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	<title>Gen Z Archivi - AdL Mag</title>
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	<title>Gen Z Archivi - AdL Mag</title>
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		<title>I giovani stanno riaccendendo la magia del cinema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Arcifa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contro ogni previsione la Gen Z sta mantenendo viva l’industria cinematografica Al giorno d’oggi si potrebbe prevedere il declino delle sale cinematografiche. Ci troviamo in un’epoca dominata dall’intrattenimento domestico, dalla normalizzazione dell’isolamento sociale e dall’aumento del costo della vita. I giovani, invece, stanno dimostrando il contrario; inaspettatamente non solo stanno tornando al cinema, ma lo [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Contro ogni previsione la Gen Z sta mantenendo viva l’industria cinematografica</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Al giorno d’oggi si potrebbe prevedere il declino delle sale cinematografiche. Ci troviamo in un’epoca dominata dall’intrattenimento domestico, dalla normalizzazione dell’isolamento sociale e dall’aumento del costo della vita. I giovani, invece, stanno dimostrando il contrario; inaspettatamente non solo stanno tornando al cinema, ma lo stanno trasformando in un fenomeno sociale, culturale e politico. Dopo il crollo degli spettatori durante la pandemia di Covid-19, il settore si sta riprendendo inesorabilmente &#8211; nonostante tutte le improbabilità. Il cinema non è più solo un’esperienza individuale, ma un momento collettivo che va oltre lo schermo.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="772" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-772x1024.png" alt="" class="wp-image-63545" style="width:479px;height:auto" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">I social media come trampolino di lancio</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per i Millennials e la Gen Z i social media sono il principale canale di scoperta dei film. YouTube, TikTok e Instagram sono capaci di generare aspettative e hype, facendo forse un lavoro migliore dei trailer &#8211; che si tratti di un film in uscita o di una pellicola riesumata. I contenuti diffusi su quelle piattaforme, però, non costituiscono una pubblicità. Si tratta di visual che trasportano l’emozione di un film: i giovani vogliono vivere quelle sensazioni in modo tangibile. Per questo motivo scelgono, oggi in modo particolare, di partecipare attivamente. E così, vestirsi di rosa per Barbie è stata una strada presa per estendere e condividere la magia del cinema oltre la sala.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="814" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-814x1024.png" alt="" class="wp-image-63546" style="aspect-ratio:0.7949235082886517;width:421px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-814x1024.png 814w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-480x604.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 814px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un&#8217;esperienza che lo streaming non può sostituire</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La quantità di contenuti disponibili sulle piattaforme streaming oggi è senza precedenti, ma proprio questa abbondanza li ha resi meno significativi. I film sono spesso ridotti ad un semplice rumore di sottofondo, perdendo la loro capacità di coinvolgere lo spettatore. Al contrario, i giovani scelgono di riempire le sale per poter vivere il film come il regista l’aveva concepito.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come ha sottolineato Stellan Skarsgård ai Golden Globe 2026, &#8220;in una sala cinematografica, dove le luci si abbassano e alla fine condividi il battito cardiaco con altre persone, quella è magia&#8221;. Per una generazione che ha vissuto metà della sua vita offline, il cinema rappresenta uno &#8220;spazio terzo&#8221; che è un aspetto importantissimo. Le sale diventano così un luogo dove le persone si riuniscono al di fuori di casa e lavoro e possono staccare la spina.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il potere dell&#8217;arte nell&#8217;era digitale</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il periodo storico in cui viviamo è senza precedenti: il forte desiderio di disconnessione e di una vita più consapevole sembra quasi universale. Rallentare, riconnettersi con la natura, riprendere il controllo del proprio tempo. Negli ultimi anni questo bisogno ha dato vita a nuove tendenze che riprendevano un po’ la vita “offline”, pensate per ridurre l’uso degli schermi e creare connessioni significative. Forse non servono strumenti sofisticati o esperienze estreme per ritrovare un po’ di pace: l’arte, in tutte le sue forme, rimane uno dei rifugi più potenti.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-683x1024.png" alt="" class="wp-image-63548" style="width:423px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-683x1024.png 683w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-480x720.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 683px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><br>Foto: Pinterest</p>
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		<title>Charli XCX is rebuilding Club Culture</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2026/05/21/charli-xcx-club-culture/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicholas Netti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Charli xcx]]></category>
		<category><![CDATA[club culture]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[Rock Music]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra bassi sporchi, nostalgia da dancefloor e glamour post-internet, Charli XCX trasforma il club in un manifesto culturale della Gen Z. La club culture non è mai morta davvero. È rimasta nascosta tra warehouse party illegali, remix caricati alle tre del mattino su SoundCloud e outfit sudati di glitter dopo l’alba. Ma nel 2026 qualcosa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Tra bassi sporchi, nostalgia da dancefloor e glamour post-internet, Charli XCX trasforma il club in un manifesto culturale della Gen Z. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La club culture non è mai morta davvero. È rimasta nascosta tra warehouse party illegali, remix caricati alle tre del mattino su SoundCloud e outfit sudati di glitter dopo l’alba. Ma nel 2026 qualcosa è cambiato: il club è tornato al centro della cultura pop. E il volto di questa rinascita è <a href="https://www.instagram.com/charli_xcx/">Charli XCX</a>. Con “Rock Music”, il suo ultimo singolo, Charli abbandona definitivamente l’idea di pop levigato per entrare in un territorio più sporco, impulsivo e fisico. Non è una canzone costruita per TikTok. È costruita per un seminterrato con le casse troppo alte e il mascara che cola. Un brano che sembra nato dentro una notte infinita a Berlino, Londra o Brooklyn, dove il confine tra rave, moda e performance artistica smette di esistere.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-club-come-nuova-passerella-724x1024.jpg" alt="Il club come nuova passerella" class="wp-image-62263" style="aspect-ratio:0.7070434291606315;width:446px;height:auto" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il club come nuova passerella</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Negli ultimi anni la moda ha inseguito ossessivamente l’estetica del “quiet luxury”: silenzi beige, minimalismo chirurgico, eleganza filtrata. Charli XCX fa l’opposto. “Rock Music” riporta in scena il caos controllato della nightlife: occhiali da sole alle 5 del mattino, top metallici, eyeliner sfocato, pelle lucida sotto le luci stroboscopiche. La sua estetica non cerca la perfezione. Cerca il movimento. È il ritorno del corpo reale dentro la cultura pop, lontano dalle immagini troppo pulite dei social media. Il club diventa quindi una nuova passerella contemporanea, dove il look non deve sembrare costoso ma vissuto. Quasi distrutto. Quasi sudato. Non è un caso che tantissimi brand stiano tornando a guardare il mondo rave e underground come fonte di ispirazione. La nuova moda post-luxury non vuole sembrare irraggiungibile: vuole sembrare viva.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" data-id="62265" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Cage-724x1024.jpg" alt="Cage" class="wp-image-62265" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" data-id="62264" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Rave-724x1024.jpg" alt="Rave" class="wp-image-62264" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">&#8220;Rock Music&#8221; e la fine del pop perfetto</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il titolo stesso è una provocazione. “Rock Music” non è realmente rock nel senso classico del termine. Non ci sono chitarre nostalgiche o riferimenti vintage da Tumblr 2014. Charli usa il concetto di “rock” come attitudine: ribellione, rumore, disordine. La produzione del brano mescola hyperpop, elettronica industriale e beat aggressivi che sembrano collassare su sé stessi. È musica pensata per essere sentita fisicamente prima ancora che capita. E proprio qui si trova il punto chiave della nuova era di Charli: il ritorno dell’esperienza collettiva. Per anni il pop è stato consumato individualmente, dentro schermi verticali e algoritmi. “Rock Music” invece chiede presenza. Chiede sudore. Chiede folla. È una traccia che esiste davvero soltanto quando viene sparata dentro un club pieno di persone.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Makeem-dance-724x1024.jpg" alt="Make'em dance" class="wp-image-62266" style="width:454px;height:auto" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La <a href="https://www.adlmag.it/2026/04/30/gen-z-moda-sostenibile/">Gen Z</a> vuole tornare a ballare</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dopo anni dominati dall’estetica della “sad girl era”, dalla nostalgia Y2K iper-commerciale e dall’ossessione per la performance online, una parte della Gen Z sembra stanca di vivere solo attraverso lo schermo. La nightlife torna allora ad avere un valore quasi politico. Andare in un club oggi significa cercare uno spazio senza algoritmo. Un luogo dove l’identità può diventare fluida, teatrale, eccessiva. Charli XCX capisce perfettamente questa esigenza e la trasforma in linguaggio musicale. Non è solo intrattenimento. È evasione collettiva. È il desiderio di sentirsi parte di qualcosa di reale in un periodo dominato dalla sovraesposizione digitale. Per questo “Rock Music” funziona così bene: non vende una fantasia aspirazionale. Vende presenza emotiva.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" data-id="62268" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Outfit-1-724x1024.jpg" alt="Outfit 1" class="wp-image-62268" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" data-id="62267" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Outfit-2-724x1024.jpg" alt="Outfit 2" class="wp-image-62267" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Dal rave all&#8217;high fashion</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La cosa più interessante della nuova era di Charli è il modo in cui riesce a fondere underground e lusso senza perdere autenticità. Le sue reference visive sembrano prese contemporaneamente da un archivio rave anni ’90 e da una sfilata futuristica. Latex consumato, silhouette aggressive, make-up volutamente imperfetto: tutto comunica energia più che status. È una direzione che sta influenzando anche il fashion system contemporaneo, sempre più attratto da estetiche sporche, notturne e anti-perfezione. La club culture torna così a essere non solo un fenomeno musicale, ma una piattaforma creativa totale. Moda, fotografia, musica e performance si mescolano di nuovo nello stesso spazio, come accadeva nelle sottoculture più radicali del passato.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" data-id="62270" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Sorry-724x1024.jpg" alt="Sorry" class="wp-image-62270" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="724" height="1024" data-id="62269" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2026/05/Charli-ft.-Lorde-724x1024.jpg" alt="Charli ft. Lorde" class="wp-image-62269" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Charli XCX sta costruendo il suono del post-internet</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se il pop degli anni 2010 era ossessionato dalla perfezione digitale, Charli XCX sta costruendo il contrario: un universo sonoro volutamente instabile, rumoroso e umano. “Rock Music” non cerca di rendere tutto armonioso. Vuole creare attrito. Ed è proprio questo attrito a rendere la sua nuova era così rilevante culturalmente. Il club non è più soltanto un posto dove divertirsi: diventa una risposta al burnout digitale contemporaneo. Una specie di rifugio sonoro fatto di bassi, caos e libertà temporanea. In un panorama pop sempre più prevedibile, Charli XCX sceglie invece il rischio. E forse è questo il vero motivo per cui la sua nuova era sembra così potente: perché non prova a essere perfetta. Prova a essere viva.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Fonte: Pinterest</p>
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		<title>Teen Vogue: la fine di una voce politica</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/11/24/teen-vogue-la-fine-di-una-voce-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Emma Sabatini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 17:07:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Condé Nast]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aperta nel 2003, la testata nasce davvero nel 2014 con una svolta politica storica e importantissima. Oggi questa voce si è fatta flebile fino a scomparire, ecco la storia di Teen Vogue. Nel 2003 Condé Nast decide di inserirsi nella vita dei giovani dando vita a una sorta di &#8220;spin-off&#8221; di Vogue. Con l&#8217;obbiettivo di [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Aperta nel 2003, la testata nasce davvero nel 2014 con una svolta politica storica e importantissima. Oggi questa voce si è fatta flebile fino a scomparire, ecco la storia di Teen Vogue. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel 2003 Condé Nast decide di inserirsi nella vita dei giovani dando vita a una sorta di &#8220;spin-off&#8221; di Vogue. Con l&#8217;obbiettivo di creare un trampolino di lancio per i lettori più giovani, nasce Teen Vogue. Un tramite tra la pre-adolescenza e l&#8217;età adulta, momento fatidico per iniziare a sfogliare le pagine del proprio primo giornale di moda.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Inizialmente Teen Vogue era a tutti gli effetti un Vogue in miniatura, sia a livello simbolico che per i suoi contenuti. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gli argomenti erano principalmente gli stessi: alta moda, consigli di bellezza e interviste a giovani celebrità con un tono più leggero, frizzante. Il focus era dedicato interamente all&#8217;estetica e il suo target si componeva di una specifica élite giovanile, decisamente indirizzata verso una cultura del consumo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A dirla tutta, se dovessimo leggere questo avvenimento da un punto di vista sociologico, Teen Vogue aveva la missione di educare le future consumatrici del lusso, seguendo gli standard Condé Nast. Questo perchè la rivista nasceva principalmente per andare a colmare quel vuoto di mercato che lasciava scoperto il target dai 12 ai 18 anni, ma andando a recuperare solo chi si adattava allo standard di lusso e di autorevolezza visiva del gruppo editoriale.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La caratteristica distintiva era il suo formato: più piccolo e portabile, decisamente adatto a un pubblico giovane, in contrasto con le grandi dimensioni della patinata rivista madre.</h3>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="661" height="490" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1579.jpeg" alt="" class="wp-image-51627" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1579.jpeg 661w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1579-480x356.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 661px, 100vw" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nei sui primi anni la rivista funge da maestra, da lifestyle coach a tutta quella schiera di adolescenti a cui veniva insegnato come consumare la moda nel modo giusto. Si mescolava alta moda con marchi più accessibili, appartenenti a quella cerchia di brand che oggi definiremmo fast fashion. Qui si ricreava quella distinzione che Vogue autoimponeva ai suoi lettori: &#8220;<em>se non puoi permetterti Vogue, puoi aspirare a Teen Vogue&#8221;. </em>E quindi, come spesso accade di fronte a questi grandi opposti, non si trova una soluzione, ma si offre un&#8217;alternativa che renda l&#8217;idea.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le copertine, come gli editoriali, vedevano comparire spesso star dI Hollywood e icone della moda, portando avanti un&#8217;estetica decisamente omogena e in perfetta linea con i canoni tradizionali di bellezza. Il desiderio di arrivare a un&#8217;ideale specifico (e spesso abbastanza lontano) si perpetuava con piccole rubriche su come intraprendere una carriera nel mondo della moda, il tutto come una vera e propria guida aspirazionale. (In che senso non vuoi lavorare nella moda?)</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Teen Vogue si distingueva quindi dai suoi principali rivali quali Seventeen e CosmoGIRL!, inserendosi come alternativa più sofisticata e con una maggiore credibilità nel mondo della moda.</h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se le riviste concorrenti si concentravano su problematiche sentimentali e simpatici test sulla personalità, Teen Vogue grazie al suo diretto legame con Vogue rappresentava la testata più affidabile e desiderata quando si trattava di glamour ed estetica.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel 2014 poi le cose cambiano drasticamente, più o meno. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Fino al 2014 la rivista tiene bene il colpo grazie a un modello di business cartaceo ancora solido, ma con l&#8217;epslosione dei social media è necessario inserirsi nel mondo online, anche se ancora come un complemento al cartaceo, replicando quindi i temi di moda e bellezza presenti nel testo fisico. I temi politici o sociali erano quasi del tutto assenti e se capitava di parlarne si prendevano alla larga, con un tono più che altro leggero o superficiale. Questo perchè aleggiava la convinzione condivisa che il pubblico più giovane non fosse interessato a questioni complesse o sistemiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="472" height="644" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1578.webp" alt="" class="wp-image-51628" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1578.webp 472w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1578-220x300.webp 220w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Nel 2014 avviene la svolta, il cambiamento: da irrilevanza a voce autorevole nel giornalismo progressista. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non un cambiamento graduale, ma una radicalizzazione strategica. La svolta avviene tra il 2014 e il 2017, accellerando nel 2016 dopo le elezioni presidenziali statunitensi.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Partiamo dal presupposto che il magazine stava perdendo la sua autorevolezza in quanto a consigli di moda e stile. Arrivano i primi <em>fashion blog</em> e i veri pionieri degli influencer, quindi non c&#8217;era più l&#8217;esigenza di una rivista cartacea che dettasse cosa era o non era di moda. Ci si voleva sentire più che altro visti e rappresentati, cosa che Teen Vogue con la sua estetica tradizionale non era sicuramente in grado di fare.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Condé Nast si rende conto della criticità e capisce che per sopravvivere nella nuova era digitale mantenendo il proprio pubblico super young deve offrire qualcosa che i blog o le riviste concorrenti non offrivano: profondità e attivismo. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La figura chiave di questa trasformazione è Elaine Welteroth nominata Editor-in-Chief nel 2016. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il cambiamento parte da una nuova strategia resa più inclusiva, promuovendo argomenti di inclusività radicale e intersezionalità. Il tutto celebrando staff member, editor e modelli che riflettevano la diversità della Gen Z. Allo stesso tempo si assiste a un ridefinizione del concetto di moda e bellezza, non più come semplici vezzi estetici, ma come strumenti di espressione e di identità politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="459" height="575" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1580.jpeg" alt="" class="wp-image-51630" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1580.jpeg 459w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1580-239x300.jpeg 239w" sizes="(max-width: 459px) 100vw, 459px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Teen Vogue inizia quindi a trattare questioni sistemiche con la stessa serietà e il linguaggio diretto utilizzato per i consigli di stile. Se prima si affrontava il tema della politica con articoli generici o interviste a First Lady, ora si leggevano analisi dettagliate di riforme sanitarie e leggi discriminatorie. Sulla salute non ci si concentrava più su consigli per una dieta perfetta e l’esercizio fisico, ma si inseriscono approfondimenti sulla salute mentale, sulla lotta allo stigma e sui diritti riproduttivi. </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il momento clou della radicalizzazione di Teen Vogue arriva nel dicembre 2016: “Donald Trump is gaslighting America”. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Gelo. Sulle pagine dove si leggeva di tacchi a spillo e modelle magrissime ora si iniziano a leggere opinioni taglienti e sentitissime. L’articolo scritto da Lauren Duca diventa virale in tutto il mondo, ottenendo una risonanza che andava ben oltre il target a cui si ambiva. C’era finalmente la prova che una testata storicamente leggera e frivola era ora in grado di trattare temi politici complessi, con un’acuità e una serietà che risultavano carenti in molti dei media tradizionali.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Teen Vogue si rese conto che la Gen Z non vedeva più la politica e l’attivismo come argomenti lontani dal proprio quotidiano, ma anzi, come parte integrante della propria identità e del consumo culturale. Inoltre questi concetti spesso accademici e complessi venivano espressi con linguaggio diretto, accessibile e decisamente accattivante per i giovani, anche attraverso i social.</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">La rivista ottiene anche l’attenzione e il rispetto di giornalisti e accademici, elevando così il suo status da semplice magazine di moda a commentario politico serio. Simbolicamente Teen Vogue ha rappresentato la coscienza politica di Condé Nast. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Poi nel novembre 2017 la rivista smette di essere pubblicata, causa la forte mancanza di entrate pubblicitarie che potessero coprire i costi elevati di stampa e distribuzione. I budget erano ora massivamente spostati sui media digitali. E così fa Teen Vogue, ma anche online il magazine continua a subire forti pressioni finanziarie. Poi nel 2018 Elaine Welteroth lascia il suo posto da direttrice, lasciando dietro di sé un certo senso di instabilità direzionale.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il pensiero era sempre lo stesso: ridurre i costi. Quindi taglio al personale, arrivando perfino all’unione dello stesso con il team editoriale di Allure e altre pubblicazioni del gruppo. Inutile dire che il magazine ha vissuto certe sfide internamente e anche pubblicamente, andando a minare sempre più il senso di stabilità della testata. Nel 2021 arriva la nuova direttrice, Alexi McCammond, la quale solo dopo pochi giorni è costretta dimettersi per l’emergere di vecchi tweet razzisti e omofobi scritti quando era adolescente. Furono le proteste del personale e del pubblico a portare le sue dimissioni immediate.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="800" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1581.png" alt="" class="wp-image-51632" style="aspect-ratio:4/3;object-fit:contain" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1581.png 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1581-480x768.png 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Teen Vogue da promotrice della cultura call-out ora ne diventa involontariamente vittima, segno di una certa contraddizione tra l’immagine e la realtà delle cose. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oggi Teen Vogue non esiste più, o meglio, non esiste più la versione originale. A novembre di quest’anno l’annuncio: Vogue assorbe la testata più giovane. Per i giornalisti politicamente e socialmente attivi questo ha rappresentato una sconfitta, la fine di un’era e il ritorno di fiamma di spiriti più conservatori, meno aperti al dialogo e al confronto. Gli inserzionisti tendono ad evitare argomenti politici polarizzati e i vecchi marchi di massa preferiscono girare la testa verso altri lidi meno esposti e più in linea con un’idea di Brand Safety. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ancora oggi Condé Nast è rinomata per la sua razionalizzazione delle risorse: se ci sono prodotti dello stesso marchio che trattano temi politici e sociali con la stessa efficacia (cosa tutta da vedere e confermare) l’esistere di un marchio separato come Teen Vogue è vista più come una duplicazione superflua di costi operativi, più che un prodotto funzionale e affermato. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Inoltre per quanto se ne dica Condé Nast tutt’ora si occupa di lusso ad altro margine per cui non è difficile capire che i fondi tendono a migrare in massa verso ciò che genera il massimo ritorno sui capitali sacrificando ahimè, i pesci più piccoli (che lo siano davvero?). </p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center">Si è anche esaurito il modello di outrage: il successo del 2017 si basava sulla sorpresa e la forza di un tono politico dalla bocca meno sospetta, oggi tutti si occupano di politica e società. </h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Si riduce così la sua iconicità e il pubblico della Gen Z ha iniziano a preferire l’autenticità dei creatori sui social media e delle newsletter indipendenti, storcendo il naso di fronte a opinioni firmate da grosse case editoriali. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Insomma, anche per fare politica ci vuole un certo tipo di tenore. Della serie, delle elezioni puoi parlare, l’importante è che sulla pagina successiva la pubblicità della grande casa di moda, altrimenti siete pregati di abbassare i toni. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La plausibile e percepita chiusura di Teen Vogue rappresenterebbe la vittoria del capitalismo sulla cultura oltre che la sconfitta degli spazi di libertà d’espressione in un momento in cui le cose sembrano chiare, ma nessuno ne parla davvero. </p>
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		<title>Whizy parla alla generazione Z</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Soba]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ADL MAG]]></category>
		<category><![CDATA[app]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Whizy parla la lingua della Gen Z. È quando lo shopping diventa uno scroll In un mondo in cui le promozioni lampeggiano più dei semafori di Piccadilly Circus e il Black Friday incombe come una tempesta annunciata, la Generazione Z ha deciso di riscrivere le regole del gioco. Altro che lunghe ricerche, filtri complicati e [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Whizy parla la lingua della Gen Z. È quando lo shopping diventa uno scroll</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In un mondo in cui le promozioni lampeggiano più dei semafori di Piccadilly Circus e il Black Friday incombe come una tempesta annunciata, la Generazione Z ha deciso di riscrivere le regole del gioco. Altro che lunghe ricerche, filtri complicati e attese infinite: oggi si compra&nbsp;<strong>come si scrolla</strong>. Si vede, si vuole, si prende.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ed è qui che entra in scena&nbsp;<strong>Whizy</strong>, l’app che sembra uscita dal cappello di un prestigiatore digitale: fotografi un capo, e in un battito di ciglia lei ti dice dove comprarlo. Una magia tecnologica che la Gen Z ha adottato con l’entusiasmo di chi finalmente trova un servizio che parla&nbsp;<em>la sua</em>&nbsp;lingua: quella delle immagini, della velocità, dell’istinto.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="333" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1843.jpeg" alt="" class="wp-image-51536" style="width:407px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1843.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1843-480x320.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La Gen Z: la generazione che cerca… senza cercare</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Secondo l’Osservatorio di GS1 Italy, oltre il&nbsp;<strong>71%</strong>&nbsp;dei giovani italiani si informa online prima di acquistare; più della metà –&nbsp;<strong>53%</strong>&nbsp;– usa già strumenti di intelligenza artificiale per capire cosa comprare.<br>Ma il dato davvero sorprendente è un altro: la Gen Z è quella che più di tutte si tuffa negli acquisti durante Black Friday e Cyber Monday, guidata da ciò che vede ogni giorno sui social. Non a caso i loro canali preferiti sono&nbsp;<strong>Instagram (51%)</strong>,&nbsp;<strong>YouTube (45%)</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>TikTok (42%)</strong>: piattaforme dove la parola scritta ha ormai lasciato il posto al regno incontrastato delle immagini.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“<strong>È una generazione che scatta prima ancora di cercare</strong>”</em>, spiega Eloisa D’Auria, Co-founder di Whizy. <em>“Riconosce un capo con un colpo d’occhio e non vuole perdere tempo a descriverlo. Una foto vale più di cento keyword”.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E la conferma arriva dai dati: sebbene rappresenti solo il 15% dell’utenza Whizy, la Gen Z genera&nbsp;<strong>oltre il 25% delle ricerche fotografiche</strong>. Una superiorità quasi… regale.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="281" data-id="51537" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/0a719543b4a9d02e7bbf6cc99668767d.jpeg" alt="" class="wp-image-51537" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/0a719543b4a9d02e7bbf6cc99668767d.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/0a719543b4a9d02e7bbf6cc99668767d-480x270.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="272" data-id="51538" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/Schermata-2023-07-19-alle-13.03.32.jpeg" alt="" class="wp-image-51538" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/Schermata-2023-07-19-alle-13.03.32.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/Schermata-2023-07-19-alle-13.03.32-480x261.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>
</figure>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Whizy: dalla scintilla all’acquisto, in tre mosse</strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nessuna caccia al tesoro, nessun labirinto di filtri. Con Whizy il percorso è semplice come un tutorial da 15 secondi:</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Scatta → Scegli → Compra.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’app riconosce il capo con una precisione dell’85% (in crescita costante) e in meno di due secondi ti mostra dove acquistarlo o ti propone alternative credibili. Un assist impeccabile, degno del più rapido dei maggiordomi digitali.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oggi Whizy indicizza&nbsp;<strong>100 brand e oltre 200 mila prodotti</strong>, dal fast fashion al luxury. E per i marchi i risultati si vedono:&nbsp;<strong>+25% di interazioni</strong>&nbsp;e oltre&nbsp;<strong>3 minuti di tempo medio</strong>&nbsp;trascorso sulle schede brand. Un’era geologica, a misura di Gen Z.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“Durante i periodi promozionali il potenziale è enorme</em>”, aggiunge Niccolò Campana, Co-founder. <em>“Gli utenti arrivano già pronti all’acquisto: Whizy li accompagna direttamente alla scelta”.</em></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1844.jpeg" alt="" class="wp-image-51540" style="width:438px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1844.jpeg 500w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_1844-480x480.jpeg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 500px, 100vw" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Un ponte tra brand e nuove generazioni</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Whizy non è un marketplace: è un&nbsp;<strong>interprete digitale</strong>, un mediatore che collega il desiderio dell’utente con l’offerta dei brand. L’integrazione è gratuita, rapida, e basata su un modello trasparente: si paga solo sulle vendite effettive.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In un panorama dominato da algoritmi che gridano più dei venditori di Portobello Road, Whizy propone un’alternativa elegante: tecnologia che non ingombra, ma accelera; che non sostituisce la scoperta, ma la rende immediata.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="480" height="480" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/WZY_012_IG_6_e-480x480-2.jpeg" alt="" class="wp-image-51541" style="width:416px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/WZY_012_IG_6_e-480x480-2.jpeg 480w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/WZY_012_IG_6_e-480x480-2-300x300.jpeg 300w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/11/WZY_012_IG_6_e-480x480-2-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“<em>Whizy nasce per trasformare l’ispirazione in scelta”</em>, concludono D’Auria e Campana.<br>Ed è difficile non credergli: nel mondo digitale dove regna lo scroll, Whizy è l’assistente che fa sembrare lo shopping… quasi magico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Photocredits: Pinterest</p>
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		<title>Imparare a sentire: oltre l’analfabetismo emotivo</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/08/22/analfabetismo-emotivo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comprendere e dare un nome alle emozioni non è sempre facile. Quando manca questa capacità, parliamo di analfabetismo emotivo, un fenomeno che influenza relazioni e benessere Forse c’è chi ne hai già sentito parlare, e chi forse no… quando si tratta di sentimenti ed emozioni, tutto si fa più complicato. Capire ciò che si prova [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Comprendere e dare un nome alle emozioni non è sempre facile. Quando manca questa capacità, parliamo di analfabetismo emotivo, un fenomeno che influenza relazioni e benessere</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Forse c’è chi ne hai già sentito parlare, e chi forse no… quando si tratta di sentimenti ed emozioni, tutto si fa più complicato. Capire ciò che si prova e riuscire a metterlo in parole non è mai semplice. Se ti sei riconosciuto in questa difficoltà, sappi che non si tratta di un caso singolare. Esiste infatti un fenomeno spesso sottovalutato e poco conosciuto: l’<strong><em>a</em></strong><em><strong>nalfabetismo emotivo</strong>.</em></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il termine “analfabetismo emotivo” è stato introdotto dallo psicologo statunitense <em>Daniel Goleman</em>, celebre per i suoi studi sull’intelligenza emotiva. Nel suo <a href="https://www.adlmag.it/tag/zlibrary/">libro</a> del 1995, &#8220;<em>Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici</em>&#8220;, Goleman mette in luce quanto sia fondamentale imparare a riconoscere e gestire i propri stati d’animo, oltre che comprendere e rispondere in modo empatico a quelli degli altri.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="971" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2447-971x1024.jpg" alt="" class="wp-image-45869" style="width:338px;height:auto" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In altre parole, l’analfabetismo emotivo si manifesta come una scarsa consapevolezza del proprio mondo interiore e una difficoltà nel governarlo. Una condizione che, inevitabilmente, può limitare la capacità di affrontare le sfide nelle relazioni e di mantenere un buon equilibrio psicologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">L’intelligenza emotiva: la chiave per comprendere sé stessi e gli altri</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Per capire davvero cosa significhi analfabetismo emotivo, è necessario partire da un concetto fondamentale: l’intelligenza emotiva. Con questa espressione si indica la capacità di riconoscere, distinguere e gestire le proprie emozioni, così come quelle altrui, utilizzandole per guidare pensieri e comportamenti. Non è una dote naturale, ma un&#8217;abilità che coinvolge diverse dimensioni psicologiche e relazionali. Dalla consapevolezza di sé al controllo delle proprie reazioni, fino alla motivazione personale.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="749" height="748" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2446.jpg" alt="" class="wp-image-45870" style="width:338px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2446.jpg 749w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2446-480x479.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 749px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dal punto di vista sociale, l’intelligenza emotiva si esprime soprattutto nella qualità delle relazioni interpersonali ed è strettamente legata all’empatia. Non a caso, Goleman sottolinea l’importanza di sviluppare queste competenze già dall’infanzia. Rappresentando infatti le fondamenta per una crescita armoniosa, capace di sostenere sia il benessere individuale che quello relazionale. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Al contrario, chi fatica a coltivarle rischia di sviluppare un vero e proprio deficit emotivo. Apparendo una persona fredda, imprevedibile, incapace di provare empatia e compassione. Faticando spesso a dare un nome ai propri stati d’animo e a creare legami profondi e significativi con gli altri.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Adolescenza e società digitale: terreno fertile per l’analfabetismo emotivo</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’analfabetismo emotivo si manifesta con particolare frequenza durante l’adolescenza, un periodo di grandi cambiamenti biologici, cognitivi e sociali. In questa fase delicata, i ragazzi si trovano spesso sotto forte pressione e in molti contesti, soprattutto tra i maschi, mostrare fragilità e vulnerabilità viene ancora percepito come un segno di debolezza.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1132" height="1509" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2448-edited.jpg" alt="" class="wp-image-45872" style="width:338px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2448-edited.jpg 1132w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2448-edited-980x1306.jpg 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/08/IMG_2448-edited-480x640.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1132px, 100vw" /></figure>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A questo si aggiunge la mancanza di una cultura emotiva, che si intreccia con la crescente difficoltà comunicativa tipica della società contemporanea. Oggi, molti finiscono per diventare indifferenti, quasi insensibili, incapaci di risuonare emotivamente di fronte agli eventi quotidiani. Un ruolo cruciale in questo processo è giocato dall’uso intensivo dei social media. La comunicazione fatta di post, immagini, link e notifiche, elimina tutte quelle sfumature proprie delle interazioni dal vivo: il tono della voce, lo sguardo, la mimica facciale, la gestualità. Il che compromette la comprensione consapevole degli altri e riduce l’attività dei neuroni specchio. Meccanismi cerebrali che ci permettono di entrare in risonanza con ciò che provano gli altri. Così, prende forma e si alimenta l’analfabetismo emotivo, privando le relazioni umane della loro componente più autentica.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Coltivare l’intelligenza emotiva</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come sottolinea Goleman, esiste una sola vera risposta all’analfabetismo emotivo: sviluppare l’intelligenza emotiva. Questo significa imparare ad ascoltare e comprendere sé stessi, riconoscendo le proprie emozioni senza giudicarle, per poi aprirsi con empatia agli altri e affrontare con equilibrio anche le situazioni emotivamente più complesse.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Pinterest</em></p>
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		<title>La relazione parla inglese: il vocabolario sentimentale della Gen Z</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/06/02/relazione-inglese-amore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jun 2025 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[lifestyle]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ghosting, situationship, breadcrumbing&#8230; Quando le relazioni smettono di definirsi e iniziano a parlare inglese. Ma dietro l’ironia, si nasconde forse qualcosa di più profondo? Se fino a pochi anni fa per un cuore infranto, una situazione non molto chiara o una relazione finita male i termini per descrivere il tutto scarseggiavano, oggi è l’inglese a [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Ghosting, situationship, breadcrumbing&#8230; Quando le relazioni smettono di definirsi e iniziano a parlare inglese. Ma dietro l’ironia, si nasconde forse qualcosa di più profondo?</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se fino a pochi anni fa per un cuore infranto, una situazione non molto chiara o una relazione finita male i termini per descrivere il tutto scarseggiavano, oggi è l’inglese a sopperire il grande&nbsp;vuoto lessicale.&nbsp;Termini come&nbsp;<em>ghosting</em>,<em> zombing</em>,&nbsp;<em>orbiting</em>&nbsp;– solo per citarne alcuni – sono entrati a far parte del vocabolario quotidiano,&nbsp;e appaiono sempre più amati dalla generazione che&nbsp;&nbsp;più di ogni altra detta tendenza, la Gen z.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ammettiamolo: ci sono termini che sono diventati talmente comuni e sdoganati da essere presenti in ogni conversazione tra amici, ogni volta che si parla di complicazioni sentimentali. Se da un lato, dunque, è vero che il linguaggio sentimentale moderno si è evoluto e continua ad arricchirsi di nuove espressioni, dall’altro è altrettanto vero che i comportamenti a cui si riferisce non lo sono. Restano fondamentalmente gli stessi racchiusi in parole nuove – rigorosamente inglesi – dal significato ben preciso e complesso che riescono a catturare con precisione (e spesso con crudele chiarezza) le diverse dinamiche emotive.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Protagonisti silenziosi ma sempre più presenti</h2>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="838" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0605-2-838x1024.jpg" alt="" class="wp-image-40981" style="width:347px;height:auto" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tra i tanti neologismi che popolano il lessico delle relazioni contemporanee,&nbsp;<em>ghosting</em>&nbsp;è forse il più noto e diffuso. È diventato un vero e proprio classico nel mondo del <a href="https://www.adlmag.it/2025/05/17/dating/">dating</a>: sparire all’improvviso, senza dare spiegazioni, senza risposte, senza un saluto. Che si tratti di un’amicizia, di una frequentazione o di una relazione più stabile, il&nbsp;fare ghosting&nbsp;è il modo più rapido – e, diciamolo, anche il più codardo – per troncare ogni contatto. Un comportamento che semplifica drasticamente la chiusura di un rapporto, ma che lascia l’altra persona sospesa in un silenzio assordante, in attesa di una risposta che non arriverà mai. Il ghosting è così comune che, in fondo, quasi tutti lo abbiamo subìto almeno una volta&#8230; o, magari, lo abbiamo anche messo in pratica.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma se pensavi che sparire fosse il colpo di scena finale, preparati alla sua evoluzione:&nbsp;<em>lo zombing</em>. Il nome è già un indizio. Proprio come gli zombi, chi pratica questo comportamento “resuscita” all’improvviso dopo essere scomparso, magari dopo settimane o mesi di silenzio. Ricompare, spesso con messaggi apparentemente interessati, come se nulla fosse successo. Il problema? Nella maggior parte dei casi è solo un’illusione passeggera. Chi fa&nbsp;zombing&nbsp;tende a sparire di nuovo, lasciando dietro di sé una scia di ulteriore confusione.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il gioco dell’ambiguità emotiva</h2>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="825" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0601-2-825x1024.jpg" alt="" class="wp-image-40982" style="width:347px" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Un altro “grande classico” dei tempi moderni è l’<em>orbiting</em>, un termine che deriva dal verbo inglese&nbsp;<em>to orbit</em>, cioè orbitare attorno a qualcosa. E in effetti, chi lo pratica non si allontana mai davvero… ma nemmeno si avvicina del tutto. È una vera e propria strategia relazionale basata sull’ambiguità. L’altra persona sparisce dalla comunicazione diretta, ma continua a farsi viva in modo indiretto – con like, visualizzazioni di storie, commenti lasciati qua e là – mantenendo vivo un filo sottile, ma mai abbastanza chiaro da definirsi coinvolgimento. Risultato? L’altra parte resta sospesa, confusa, in attesa di segnali che sembrano esserci, ma che non portano mai da nessuna parte. Che si tratti di narcisismo, di disinteresse mascherato o del bisogno di tenere il controllo sulle emozioni altrui, l’effetto finale è sempre lo stesso: un senso di smarrimento da cui fuggire il prima possibile.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Molto vicino all’orbiting c’è un altro comportamento sempre più diffuso: il&nbsp;<em>breadcrumbing</em>. Letteralmente “spargere briciole di pane”, questa tattica consiste nel mandare segnali di interesse dosati con cura – un messaggio ogni tanto, una piccola attenzione, una parola gentile – giusto quanto basta per mantenere accesa la speranza, senza mai impegnarsi davvero. È una forma sottile ma efficace di manipolazione emotiva. Chi la mette in atto cerca solo di tenere aperte più possibilità, costruendo rapporti vaghi e inconcludenti che servono unicamente al proprio tornaconto. Nel breadcrumbing e nell’orbiting, chi vince è solo chi gioca. Chi subisce, invece, resta intrappolato in un meccanismo di aspettative disattese e connessioni che non diventano mai relazioni vere.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Quando l’amore (non) si definisce</h2>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0606-2-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-40983" style="width:347px" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Nel vocabolario delle nuove relazioni, c’è un termine in particolare che suona romantico… ma nasconde dinamiche ben più complesse. Il<em>&nbsp;love bombing</em>, tradotto letteralmente come “bombardamento d’amore”, è un’esplosione di attenzioni, messaggi affettuosi, lusinghe continue e regali spesso spropositati. All’inizio può sembrare tutto bellissimo – chi non vorrebbe sentirsi corteggiato così intensamente? – ma dietro questa generosità si può nascondere un intento manipolatorio. Il&nbsp;love bombing<em>&nbsp;</em>viene spesso usato per conquistare rapidamente fiducia e dipendenza emotiva, creando un legame accelerato che, col tempo, può trasformarsi in controllo. È una dinamica che si manifesta soprattutto nelle fasi iniziali di una relazione, quando l’entusiasmo è alle stelle ma la lucidità, spesso, va in vacanza.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E poi c’è lui, il termine forse più iconico tra quelli amati dalla Gen Z:&nbsp;<em>situationship</em>. Né amici, né partner ufficiali&#8230; e allora cosa si è? Una&nbsp;situationship&nbsp;è proprio questo: una relazione non-relazione, indefinita, priva di etichette. Si condivide tempo, complicità, talvolta anche sentimenti, ma senza patti espliciti, senza regole chiare. Un limbo emotivo in cui ci si trova coinvolti, ma senza impegno dichiarato. A differenza di quanto si potrebbe pensare, una situationship non è per forza qualcosa di negativo. Anzi, può rappresentare una fase utile per conoscersi senza pressioni, per vivere un legame con leggerezza e libertà, lasciando spazio all’esplorazione e al tempo. Certo, tutto dipende dalle aspettative in gioco: quando entrambe le parti condividono la stessa visione, può funzionare. Il problema nasce quando uno dei due inizia a desiderare qualcosa di più… mentre l’altro resta serenamente nel&nbsp;non definirlo.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Relazione tra inglese, ironia e disillusione</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Questi sono solo alcuni dei termini inglesi più usati per raccontare – e spesso decifrare – i comportamenti sentimentali del presente. Una vera e propria costellazione di etichette che generano spesso ironia tra i più giovani. Scherzare sull’ennesimo “caso umano” che ha fatto ghosting, ridere delle scommesse su cosa potrebbe succedere dopo un primo appuntamento… tutto questo è ormai routine nei discorsi tra amici. Ma fermiamoci un attimo a riflettere: è davvero solo ironia? È soltanto un modo leggero e distaccato per affrontare i disastri emotivi del dating moderno, o c’è sotto qualcosa di più profondo?</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0602-2-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-40984" style="width:347px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0602-2-576x1024.jpg 576w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0602-2-480x853.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 576px, 100vw" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Forse quel tono sarcastico nasconde, in realtà, una certa delusione&nbsp;per l’evoluzione che le relazioni sentimentali stanno avendo in questo secolo. Forse abbiamo imparato a ridere per non prendercela e per non sentirci vulnerabili in un contesto dove anche i sentimenti sembrano avere una scadenza breve. Vale la pena chiederci: come siamo arrivati fin qui? E, soprattutto, dove stiamo andando quando riduciamo le emozioni a dinamiche da dizionario?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Pinterest</em></p>
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		<title>Sindrome dell’impostore: talento o inganno?</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/03/31/sindrome-dellimpostore-talento-o-inganno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Greta Liberatoscioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 16:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome dell'impostore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il raggiungimento di obiettivi personali, porta a volte alla loro stessa negazione: la sindrome dell’impostore. Viviamo nella società della maratona: chi corre più veloce, e arriva primo, è migliore del resto. L’apparire vince sull’essere, l’omologazione sull’individualità, la quantità sulla qualità. Il fallimento è il peggior incubo delle anime giovani, che in caso di mancato successo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il raggiungimento di obiettivi personali, porta a volte alla loro stessa negazione: la sindrome dell’impostore.</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Viviamo nella società della maratona: chi corre più veloce, e arriva primo, è migliore del resto. L’apparire vince sull’essere, l’omologazione sull’individualità, la quantità sulla qualità. Il <a href="https://www.adlmag.it/2025/03/04/limportanza-del-fallimento/">fallimento</a> è il peggior incubo delle anime giovani, che in caso di mancato successo si ritrovano a far i conti non solo con loro stessi, ma con l’enorme pubblico di persone (amplificato dai social) che rimette presto in tasca le mani erroneamente pronte ad applaudire.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Ma cosa succede, invece, se si vince? </strong>In alcuni casi, l’opposto del processo sopracitato. In altri, entra in gioco un’altra, più infima, sfumatura della stessa insicurezza che non ci fa sentire abbastanza di fronte al fallimento: <strong>la sindrome dell’impostore</strong>.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="915" data-id="37121" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/1abd80e22aa43e07f4bea1263db5087d.jpg" alt="viso sindrome dell'impostore" class="wp-image-37121" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/1abd80e22aa43e07f4bea1263db5087d.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/1abd80e22aa43e07f4bea1263db5087d-480x597.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" data-id="37120" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/1b700fbf6db922a90ed6950fe36dabc3-819x1024.jpg" alt="sindrome dell'impostore
" class="wp-image-37120" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/1b700fbf6db922a90ed6950fe36dabc3-819x1024.jpg 819w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/1b700fbf6db922a90ed6950fe36dabc3-480x600.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 819px, 100vw" /></figure>
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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Chi è l’impostore?</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Un impostore è colui che, con lo scopo di trarne vantaggio, ricorre abitualmente alla falsità e alla menzogna. In poche parole, chi bara per avere successo, o per superare gli altri. Su questo concetto si basa <strong>la sindrome dell’impostore, la condizione psicologica che induce chi ne soffre a non sentirsi meritevole dei propri successi</strong>. Anche nel momento in cui l’altro riconosce in lui un valore. <strong>Ci si sente di non possedere abilità, talenti o conoscenze tali che possano giustificare i risultati ottenuti</strong>. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">E quindi, a cosa vengono attribuiti? È semplice: o ci si convince di esser stati solo molto fortunati, oppure <strong>ci si crede, appunto, degli impostori</strong>, colpevoli di aver ingannato. Due facce della stessa medaglia, poiché sia in un caso, che nell’altro, ci si sottrae completamente al merito. Un po&#8217; come fosse un<em> fake it until you make it</em> (&#8220;fingi finchè non lo ottieni&#8221;) andato a buon fine, ma del quale ci si pente. Solo che, non c&#8217;è nulla di finto nelle proprie capacità.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Dubitare delle proprie competenze è sintomo di bassa autostima, eppure, credere di esser riusciti ad arrivare a tagliare l’arrivo di un proprio traguardo tramite l’inganno, suggerisce il contrario: bisogna essere scaltri calcolatori per riuscire a farlo. Ciononostante, chi è colpito dalla sindrome trova più credibile riconoscersi l’abilità di ingannare come il più bravo dei truffatori, piuttosto che attribuirsi gli obiettivi raggiunti.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-6 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="736" data-id="37122" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/8cf8f682b86307139bb3595823ce8183.jpg" alt="" class="wp-image-37122" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/8cf8f682b86307139bb3595823ce8183.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/8cf8f682b86307139bb3595823ce8183-480x480.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="728" height="642" data-id="37128" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/2ef8c72f1aa4fc218a72a8074b94d367-edited.jpg" alt="" class="wp-image-37128" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/2ef8c72f1aa4fc218a72a8074b94d367-edited.jpg 728w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/2ef8c72f1aa4fc218a72a8074b94d367-edited-480x423.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 728px, 100vw" /></figure>
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<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un problema contemporaneo</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La cultura del confronto incessante, colonna portante della società odierna, alimentata dai social media, di certo non aiuta. E se già la strada per arrivare al traguardo non è semplice, soprattutto per i più giovani, molti di loro non trovano sollievo nemmeno al momento dell’arrivo. <strong>Si inizia quindi con il terrore del fallimento</strong>, che con il raggiungimento del successo non viene meno, ma <strong>si tramuta in una paura latente dello stesso</strong>. Grazie ad uno studio condotto dagli studenti della Facoltà di Medicina dell&#8217;Università della Giordania tramite la compilazione di un questionario, si è scoperto che la maggioranza degli individui affetti da sindrome dell’impostore rientra in una fascia d’età giovanissima (18-24 anni), è di sesso femminile, e studia.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Se la fascia d’età conferma la costante sensazione di inadeguatezza che la Gen Z sembra aver cucita addosso, il genere è indicativo di un’altra tematica. Le prime ad esser riconosciute con quella che fu al tempo per la prima volta descritta come sindrome dell’impostore nel 1978, furono le donne con carriere di successo. Questo sottolinea un minimo comun denominatore che non può essere ignorato:<strong> più si vive in un contesto che non ci fa sentire abbastanza, più saremo inclini a svalutare i nostri successi, distaccandocene completamente</strong>. E chi altri, più di giovani e donne, sono vittime di svalutazione?</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Quelle donne che fino a pochi anni prima, non avrebbero nemmeno mai potuto sognare di fare carriera, nel momento in cui si vedono finalmente realizzate, non se ne sentono degne. Allo stesso modo i giovani d&#8217;oggi, continuamente descritti come pigri, senza voglia di lavorare, valori o impegno, vivono in un contesto che li sminuisce, tarpandogli le ali prima che ancora provino a volare. A volte, mentre ancora cercano di capire in quale direzione farlo. E quando ci riescono, come si può pensare che se ne sentano meritevoli?</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="736" height="573" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/89dde0065af0a1b9e045a263a7554786.jpg" alt="" class="wp-image-37130" style="width:823px;height:auto" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/89dde0065af0a1b9e045a263a7554786.jpg 736w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/89dde0065af0a1b9e045a263a7554786-480x374.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 736px, 100vw" /></figure>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il vero inganno</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Il vero inganno, è un altro</strong>. Non il successo che si suda, studiando o lavorando. Il vero inganno è la società che ci vuole onnipotenti, produttivi ma con il giusto tempo libero, organizzati ma pronti all&#8217;imprevisto, competitivi ma non troppo, determinati ma non esageratamente ambiziosi. Empatici ma privi di debolezze, impegnati ma instancabili. Le aspettative riposte nei giovani, affiancate all&#8217;elenco di pretese appena citato, non fanno che risucchiarli in un vortice di insicurezze. Che quando diventano ingestibili, mettono addirittura in discussione quella che dovrebbe essere la celebrazione di un successo. <strong>Tanto che ci sentiamo più impostori che talentuosi.</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L&#8217;inganno quindi, siamo noi, o la cultura di competizione ossessiva a cui siamo sottoposti?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong><em>Foto: Pinterest</em></strong></p>



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		<title>Adolescence. La serie Netflix per voi genitori </title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/03/21/adolescence-genitori-e-per-voi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Gallazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Mar 2025 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[adolescence]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti ne parlano. La serie Netflix di Stephen Graham, Adolescence, è sulla bocca di tutti. E c’è un motivo: riusciamo perfettamente ad immedesimarci nei personaggi, genitori per primi Adolescence. Jamie Miller è il bambino accusato dell’omicidio di una ragazzina della sua stessa età, tredici anni, accoltellata 7 volte. È accusato. Non si sa se sia [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong><em>Tutti ne parlano. La serie Netflix di Stephen Graham, Adolescence, è sulla bocca di tutti. E c’è un motivo: riusciamo perfettamente ad immedesimarci nei personaggi, genitori per primi</em></strong></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong><em>Adolescence</em></strong>. <strong><em>Jamie Miller</em></strong> è il bambino accusato dell’omicidio di una ragazzina della sua stessa età, tredici anni, accoltellata 7 volte. È accusato. Non si sa se sia veramente colpevole, ma non è questo ciò che conta. Il perché lo capirete soltanto guardando.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le puntate sono quattro. Bastano. Le vicende sono emotivamente, altamente, coinvolgenti, sia dal punto di vista della sceneggiatura e della trama, che delle riprese. Non è il solito <em>crime</em> in cui ci si chiede “<em>Chi sarà il colpevole?</em>”, oppure “<em>È stato fregato da qualcuno o è stato davvero lui?</em>”. Le riflessioni che sorgono in noi, episodio, dopo episodio, sono tutt’altro che banali e scontate.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong><em>Adolescence</em></strong> è per adulti, <strong>genitori</strong>. Naturalmente tutti la guardano e tutti la possono comprendere, ma la maniera in cui intacca i pensieri e gli stati d’animo di un <strong>genitore</strong> è unica, solo loro possono davvero concepire il messaggio, sono loro gli ultimi destinatari.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’attore che interpreta il padre, <strong><em>Stephen Graham</em></strong>, anche creatore e co-sceneggiatore della serie, ha costruito la serie proprio da una sua <strong>riflessione riguardo come la società dell’oggi influenzi l’adolescenza, </strong>e di conseguenza tutto ciò che ne consegue.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">«Pensavamo che in quella cameretta fosse al sicuro» è questa una della frasi che lui pronuncia sul finale della stagione. Ci fa riflettere, tanto. Molti genitori, ignari di ciò che accade nell’altra nostra vita parallela &#8211; perché è con questa parola che effettivamente possiamo racchiudere tutto quello che viviamo sui social -, ritengono che in camera da letto, tra le mura di casa, niente e nessuno possa farci del male. Ma non è così. Purtroppo. Oggi il male è mentale, più che fisico; più digitale, che concreto. Il peso di una chat, di un messaggio, di un commento, è molto giù penetrante di uno schiaffo, di un pugno. Tanti genitori, non avendo colloqui e dialoghi con i propri figli, non si rendono conto di non conoscerli realmente, di non sapere nulla sulla personalità dei figli nel momento in cui si interfacciano con gli altri utenti attraverso uno schermo. (Perché on-line e offline si cambia, sappiatelo).</p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong> “<em>Sembrava felice; a scuola aveva solo dei bei voti”</em>, poi, si è tolgono la vita. </strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ci chiediamo perché. È colpa dei genitori? Chi li ha cresciuti quei figli? È giusto incolparsi o è soltanto una convinzione automatica del nostro cervello? Se lo chiedono anche i genitori di <strong><em>Jamie</em></strong>, incapaci di comprendere ed accettare. Che cosa avranno fatto di sbagliato? Il padre, nel primo episodio, è visibilmente sicuro che <strong><em>Jamie</em></strong> non possa aver fatto del male a qualcuno, perché pensa di conoscerlo. Pensa, ma in realtà non sa molto su di lui, e anche se sapesse, non saprebbe interpretare i commenti sotto i suoi post di Instagram. Neanche il commissario di polizia è a conoscenza del significato di alcune emoji, che pur banali agli occhi degli adulti, sono la soluzione per risolvere il caso.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">La questione “Colpa dei genitori” rimane in sospeso. È come se ci fossero tre puntini di sospensione e tocca a voi decidere.</p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La serie Adolescence è il ritratto di una generazione cresciuta in modo incontrollato</strong></h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong><em>Adolescence</em></strong> non vuole fornire risposte, né consigli, semplicemente ci sbatte in faccia il problema di una generazione che sta collassando su se stessa.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Siamo cresciuti con nuovi dispositivi tra le mani, con cui poter fare tutto ciò che vogliamo, ma senza che nessuno ci abbia mai insegnato ad usarli. Nessuna regola, solo ciò che volevamo. Pensate di guidare senza che nessuno vi abbia mai spiegato i cartelli, la destra o la sinistra; pensate fare l’idraulico senza saper montare un tubo; costruire una casa, senza sapere di cosa sono fatte le fondamenta di una struttura. Per noi è stato così. Gli adulti ci hanno lasciato entrare in un mondo che neanche loro avevano minimamente idea di come funzionasse, ci hanno lasciato lì sul ciglio della strada, perché per loro erano “cose inutili”, “futili”, ma senza i quali noi, giovani di oggi, non potremo vivere. E molti adulti ancora non lo vogliono accettare.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Il compito di educare i figli non è più lo stesso di allora. La società è cambiata, i mezzi che ci permettono di vivere e comunicare sono cambiati e noi con loro. Nessuno ci insegna a diventare genitori, si possono leggere tutti i libri del mondo, guardare documentari, ascoltare esperti, ma solo la vita permette di capire la direzione giusta da prendere. Osservando il mondo, stando al passo con i tempi, ma soprattutto parlando con i giovani e con ciò con cui loro hanno a che fare quotidianamente, si può essere d’aiuto. Ne è un’esempio anche l’atteggiamento degli amici e dei compagni di scuola di <strong><em>Jamie</em></strong>: trattano con leggerezza la morte della compagna. Fa riflettere, il fatto che i social abbiamo reso normale anche ciò che normale non è.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">“Speriamo di porre la questione abbastanza bene da far sì che inneschi una conversazione tra genitori e figli” —&nbsp; <strong><em>Stephen Graham</em></strong></p>



<h5 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Dettagli tecnici: come il piano sequenza crea veridicità&nbsp;</strong></h5>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Come vi dicevo, <strong><em>Adolescence</em></strong> non è intrigante soltanto dal punto di vista emotivo, ma anche tecnico. Ogni puntata è autoconclusiva e girata tramite un’unica ripresa, senza montaggi, né interruzioni; sembra tutto talmente reale, che ci sentiamo parte anche noi della vicenda. La telecamera segue le vicende senza mai interrompersi, come se fossimo noi, con i nostri occhi ad osservare tutto ciò che accade. Questo meccanismo rende tutto più vero, più angosciante, con difficoltà percepiamo la finzione cinematografica.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Si percepisce l’ansia, istante dopo istante, quasi fossimo noi in quella macchina, in quella casa, in quel commissariato. Le scene si susseguono, come nella vita reale; nessun momento viene saltato, dall’irruzione in casa delle forze armate, al viaggio in auto verso la centrale di polizia, alla piccola stanza in cui viene rinchiuso <strong><em>Jamie</em></strong>, fino a scuola e di nuovo in casa. Un loop che accompagna gli spettatori in un viaggio, senza possibilità di sosta, verso il dolore della famiglia <strong><em>Miller</em></strong>, che riusciamo a percepire.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In ogni caso, ormai è accaduto, Non ha senso rimunginare sul passato, ma è inevitabile. E bisogna andare avanti.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Tutti gli adulti dovrebbero vedere <strong><em>Adolescence</em></strong> per crearsi quella consapevolezza che ancora gli manca nel rapporto con il proprio figlio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagini: Pinterest</p>
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		<title>14 marzo 2025: Gen Z e sonno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Gallazzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Mar 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[riposo]]></category>
		<category><![CDATA[Sonno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 14 marzo 2025 è la Giornata mondiale del sonno. Quanto è importante dormire? E quanto è importante dormire bene? Il sonno per la gen z è fondamentale A tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di pensare “Non ho tempo per dormire, vorrei esistesse una pastiglia in sostituzione alle mie 7/8/9 ore di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong><em>Il 14 marzo 2025 è la Giornata mondiale del sonno. Quanto è importante dormire? E quanto è importante dormire bene? Il sonno per la gen z è fondamentale</em></strong><br></h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">A tutti, almeno una volta nella vita, sarà capitato di pensare “<em>Non ho tempo per dormire, vorrei esistesse una pastiglia in sostituzione alle mie 7/8/9 ore di sonno”</em>. C’è chi lo avrà pensato perché, strapieno di impegni, non aveva tempo per dedicarsi alle sue solite ore di sonno; e chi, invece, come me, non ama particolarmente dormire e lo avrà affermato per noia.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Difficile da credere? Si, alcuni vivrebbero per dormire, mentre altri si annoiano proprio, a riposarsi.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Ma tutti abbiamo bisogno di ricaricare le batterie e rilassarci nel nostro <em>lettone</em> ogni giorno.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Il 14 marzo 2025 si festeggia la Giornata mondiale del sonno</strong></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Perché dedicare una giornata ad una cosa che è parte della nostra quotidianità? Perché purtroppo non tutti gli danno l’importanza che dovrebbe avere. Gli adulti e le generazioni passate erano considerate le più “a corto di ore di sonno”; mentre oggi la Z ha riscoperto il piacere del riposo.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><strong>Il sonno e la gen Z</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>La generazione Z ha una priorità nella vita: la salute</strong></h3>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non a caso anche chiamata Gen Well, la Z, sposa tutti quei principi che concernono il benessere legato a corpo e anima, e in questo è fondamentale la <strong>cura del sonno</strong>. Il <strong>sonno</strong> per i giovani d’oggi è diventato parte del rituale di bellezza, che comprende non soltanto l’aspetto esteriore, ma piuttosto quello mentale, legato allo spirito. <strong>Dormire</strong> riduce lo stress, migliora la concentrazione e l’attenzione, permettendo di lavorare o studiare in modo più performante; il riposo è una delle migliori medicine, e la gen Z l’ha capito.&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Andare a letto presto permette di avere una vita più attiva. Molti sono i giovani si alzano all’alba per fare attività fisica, iniziando così la giornata al meglio; alcuni sostengono addirittura di non poter affrontare una giornata senza aver fatto una corsetta mattutina o una seduta di palestra. (Sia chiaro, ci sono anche tanti boomer super allenati, e tanti vent’anni che non muovo un muscolo, ma la tendenza generale si muove in questa direzione). </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Probabilmente tutto questo <em>hype</em> e attenzione verso il riposo è una delle conseguenze scaturita dal Covid</strong></h4>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">In quei mesi abbiamo preso atto delle vere necessità del nostro corpo, ci siamo presi cura di noi stessi dedicandoci tutto il tempo che avevamo a disposizione. Tutti eravamo, più o meno, <strong>risposati</strong>, ma comunque <strong>riposati</strong>; nessuno aveva una vita tanto frenetica rispetto a quanto eravamo abituati (Medici e infermieri esclusi), e grazie al coprifuoco eravamo ognuno nelle proprie case entro un certo orario. Questo ha fatto sì che noi giovani, assorbissimo questo “star bene”, facendolo diventare la nostra filosofia di vita, che, sappiatelo, non abbandoneremo facilmente. Dopo aver sperimentato il burnout pre-pandemia, tra stress e ansie perenni, adesso non si torna più indietro. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Le regole del gioco vita-lavoro sono cambiate. Boomer e gen X erano abituati a dormire poco perché rimanere a letto e prendersi del tempo per rilassarsi era considerato sinonimo di pigrizia; i genitori della gen z devono accettare i cambiamenti e il fatto che i loro figli necessitino di rilassarsi anche un’intera giornata a letto, se questo può giovare alla loro salute.&nbsp;</p>



<h5 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>TikTok, serie tv e gaming</strong></h5>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Molti adulti sostengono che la gen Z però ci abbia messo del suo, tra social, serie tv e gaming, che secondo loro riducono notevolmente le ore di sonno. Come dargli torto… spesso alcuni ragazzi stanno anche fino a notte inoltrata, sugli schermi, prima di addormentarsi; ma ciò che i genitori forse ignorano, è: cosa molti di loro fruiscono sul web</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">. Ad esempio, su TiK Tok, il social su cui la gen z “usa/spreca” (Come dir si voglia) più tempo, si sono creati spazi in cui discutere sull’importanze del <strong>sonno</strong> e del <strong>risposo</strong>, e sono spopolati molti trend, uno è il <em>sleepmaxxing. </em>Definito anche:<em> La ricerca del sonno perfetto, </em>consiste nel consigliare varie tecniche, routine, comportamenti e accessori o gadget, per garantire un sonno più profondo e prolungato. La gen z crede molto in ciò che dicono persone simili a loro, piuttosto che leggere ricerche scientifiche o quant’altro. Per questo Tik Tok non è da sottovalutare; ha un ruolo importante nelle ultime generazioni, che lo ascoltano quasi come un profeta.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-7 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" data-id="35598" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/pexels-photo-8036682-1024x683.webp" alt="14 marzo 2025: Gen Z e sonno" class="wp-image-35598" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/pexels-photo-8036682-1024x683.webp 1024w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/pexels-photo-8036682-980x653.webp 980w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/pexels-photo-8036682-480x320.webp 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw" /></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h6 class="wp-block-heading has-text-align-center"><strong>Alimentazione e sonno&nbsp;</strong></h6>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">L’alimentazione è un altro punto importante per la gen Z. Sempre su Tik Tok hanno imparato che il cibo influenza molto il sonno, in quanto la composizione di cui sono fatti gli alimenti determina e regola i ritmi sonno-veglia. Per esempio, l’assunzione in quantità adeguata di frutta e verdura è fondamentale per mantenere un buono stato di salute. Per cena vanno bene i carboidrati, in quanto aiutano a conciliare il sonno rapidamente, aumentano il sonno REM e diminuiscono quello leggero. Meglio pesce e uova, che carne; ma l’ingrediente fondamentale è una buona e rilassante tisana.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Non prendeteci in giro, cari boomers, se ci teniamo alla nostra salute… <a href="https://www.adlmag.it/2025/01/26/dormire-e-il-nuovo-nero/">dormite anche voi qualche ora in più</a> e vedrete che la vita vi sembrerà un gioco. Lasciatevi insegnare qualcosa, ogni tanto.  </p>
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		<title>Generazione Z : lavoro sì, ma senza compromessi</title>
		<link>https://www.adlmag.it/2025/03/07/generazione-z-lavoro-si-ma-senza-compromessi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Dolfini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Mar 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURE]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Generazione Z sta ridefinendo il lavoro. Il successo non è più solo professionale ma anche personale, lo testimoniano fenomeni come il Quite quitting e il rifiuto del Middle management.  I giovani d’oggi sono davvero viziati e poco inclini al sacrificio, oppure stanno semplicemente ponendo domande che fino a poco tempo fa nessuno osava fare? [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">La Generazione Z sta ridefinendo il lavoro. Il successo non è più solo professionale ma anche personale, lo testimoniano fenomeni come il Quite quitting e il rifiuto del Middle management. </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">I giovani d’oggi sono davvero viziati e poco inclini al sacrificio, oppure stanno semplicemente ponendo domande che fino a poco tempo fa nessuno osava fare? Per molte generazioni, lavorare otto ore al giorno è sempre stata la normalità. Ma chi ha stabilito che debba esserlo anche in futuro? La Generazione Z non si accontenta di accettare le regole preesistenti: le mette in discussione, le analizza e le ribalta. E lo fa partendo da interrogativi scomodi ma fondamentali. Ha senso dedicare la maggior parte della propria vita al lavoro? Quanto della mia felicità dipende dalla carriera e dalla stabilità economica, e quanto invece dal tempo che posso dedicare a me stesso, alle mie passioni e alle persone che amo? Queste riflessioni stanno ridefinendo il rapporto tra lavoro e vita privata, creando fratture profonde nel mondo professionale, e non solo.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Un cambiamento generazionale </h2>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="667" height="1000" src="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8460.jpg" alt="" class="wp-image-35497" style="object-fit:cover;width:430px;height:370px" srcset="https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8460.jpg 667w, https://www.adlmag.it/wp-content/uploads/2025/03/IMG_8460-480x720.jpg 480w" sizes="(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) 667px, 100vw" /></figure>



<hr class="wp-block-separator has-text-color has-white-color has-alpha-channel-opacity has-white-background-color has-background" />



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Stiamo assistendo a un cambiamento profondo che ribalta il modello tradizionale, basato su una vita interamente dedicata al lavoro. Le nuove generazioni non sono più disposte a sacrificare la propria salute fisica, mentale e la felicità per un impiego. La loro priorità è una qualità della vita che si armonizzi con i ritmi lavorativi. Per i giovani il lavoro non è un semplice dovere o un mezzo per ottenere sicurezza finanziaria: è parte della propria identità personale. Di conseguenza, sono cambiati anche i criteri con cui scelgono un’azienda. Il benessere mentale non è un aspetto secondario, ma una priorità irrinunciabile. Non accettano di rimanere intrappolati in un lavoro che li svuota o che invade interamente la loro vita privata. Lo dimostrano con le loro scelte: molti preferiscono lasciare un impiego senza alternative piuttosto che restare in un ambiente tossico o alienante. Una cosa è certa: la Gen Z non teme di mettere in discussione gli stereotipi classici. Con nuove idee, nuovi valori e un approccio più consapevole, sta ridefinendo il concetto stesso di carriera, puntando a un futuro più sostenibile, non solo dal punto di vista economico, ma anche umano.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il Quite quitting approch&nbsp;</h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Da dopo la pandemia, sempre più giovani sembrano adottare un nuovo approccio al lavoro, noto come&nbsp;<em>Quiet quitting</em>, ovvero “licenziarsi senza licenziarsi”. Un neologismo nato e diffusosi su TikTok, che segna una rottura con il tradizionale stakanovismo. Il&nbsp;<em>Quiet quitting</em>&nbsp;non significa smettere di lavorare, ma limitarsi a svolgere le proprie mansioni essenziali, senza coinvolgimento emotivo e senza andare oltre quanto previsto dal contratto. Niente straordinari, niente progetti extra: il lavoro ha un inizio e una fine ben definiti. Ma non si tratta solo di una questione di orario o di quantità. Questo atteggiamento riflette un cambiamento più profondo: il lavoro non è più al centro dell’identità personale né l’unico mezzo per raggiungere la realizzazione. Sempre più giovani scelgono di stabilire confini netti tra vita professionale e privata, riservando tempo ed energie ad attività che esulano dal contesto lavorativo. Il&nbsp;<em>Quiet quitting&nbsp;</em>è, in definitiva, l’espressione di un nuovo sistema di valori, in cui il tempo, la qualità della vita e i rapporti personali assumono un peso maggiore rispetto alla carriera. Non si tratta di rifiutare il lavoro, ma di ridefinire il suo ruolo nella propria esistenza, riservando spazio a ciò che davvero conta. </p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Il rifiuto del Middle Management </h2>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">All’interno del più ampio fenomeno del&nbsp;<em>Quiet quitting</em>&nbsp;si inserisce un’altra tendenza: la riluttanza dei giovani a ricoprire ruoli intermedi. Negli ultimi anni, molte aziende si trovano a dover fronteggiare questa scarsa volontà della Gen Z di assumere posizioni di&nbsp;<em>Middle management</em>. Il che significa farsi carico di compiti strategici e operativi come la supervisione di team, rimanendo in una sorta di “terra di mezzo” tra i vertici aziendali e il resto dei dipendenti. Le ragioni dietro questa scelta sono molteplici. I ruoli manageriali intermedi spesso implicano orari lunghi, responsabilità aggiuntive e un coinvolgimento profondo nelle dinamiche aziendali, senza però offrire una crescita salariale proporzionata allo stress e agli impegni richiesti. Diventare manager non è concepito sinonimo di successo e prestigio, ma di riunioni interminabili, carichi di lavoro eccessivi e una pressione costante. Questa generazione non vede nella scalata aziendale il metro di realizzazione personale. Al contrario, tende a rifiutare schemi tradizionali in cui la carriera è fatta di sacrifici a ogni costo, cercando invece un equilibrio che metta al centro il benessere personale e una definizione più autentica di successo.</p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">Oltre ai cambiamenti introdotti dalla Generazione Z, altre e nuove tendenze stanno ridefinendo il mercato del lavoro nel 2025, come la settimana lavorativa di quattro giorni. Sempre più aziende stanno sperimentando la soluzione per migliorare il benessere dei dipendenti e, al tempo stesso, aumentare la produttività.&nbsp;Questi dati confermano la volontà di generare un impatto e di convertire la filosofia del “si è sempre fatto così”.&nbsp;Ancora una volta, emerge una riflessione cruciale: trovare il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata è essenziale. E la carriera? Se compromette il benessere psicofisico, allora forse non vale davvero il sacrificio. </p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Foto: Pinterest</em></p>
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