale qualificato. Il tutto senza ricevere nemmeno la giusta formazione, oltre che una pessima paga. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ecco che si sentono le lamentele dei ristoratori: “<em>i giovani di oggi non hanno più voglia di lavorare, noi ristorante del centro non riusciamo a trovare dipendenti”. </em>Poi, vai a vedere il contratto proposto e ti ritrovi davanti un contratto di 40 ore a 450 euro, con giusto un giorno di riposo. Beh, caro Gianfranco, menomale non trovi nessuno, sarebbe preoccupante il contrario. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se poi gli dici qualcosa “<em>eh ma se uno ha bisogno di lavorare accetta lo stesso”.</em> Ma perchè? Così che tu possa perpetrare un’illegalità? Così che tu possa continuare a sfruttare la gioventù di qualche sfortunato? Magari anche no.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">I social aiutano poi a dare un potere di “accountability” che prima nessuno aveva il coraggio, forse, di prendere in mano. </h3>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-tiktok wp-block-embed-tiktok"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="tiktok-embed" cite="https://www.tiktok.com/@linquistore/video/7525635767314468118" data-video-id="7525635767314468118" data-embed-from="oembed" style="max-width:605px; min-width:325px;"> <section> <a target="_blank" title="@linquistore" href="https://www.tiktok.com/@linquistore?refer=embed">@linquistore</a> <p></p> <a target="_blank" title="♬ suono originale - L'inquistore" href="https://www.tiktok.com/music/suono-originale-7525635719847627542?refer=embed">♬ suono originale &#8211; L&#8217;inquistore</a> </section> </blockquote> <script async src="https://www.tiktok.com/embed.js"></script>
</div></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Con i social media è possibile aggirare le gerarchie tradizionali e creare un’opinione pubblica istantanea, che come sappiamo non perdona. Vengono esposti contratti non conformi, orari eccessivi non retribuiti e condizioni di lavoro degradanti. Ecco perchè poi troviamo in <em>auge</em> fenomeni come il “quiet quitting”, che vede una volontaria riduzione dell’impiego al minimo indispensabile, rifiutando straordinari non pagati o di assumersi responsabilità extra. Anche qui c’è una dinamica di aziendalismo su cui dovremmo stendere un velo pietoso, ma andiamo oltre. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La Gen Z, ma non solo, sta reagendo alle pessime condizioni di lavoro con una varietà di strategie. Proteste organizzate e azioni individuali, si manifesta una profonda insoddisfazione e un cambio di valori rispetto alle generazioni precedenti. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">I giovani, poi, stanno mostrando una crescente disaffezione per il concetto di “carriera a tutti i costi”, idea cardine invece delle generazioni precedenti.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La stabilità economica non è più l’unico obbiettivo e quindi il benessere psicologico, la flessibilità e un lavoro con un senso diventano le nuove priorità. Ecco che lo stipendio nel ristorante a 4 euro all’ora non basta più e invece di accontentarsi si punta il dito contro chi dovrebbe prendersi le responsabilità di questo sfruttamento. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per cui, la prossima volta che qualcuno vi ricorda che ai suoi tempo era pure peggio, ricordategli che a voi non interessa e che il presente, se possibile, assieme al futuro devono essere migliori, a prescindere. Questo con la speranza di poter dire alle generazioni future “<em>anche ai miei tempi si stava bene”</em>.</p>
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		<title>La nuova emigrazione italiana: giovani, chi parte e perché</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/06/24/la-nuova-emigrazione-italiana-giovani-chi-parte-e-perche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Soba]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[genZ]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[millenials]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un racconto tra numeri, giovani aspirazioni e futuro L’Italia sta vivendo una nuova stagione migratoria, caratterizzata da cifre senza precedenti negli ultimi dieci anni. Secondo l’ISTAT, nel 2024 ben&#160;155.732 italiani&#160;hanno lasciato il Paese, un aumento significativo rispetto ai&#160;114.057 del 2023, segnando il livello più alto dal 2014. In totale, tra il 2023 e il 2024 [&#8230;]</p>
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<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><em>Un racconto tra numeri, giovani aspirazioni e futuro</em></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’Italia sta vivendo una nuova stagione migratoria, caratterizzata da cifre senza precedenti negli ultimi dieci anni. Secondo l’ISTAT, nel 2024 ben&nbsp;<strong>155.732 italiani</strong>&nbsp;hanno lasciato il Paese, un aumento significativo rispetto ai&nbsp;<strong>114.057 del 2023</strong>, segnando il livello più alto dal 2014. In totale, tra il 2023 e il 2024 si stimano&nbsp;<strong>270.000 espatri</strong>, con un aumento del 39% rispetto al biennio precedente.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="332" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/18bc9b0b2dfc5c27f81875c3ef2ba878.jpg" alt="" class="wp-image-42346" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/18bc9b0b2dfc5c27f81875c3ef2ba878.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/18bc9b0b2dfc5c27f81875c3ef2ba878-480x319.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tra le cause principali di questa nuova ondata migratoria, la stagnazione economica e un mercato del lavoro poco remunerativo, con un divario crescente tra salari e inflazione, spingono sempre più giovani qualificati, spesso laureati, a cercare fortuna all’estero. L’<strong>Osservatorio CPI</strong>&nbsp;sottolinea che il 57% degli emigranti ha tra i&nbsp;<strong>18 e i 34 anni</strong>, e il 26% è laureato, evidenziando una vera e propria fuga di cervelli.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Il volto di chi parte: giovani generazioni e genere</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il profilo degli espatriati si sta evolvendo: non più semplice manodopera, ma professionisti e giovani in cerca di nuove opportunità. Il paradosso è che la crisi demografica italiana, con nascite ai minimi storici (1,25 figli per donna nel 2023), rischia di aggravarsi se le migliori menti continuano a lasciare il Paese.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La componente di genere merita attenzione: sebbene l’emigrazione italiana sia leggermente maschile, l’ultimo triennio ha visto una crescente partecipazione femminile, in particolare tra le donne sotto i 30 anni, attratte dalle nuove opportunità professionali e da una maggiore indipendenza.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="333" data-id="42347" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/58fcb439c3241ee424d9042c7453342b.jpg" alt="" class="wp-image-42347" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/58fcb439c3241ee424d9042c7453342b.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/58fcb439c3241ee424d9042c7453342b-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="285" data-id="42348" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/98c8905a4905312a859e31430d3b4231.jpg" alt="" class="wp-image-42348" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/98c8905a4905312a859e31430d3b4231.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/98c8905a4905312a859e31430d3b4231-480x274.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La Spagna: nuova patria del sogno italiano</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tradizionalmente Germania e Regno Unito erano le mete preferite, ma nel 2024 la&nbsp;<strong>Spagna</strong>&nbsp;si è imposta come destinazione prediletta: il 12,1% degli emigrati italiani ha scelto le città spagnole, avvicinandosi alla Germania (12,8%).</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Sono soprattutto<a href="https://www.adlmag.it/2025/05/11/vuoto-interiore-giovani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> giovani</a> tra i 25 e i 35 anni, spesso con solide qualifiche, che vedono nella Spagna non più solo una tappa, ma una nuova patria possibile. Questo grazie a un mercato del lavoro dinamico nei servizi e a condizioni climatiche e culturali attraenti. La ricerca “Vado. Voy a volver o me quedo?” sulla comunità emiliana nella Comunità di Madrid descrive un fenomeno pervasivo: un’emigrazione già strutturata, accompagnata da associazionismo, voglia di radicarsi e una nuova italianità all’estero.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="333" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/b54bc8e8808b61823c051b9be57bdfb6.jpg" alt="" class="wp-image-42352" style="width:455px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/b54bc8e8808b61823c051b9be57bdfb6.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/b54bc8e8808b61823c051b9be57bdfb6-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Implicazioni e riflessioni</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La crescita dell’emigrazione crea un doppio vulnus: da una parte, il&nbsp;<strong>brain drain</strong>, ovvero la perdita di capitale umano; dall’altra, la trasformazione sociale interna, con una comunità che invecchia e si svuota. Il flusso più intenso dal Sud, in particolare dalla Calabria, verso il Centro-Nord interno e poi all’estero accentua le disuguaglianze territoriali.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma c’è un lato virtuoso: queste nuove generazioni all’estero creano reti, apprendono nuove competenze, si muovono in reti professionali e associative e lanciano ponti tra Paesi, un potenziale vantaggio per l’Italia se saprà mantenerne i legami e valorizzarne l’esperienza.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="666" data-id="42351" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/bb15d1c9c93c67a7231c31e75ade8329-1.jpg" alt="" class="wp-image-42351" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/bb15d1c9c93c67a7231c31e75ade8329-1.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/bb15d1c9c93c67a7231c31e75ade8329-1-480x639.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" data-id="42350" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/6dfa175eba23fc07c58f42ae16c305b4.jpg" alt="" class="wp-image-42350" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/6dfa175eba23fc07c58f42ae16c305b4.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/6dfa175eba23fc07c58f42ae16c305b4-480x480.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Possiamo dire che: i giovani sono in fuga?</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Si dice che la nuova emigrazione non sia più un fenomeno di massa, ma una corsa di talento. Il rischio è perderlo, ma la speranza è che questa diaspora possa diventare la base di una rinascita internazionale dell’Italia. Se a Madrid, Barcellona o Lisbona nascono nuove generazioni di italiani che pensano in italiano e costruiscono opportunità, forse quel ponte potrà un giorno tornare a supportare il Paese che li ha visti partire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Photocredits: Pinterest</p>
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		<title>La connessione e la sua illusione in un mondo disconnesso</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/06/18/lillusione-della-connessione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci vediamo tutti i giorni, ma non ci incontriamo mai davvero. Nell’epoca della connessione costante, la distanza più grande è diventata quella tra uno sguardo e l’altro Viviamo continuamente giornate frenetiche, accelerate come se fossero impostate su &#8220;x2&#8221;. In questa corsa quotidiana, capita sempre più spesso di non vedere amici cari per settimane, a volte [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ci vediamo tutti i giorni, ma non ci incontriamo mai davvero. Nell’epoca della connessione costante, la distanza più grande è diventata quella tra uno sguardo e l’altro</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Viviamo continuamente giornate frenetiche, accelerate come se fossero impostate su &#8220;x2&#8221;. In questa corsa quotidiana, capita sempre più spesso di non vedere amici cari per settimane, a volte mesi. Eppure, pur non incontrandoci di persona, abbiamo comunque l’illusione di sapere tutto: sappiamo dove sono, cosa stanno facendo, come ‘sembra’ i loro giorni, le loro settimane e la loro vita si stiano evolvendo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come succede? Semplice: tra storie, post e reel, guardiamo e siamo costantemente guardati. È diventata la normalità. Il paradosso? Vediamo più spesso i contenuti dei nostri amici che loro stessi. E viceversa: loro vedono più noi online che dal vivo. Ci ripetiamo &#8220;dobbiamo vederci&#8221;, ma continuiamo a farlo solo virtualmente, attraverso lo schermo. A chi non è mai capitato di scorrere il feed, imbattersi nel post di un amico e pensare: “Ma da quanto non ci vediamo?”. Magari ci lamentiamo di non avere più notizie, ma proprio lì, in quel momento, arriva una storia o una foto che ci ricorda la loro presenza.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Quasi sempre, quel ricordo rimembrato si trasforma in un&#8217;istantaneo e automatico messaggio dall’inevitabile e scontato testo: “Da quanto tempo…! Che mi racconti?”. Eppure, se ci fermiamo a riflettere, ci rendiamo conto che in fondo non sappiamo davvero come stiano, cosa stiano vivendo. Abbiamo solo frammenti, scorci filtrati dalla lente dei social. Vediamo quello che scelgono di mostrarci – che, spesso, è solo una versione idealizzata della realtà. Nonostante questo, ci illudiamo di sapere qualcosa, di esserne in parte partecipi per via dei social. Ed è proprio questo il punto: crediamo di essere vicini, ma forse non siamo mai stati così lontani.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Visti o solo mostrati?</h2>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="632" height="810" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0938.jpg" alt="" class="wp-image-41987" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:409px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0938.jpg 632w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0938-480x615.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 632px, 100vw" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oggi essere esposti è facilissimo. Basta un post, una storia, un reel. Ma essere davvero visti — riconosciuti per ciò che siamo, non solo osservati — è diventato raro. Una differenza che solo negli ultimi anni è emersa con chiarezza, investendo un’intera generazione. Siamo in un costante gioco di sguardi: guardiamo e siamo guardati. Mostriamo porzioni di noi online, pezzi selezionati, addomesticati. Ma offline? Raramente ci sentiamo riconosciuti. Intanto il tempo si contrae. Corriamo da un impegno all’altro, arriviamo a sera esausti. Anche solo pensare di uscire per incontrare qualcuno ci pesa. E allora ci rifugiamo dietro messaggi-filtro:&nbsp;<em>“Stasera sono distrutta, rimandiamo?”</em>,&nbsp;<em>“Facciamo la prossima settimana a pranzo?”</em>&nbsp;— ma poi, davvero li rivediamo? Di solito servono più tentativi, spesso senza esito.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel frattempo, continuiamo a farci vedere. Sui social. È troppo facile dare la colpa a loro o alla vita frenetica. Certo, queste piattaforme riflettono e amplificano un disagio condiviso. Ma c’è qualcosa di più profondo: è cambiato il modo in cui ci relazioniamo. L’amicizia oggi somiglia sempre più a un flusso di comunicati stampa. Lunghi messaggi dove ci si aggiorna “per dovere”, e chi prende l’iniziativa compie un vero e proprio lavoro emotivo. È quella persona che scrive per prima, propone un incontro, tiene in piedi il filo. E poi ci sono gli inevitabili “eh ma potevi aggiornarmi”. Frasi di rito. Ma davvero, a cosa servono? Forse più che mostrarci, stiamo solo cercando nel modo che conosciamo di non essere dimenticati.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L’eccezione del ritrovarsi</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le relazioni intime — quelle vere, autentiche, che durano nel tempo — non passano attraverso uno schermo. Sono quelle che prendono forma nella semplicità di un gesto concreto: una telefonata, un messaggio che non dice solo&nbsp;<em>“come stai?”&nbsp;</em>ma propone un caffè, un incontro reale. Perché certe cose si capiscono solo dal vivo, guardandosi negli occhi. Arthur C. Brooks, in un articolo su&nbsp;<em>The Atlantic</em>, scrive che chi coltiva <a href="https://www.adlmag.it/2024/10/27/amici-per-sempre/">amicizie</a> solide e vive interazioni fisiche frequenti rappresenta oggi un’eccezione. Un’eccezione alla regola del malessere giovanile. Una verità che suona quasi scomoda, perché mette a fuoco qualcosa che la tecnologia non riesce a sostituire: la presenza, quella vera. Che questo malessere esista non è certo un mistero. Spesso è difficile incontrarsi per ragioni concrete: il lavoro, lo studio, i trasferimenti. Ma a volte, anche quando si è fisicamente vicini, ci si scopre lontani. Lontani mentalmente, emotivamente, presi da un mondo online che cattura più attenzione di quanto sembri. Ritrovarsi, oggi, è diventata un’eccezione. Il paradosso è che questa eccezione riguarda la maggior parte di noi.</p>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0939-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-41988" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:409px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0939-1024x683.jpg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0939-980x653.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0939-480x320.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Connessione attraverso lo schermo</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ci siamo abituati ad apparire sempre felici, sempre sorridenti. A mostrare il meglio, a condividere attimi perfetti che spesso non raccontano nulla di ciò che viviamo davvero. In questa continua esposizione, rischiamo di perdere il senso più profondo della felicità: quella che nasce da un momento autentico condiviso con qualcuno, non da un&#8217;immagine filtrata e ritoccata. Scrolliamo per vedere dove sono andati gli altri, con chi, cosa hanno fatto. Ma raramente ci chiediamo cosa stiamo perdendo noi. Il contatto con la realtà, con le emozioni vere, con una dimensione che va oltre la tecnologia — fatta di gesti, di sguardi, di silenzi pieni.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le interazioni digitali, paradossalmente, sembrano aver preso il posto di quelle reali. E questo, se ci fermiamo a pensarci, è inquietante. Oggi diventiamo amici con un&nbsp;segui, ci innamoriamo con un&nbsp;like, e crediamo di conoscere e restare aggiornati sulla vita degli altri attraverso un post. Ma quanto di tutto questo è vero? Forse è arrivato il momento di chiederci: il problema è davvero la tecnologia? O è il modo in cui l’abbiamo lasciata sostituire ciò che di umano c’era nelle nostre relazioni?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Pinterest</em></p>
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		<title>Tra sogno e disillusione: la moda e l&#8217;impatto sui giovani creativi</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/06/14/moda-giovani-creativi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jun 2025 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FASHION]]></category>
		<category><![CDATA[designers]]></category>
		<category><![CDATA[fashion]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La moda incanta con la sua estetica, ma è nel suo lato più oscuro che si misura davvero il coraggio dei nuovi giovani creativi L’industria della moda è un universo affascinante, sospeso tra l’eleganza delle passerelle e le complessità spesso invisibili che si celano dietro le quinte. Dall’esterno, appare come un mondo scintillante fatto di [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La moda incanta con la sua estetica, ma è nel suo lato più oscuro che si misura davvero il coraggio dei nuovi giovani creativi</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’industria della moda è un universo affascinante, sospeso tra l’eleganza delle passerelle e le complessità spesso invisibili che si celano dietro le quinte. Dall’esterno, appare come un mondo scintillante fatto di creatività, bellezza e perfezione. Le luci si accendono sulle sfilate delle maison più iconiche, sui design rivoluzionari, sulle personalità magnetiche che dettano le tendenze. È un palcoscenico che incanta e cattura l’immaginario collettivo. Eppure, dietro questa facciata dorata, si nasconde una realtà ben diversa. Una realtà fatta di pressioni, aspettative elevate e ritmi serrati che spesso mettono a dura prova il benessere psicologico di chi lavora nel settore. Quante volte ci si è soffermati davvero a riflettere su ciò che vivono, interiormente, i giovani creativi che muovono i primi passi nel fashion system? Cosa significa, per loro, confrontarsi ogni giorno con un ambiente tanto stimolante quanto competitivo? La moda non è solo un sogno da indossare: è anche una sfida da affrontare. E conoscere questo lato meno visibile è il primo passo per comprendere fino in fondo l’impatto che ha sulle persone che la rendono possibile.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="829" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0839-829x1024.jpg" alt="" class="wp-image-41696" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0839-829x1024.jpg 829w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0839-480x593.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 829px, 100vw" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il sogno moda che nasconde le sue ombre</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per molti giovani designer, la moda rappresenta un sogno affascinante, alimentato da un’estetica magnetica e da un’innovazione continua. Entrare in questo mondo significa spesso lasciarsi travolgere dall’entusiasmo, dalla voglia di appartenere a un sistema che, visto da fuori, sembra perfetto. È facile idealizzarlo: sfilate spettacolari, abiti scintillanti, feste esclusive e un&#8217;immagine sempre impeccabile. Un incanto che seduce anche chi da tempo ne fa parte, spesso senza accorgersi delle crepe sotto la superficie. Ma presto quella bolla di sapone si rompe. E quando accade, si svela la realtà: un percorso attraente, sì, ma anche complesso e carico di pressioni. Ore infinite di lavoro, frustrazioni costanti, insicurezze che si insinuano. Perché la moda, come ogni altro settore, è un&#8217;industria. Dietro la creatività ci sono numeri, strategie, margini, fornitori, budget. E talvolta, anche ego difficili da gestire.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="749" height="930" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0836.jpg" alt="" class="wp-image-41697" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0836.jpg 749w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0836-480x596.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 749px, 100vw" /></figure>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per chi è all’inizio, il sogno può trasformarsi in una corsa a ostacoli. In un mercato saturo e dominato da colossi globali, l’ossessione per l’originalità, il bisogno di emergere e il confronto continuo con standard altissimi generano un peso psicologico che non può essere ignorato. La creatività, spesso percepita come un dono, può diventare una trappola mentale: paura di non essere abbastanza, timore del fallimento, assenza di mentori e solitudine creativa sono nemici silenziosi ma presenti. A tutto questo si aggiunge il rifiuto, spesso reiterato, da parte delle grandi maison. In un sistema che corre veloce, ogni porta chiusa pesa. E i social media, con le loro vetrine sempre accese, amplificano il confronto, alimentando un senso di inadeguatezza difficile da scrollarsi di dosso. Così, quella visione idilliaca si sgretola. La realtà del fashion system si impone, lucida e impietosa. Disillusione è forse la parola che meglio descrive ciò che molti giovani creativi si trovano a vivere. Ma accanto a questa, emergono anche la frustrazione e il malessere psicologico. Perché dietro ogni bozzetto c’è una persona, e dietro ogni sogno, un percorso che merita ascolto e comprensione.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La figura dello stilista: tra fascino, eredità e visione&nbsp;</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ammettiamolo: il ruolo dello stilista o del direttore artistico esercita da sempre un fascino irresistibile. Nomi leggendari come Gianni Versace, Gianfranco Ferré e Christian Dior non sono stati solo creatori di moda, ma autentici divi, capaci di imprimere un’identità indelebile ai loro marchi. Sono loro ad aver gettato le fondamenta, a definire il codice genetico delle maison che portano il loro nome. Il successo dei grandi brand non si basa unicamente sulla qualità dei capi: ciò che davvero li rende iconici è l’Heritage, la storia, l’identità costruita nel tempo. Ed è proprio lo stilista a modellare l’estetica, i valori e la visione che rendono un brand immediatamente riconoscibile e desiderabile. Con il passare degli anni, diversi designer si alternano alla guida creativa delle case di moda. </p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="858" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0841-858x1024.jpg" alt="" class="wp-image-41698" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" /></figure>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma il cuore del loro compito resta sempre lo stesso: accompagnare l’evoluzione del brand senza snaturarne l’essenza, mantenendone intatta la forza comunicativa e il successo, generazione dopo generazione. La sfida si fa ancora più complessa quando la maison porta il nome del suo fondatore. In questi casi, il ruolo del successore non si limita alla creazione di abiti: richiede la capacità e il coraggio di custodire e reinterpretare un’eredità che nasce da una visione profondamente personale, appartenuta a qualcun altro. Una visione che non può essere imitata, ma solo rispettata e trasformata con sensibilità, intelligenza e rispetto. Ogni designer entra in dialogo con la storia, la interpreta con la propria voce e, allo stesso tempo, la proietta nel futuro.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I nuovi designer possono ancora diventare “i nuovi Valentino”?</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E allora la domanda sorge spontanea: per i giovani creativi e designer di oggi, è ancora possibile raggiungere le vette di maison leggendarie come Valentino, Chanel o Dior? Oppure si tratta di un’aspirazione ormai fuori portata, alla luce dello scenario attuale del sistema moda? Lanciare un nuovo brand e imporsi sul mercato è una sfida tutt’altro che semplice. Anzi, è forse più ardua che mai. Verrebbe quasi da chiedersi: se Valentino Garavani fosse nato oggi, sarebbe riuscito a diventare&nbsp;il&nbsp;<a href="https://www.adlmag.it/tag/maison-valentino/">Valentino</a> Garavani che tutti conosciamo? È lecito dubitarne. Provate a fermarvi un istante e pensare: se vi venisse chiesto quale brand emergente potrebbe, oggi, essere paragonato ai grandi nomi della storia della moda, cosa rispondereste? La risposta non è affatto scontata. Anzi, è difficile perfino immaginare un&#8217;eredità simile nascere nei tempi moderni. Eppure, ciò che potrebbe davvero distinguere i nuovi stilisti è un approccio radicale, autentico, libero dai vecchi schemi. Solo così si può sperare non solo di emergere, ma di sopravvivere in un settore competitivo e in continua trasformazione.&nbsp;</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="981" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0845.jpg" alt="" class="wp-image-41699" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0845.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0845-480x640.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oggi più che mai, ai creativi viene chiesto di essere anche comunicatori, strateghi, narratori. Le piattaforme digitali – da Instagram a TikTok – non sono più semplici vetrine: sono diventate strumenti di branding, luoghi in cui costruire una voce, una comunità, un’identità. Alcuni le definiscono addirittura le nuove passerelle. Ma, al di là dei mezzi, la domanda di fondo resta:&nbsp;è ancora possibile arrivare ai livelli delle grandi maison del passato?<strong>&nbsp;</strong>E per un giovane designer,&nbsp;qual è l’obiettivo oggi?&nbsp;Diventare direttore creativo di un brand affermato? Creare qualcosa di totalmente nuovo? Oppure questa, più che una scelta, è l’unica via possibile per rimanere in gioco? Forse la moda di oggi non chiede di replicare i miti del passato, ma di scrivere storie diverse, più agili, più veloci – ma non per questo meno significative.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Quando la creatività deve scendere a compromessi</h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="672" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0838-672x1024.jpg" alt="" class="wp-image-41700" style="aspect-ratio:1;object-fit:cover;width:385px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0838-672x1024.jpg 672w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0838-480x732.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 672px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ogni volta che un designer viene nominato direttore creativo di una maison, riceve un incarico tanto prestigioso quanto gravoso: traghettare il brand nel presente, renderlo rilevante, seducente, in sintonia con un pubblico più giovane e internazionale. A volte si chiede loro di rivoluzionare l’identità del marchio, altre volte semplicemente di “svecchiarlo” quel tanto che basta per restare competitivi. Ma cosa succede se le aspettative non vengono soddisfatte? I cambi alla direzione creativa sono ormai all’ordine del giorno, e viene naturale chiedersi: è davvero colpa dei designer, accusati di non essere stati all’altezza del compito? O sono le aspettative – spesso contraddittorie – di chi ai vertici li ha scelti, a risultare irrealistiche?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A questi creativi viene chiesto di innovare, sì, ma senza tradire l’heritage. Di sorprendere, ma senza stravolgere. Di restare fedeli a un’estetica che non è la loro, e che devono comunque far brillare. E così, la libertà di creare – quella spinta autentica che nasce nel profondo, quel desiderio irrefrenabile di esprimere sé stessi attraverso il linguaggio dei tessuti – viene progressivamente soffocata. Quella fiamma, che dovrebbe ardere libera, viene domata e incanalata in uno stile già definito, che appartiene a qualcun altro. Lavorare per una grande maison, per quanto affascinante possa sembrare dall’esterno, significa in realtà entrare a far parte di un’azienda strutturata, con logiche di mercato, obiettivi economici e identità da preservare. E il designer non è solo un creativo: è anche un mediatore, costantemente in equilibrio tra la propria visione e ciò che il brand – e il mercato – richiedono.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma non è forse questa la negazione del gesto creativo nella sua forma più pura? Chi sceglie questa strada lo fa per dare voce a qualcosa di profondo, per materializzare pensieri e immagini che non trovano spazio altrove se non in un abito. Ma se questa libertà viene limitata, incanalata, adattata a una visione che non è la propria… allora viene da chiedersi: dov’è finita la bellezza di questo mestiere?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Pinterest</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><p class="MsoNormal" style="margin: 0cm;font-size: medium;, serif;text-align: justify"></p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.adlmag.it/2025/06/14/moda-giovani-creativi/">Tra sogno e disillusione: la moda e l&#8217;impatto sui giovani creativi</a> proviene da <a href="https://www.adlmag.it">AdL Mag</a>.</p>
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		<title>L’importanza del fallimento</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/03/04/limportanza-del-fallimento/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Successo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che spaventa di più i giovani è il fallimento, ma fallire e mettere da parte la paura è il vero atto rivoluzionario. Era il 1992 quando Jovanotti cantava&#160;I giovani, dando voce alle inquietudini, incertezze e alla paura del fallimento di una generazione sfuggente e spesso fraintesa. Oggi, a più di trent’anni di distanza, la [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Quello che spaventa di più i giovani è il fallimento, ma fallire e mettere da parte la paura è il vero atto rivoluzionario.</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Era il 1992 quando Jovanotti cantava&nbsp;<em>I giovani</em>, dando voce alle inquietudini, incertezze e alla paura del fallimento di una generazione sfuggente e spesso fraintesa. Oggi, a più di trent’anni di distanza, la situazione non sembra cambiata: i giovani continuano a essere oggetto di un dibattito che spesso li esclude, mentre si ignora il loro rapporto con il fallimento. Crescono sentendosi ripetere che tutto è possibile, che ogni sogno può diventare realtà se affrontato con determinazione. Ma la verità è che, spesso, il solo timore di non riuscire a raggiungere quegli obiettivi tanto desiderati genera un senso di fallimento ancor prima di averci provato. E sebbene la paura di fallire sia universale, a soffrirne di più sono proprio loro: i giovani, intrappolati tra aspettative altissime e il timore di non essere mai all’altezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Quando la paura prende il sopravvento</strong></h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="541" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8351.jpg" alt="" class="wp-image-35263" style="object-fit:cover;width:390px;height:340px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8351.jpg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8351-480x519.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’atychifobia è il termine scientifico che descrive la paura intensa e irrazionale del fallimento. Il fallire è quasi sempre visto in modo negativo, associato a dolore e frustrazione. Per evitarlo, spesso si sceglie la strada più sicura, restando ancorati a ciò che è noto e rinunciando a nuove possibilità. Ma questa strategia si rivela controproducente: nel tentativo di proteggersi, si rischia di rimanere intrappolati in un circolo vizioso di auto-sabotaggio.&nbsp;Quando l’ansia per un obiettivo da raggiungere diventa opprimente, entrano spesso in gioco due meccanismi disfunzionali: l’evitamento e il perfezionismo. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’evitamento porta a fuggire dal rischio di fallire, evitando del tutto la sfida e sacrificando così desideri e aspirazioni. Il perfezionismo, invece, spinge a un controllo ossessivo, alla ricerca di un risultato impeccabile, privo di errori. Ma la perfezione è un’illusione irraggiungibile, e il suo inseguimento genera ancora più ansia, frustrazione e senso di inadeguatezza. In entrambi i casi, il timore di fallire finisce per paralizzare, impedendo qualsiasi progresso.&nbsp;Eppure, la storia dimostra quanti fallimenti si sono trasformati in successi. Cristoforo Colombo, convinto di raggiungere le Indie, scoprì invece un nuovo continente. Walt Disney fu ritenuto poco creativo, e Steve Jobs venne licenziato dalla Apple prima di tornarci e rivoluzionare il mondo. Se si fossero lasciati bloccare dalla paura di fallire, oggi non conosceremmo le loro storie. Non tutti i fallimenti sono uguali, ma una cosa è certa: da questi si può sempre ripartire.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Il fallimento come chiave del successo</strong> </h2>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="564" height="797" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8352.jpg" alt="" class="wp-image-35267" style="object-fit:cover;width:390px;height:340px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8352.jpg 564w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8352-480x678.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 564px, 100vw" /></figure>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come sottolinea il filosofo francese Charles Pépin nel suo libro <em>Il magico potere del fallimento</em>, la vera minaccia non è sbagliare, ma smettere di provarci. Il fallimento è parte naturale della vita, qualcosa che prima o poi tutti sperimentano. Eppure, perché fa così paura? Gran parte di questa ansia nasce dal continuo confronto con immagini di successo spesso irraggiungibili, amplificate dai social e dai media. Non è un caso che Instagram sia il social più amato dagli adolescenti: una vetrina di vite perfette, dove sembra non esserci spazio per la sconfitta o l’errore. Vediamo persone che appaiono sempre vincenti, sempre un passo avanti, e se non rispecchiamo quegli standard ci sentiamo automaticamente in difetto. Ma una società che esclude l’errore si priva della possibilità di imparare, di innovare e di trovare nuove soluzioni.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se visto nella giusta prospettiva, il fallimento può trasformarsi in uno degli insegnamenti più preziosi della vita. Lo sa bene Silvio Campara, CEO di Golden Goose, che nel podcast <em>Million$</em> di Joe Bastianich e Tommaso Mazzanti ha affrontato proprio questo tema. Campara ha sottolineato un concetto fondamentale: il fallimento non è una fine, ma un processo di apprendimento e crescita. Cadere e inciampare lungo il percorso può rivelarsi un’opportunità per chi è disposto a coglierla. Il fallimento insegna innanzitutto la tenacia: le persone resilienti sono quelle che, di fronte agli ostacoli, si rialzano e riprovano, anziché lasciarsi abbattere. Ma insegna anche l’umiltà e la gratitudine, aiutandoci ad apprezzare ogni traguardo senza l’ossessione di controllare ogni aspetto della nostra vita.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Liberarsi dalla paura del fallimento è forse uno degli atti più rivoluzionari che si possa compiere. Significa scegliere, con consapevolezza, di mettersi in gioco, di rischiare e trasformare ogni errore in un’opportunità. Perché il vero successo non sta nell’evitare le cadute, ma nel trovare sempre il coraggio di rialzarsi e riprovare. Accettare il fallimento non è una sconfitta, ma il punto di partenza per una crescita autentica.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Pinterest</em></p>
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		<title>Scopriamo chi sono i giovani di Sanremo 2024</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pietro Zuccotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Dec 2023 08:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Sanremo 2024]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La finalissima di Sanremo Giovani del 19 dicembre svela i nomi dei 3 ragazzi/gruppi che gareggeranno all’Ariston con i big. Clara, direttamente da Mare fuori, trionfa e con lei anche i Santi Francesi e i Bnkr44. Ma chi sono i nuovi volti Gen Z di Sanremo 2024? Clara Crazy J dall’IPM di Napoli approda al [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">La finalissima di Sanremo Giovani del 19 dicembre svela i nomi dei 3 ragazzi/gruppi che gareggeranno all’Ariston con i big. Clara, direttamente da Mare fuori, trionfa e con lei anche i Santi Francesi e i Bnkr44. Ma chi sono i nuovi volti Gen Z di Sanremo 2024?</h2>



<h3 class="wp-block-heading">Clara</h3>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="820" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2023/12/500C98F7-8635-4B7C-9E55-370A514317C4-820x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-16181" style="width:394px;height:auto" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Crazy J dall’IPM di Napoli approda al palco dell’Ariston, ma il suo nome è Clara. All’anagrafe Clara Soccini, in arte, semplicemente, Clara è la vincitrice di Sanremo Giovani con Buoulevard. Un talento nato quasi per caso, durante la noia della quarantena, che esplode sul piccolo schermo. Tutti la conoscono per la hit “Origami all’alba” di Mare Fuori e ora tenta di aggiudicarsi anche il palco di Sanremo. Insomma non un nome troppo nuovo per la Gen Z. Un talento, però, molto giovane che ci stupirà, quasi certamente, anche con il look. A Sanremo si presenterà una canzone dal titolo: “Diamanti grezzi”.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Santo Francesi </h3>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2023/12/7E6BAD50-3CFB-47E3-9AD5-BEDD79333C5E-819x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-16182" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Gran ritorno dei gruppi sul palco più importante d’Italia. Tra i giovani che gareggeranno con i big ci sono, infatti, ben due gruppi. Uno di questi arriva direttamente da X-factor 2022: stiamo parlando di dei Santi Francesi. Poeti dall’animo romantico i due ragazzi sono fautori di una musica impegnata che vuole combattere gli stereotipi e raccontare, con gentilezza, l’amore. Alessandro De Santis e Mario Francese vogliono fare una musica che “tratti qualcosa” e questo qualcosa sono temi sociali estremamente centrali per la generazione Z. Il tema dell’educazione sessuale, della mascolinità tossica fatto tutti parte di una poetica che vuole raccontare la condizione della Gen Z. “L’amore in bocca”  è il titolo del brano che il duo porterà a Sanremo 2024.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Bnkr44</h3>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2023/12/348A7B79-26C1-41DE-ABD6-E23C0724009D-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-16183" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2023/12/348A7B79-26C1-41DE-ABD6-E23C0724009D-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2023/12/348A7B79-26C1-41DE-ABD6-E23C0724009D-980x980.jpeg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2023/12/348A7B79-26C1-41DE-ABD6-E23C0724009D-480x480.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritorno della musica Punk si conferma sul palco di Sanremo 2024. Dopo l’annuncio della Sad tra i big, che ha già scatenato non poche polemiche, un’altro gruppo dall’anima punk approda a Sanremo: i Bnkr44. “Ci vediamo a Sanremo figli di un nuovo governo punk” scrivono nella caption del loro ultimo post di instagram dove annunciano la loro presenza in gara a febbraio. Il gruppo giunto direttamente da Empoli è diventato noto al grande pubblico per il featuring “La Verità” nell’ultimo album di Tedua. Nella loro giovane carriera hanno già collezionato una serie di collaborazioni di rilievo come Ghali, Rkomi e la stessa Sad di cui saranno rivali all’Ariston.I Bnkr44 tenteranno la scalata al successo con una canzone il cui titolo è già tutto un programma: “Governo Punk”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo Sanremo di Amadeus (almeno per ora) si conferma un trampolino di lancio di enorme successo per la Gen Z. Lui stesso afferma infatti a Repubblica: “Oggi non c’è ragazzo o ragazza che non segua il Festival di Sanremo, mentre quando sono arrivato il pubblico giovane era poco oltre il 30 per cento. Questo fa ben sperare per il futuro”. </p>



<p class="wp-block-paragraph">foto: Instagram</p>
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		<title>L’impatto social-e di TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaia Simonetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jun 2023 15:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[News ADL]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[LaRepubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qual è l&#8217;impatto social-e della piattaforma sui giovani? Parlano i fatti: TikTok sta riportando le nuove generazioni al piacere dell&#8217;informazione. Iniziamo sfatando un mito: TikTok non è un social network. Come ribadito in più occasioni da Giacomo Lev Mannheimer, HGA di TikTok, la piattaforma si basa su una rete che non è sociale. È legata [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è l&#8217;impatto social-e della piattaforma sui giovani? Parlano i fatti: TikTok sta riportando le nuove generazioni al piacere dell&#8217;informazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Iniziamo sfatando un mito: TikTok non è un social network. Come ribadito in più occasioni da Giacomo Lev Mannheimer, HGA di TikTok, la piattaforma si basa su una rete che non è sociale. È legata ai contenuti. È un algoritmo a scegliere quali sono i contenuti ad hoc &#8220;Per noi&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se non abbiamo scelto di rimuovere il 2020, è facile immaginare come mai quell&#8217;anno abbiano preso vita diverse realtà editoriali digitali &#8211; come the WOM (brand all digital di Mondadori) e Torcha (<em>l’informazioneaffidabile sui social media</em>) &#8211; mentre tutti gli altri si siano dovuti adattare. C&#8217;è anche chi, quell&#8217;anno, ha compreso il ruolo che poteva avere la piattaforma per la propria crescita: dal NY Times oltreoceano a “La Repubblica” in Italia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi ogni realtà editoriale ha il suo format identificativo. Generalmente su TikTok sono le immagini a parlare: brevi video a taglio d’inchiesta, accompagnati da descrizioni, “link in bio” che rimandano ad approfondimenti sul sito web della testata. Nulla che non si vedesse anche prima: leggo il titolo, guardo l’immagine, “mi interessa?”, clicco o passo alla storia successiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene a questo punto da chiedersi: un video qualsiasi su TikTok può essere una fonte affidabile anche se non proviene da un nome importante? La stessa piattaforma ha in diverse occasioni dimostrato che di fronte al silenzio stampa la storia di un vissuto in prima persona può avere un impatto mediatico non indifferente (e da non screditare!). È il caso ad esempio delle proteste scoppiate in Iran a seguito della morte di Masha Amini. In settembre, quando lo Stato iraniano ha completamente censurato il Paese. Per giorni non se n’è parlato, finché, proprio tramite TikTok, alcuni cittadini hanno approfittato dei brevi momenti di non-lockdown per chiedere aiuto tramite video divenuti virali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non dovrebbe essere neanche un tabù che internet sia la fonte di informazione primaria per molti utenti. <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2022/10/20/news/repubblica_conquista_il_primato_su_tiktok__in_un_mese_18_milioni_di_visualizzazioni_video-370770914/">I giornali non sono solo cartacei e le testate sono molto attente al numero di interazioni ottenute online.</a> Le stesse, puntando ad un pubblico sempre più giovane, ad oggi assumono dei creator affinché siano il proprio volto e voce sul social. </p>



<p class="wp-block-paragraph">TikTok si sta quindi rivelando il mezzo con cui i giovani stanno tornando ad interessarsi a cosa succede fuori dal mondo-online. Molti l’hanno giudicata in passato come la “moda del momento” che però, adesso, sembra star mettendo le basi per un nuovo panorama editoriale.</p>
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