The Death of the Flyer

da | CULTURE

Quando è successo che i flyer hanno perso la loro identità? Ma soprattutto, quando abbiamo smesso di considerarli parte integrante della cultura musicale?

C’è stato un tempo in cui i flyer non si limitavano ad annunciare una serata, ma ne raccontavano l’identità. Negli anni ’80 e ’90 nascono culture come: acid house, rave e techno, e i flyer diventano veri e propri simboli della scena underground. La grafica era parte integrante dell’esperienza musicale. Colori acidi, immagini distorte, collage surreali e caotici hanno caratterizzato i manifesti di un’intera generazione.

Quando nascono i flyer?

Le origini dei flyer possiamo farle risalire a molto prima della cultura rave. Parliamo proprio delle radici della comunicazione pubblicitaria, passando anche per i manifesti Art Nouveau di fine Ottocento. Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Voglio tornare indietro nel tempo, e intendo proprio letteralmente, perché quegli anni avrei voluto viverli. Ma per il momento mi accontenterò di raccontarvi di quando un semplice pezzo di carta riusciva a far emergere tutta la personalità di una sottocultura.

Quando i flyer erano arte

In quel periodo non erano semplicemente un invito a una serata, ma diventavano veri e propri pezzi da collezione.

A parer mio, vedere un flyer di un evento che cattura l’attenzione invoglia ancora di più a pensare di andare a quella serata. Hai la sensazione che quell’evento avrà qualcosa in più rispetto a un altro. Il flyer era la prima esperienza che si aveva con l’evento, ancora prima di andarci. Infatti, non doveva soltanto informare, ma anche incuriosire. E penso che fosse proprio così. Persino io, che banalmente li riguardo oggi, mi ritrovo a sognare una festa che non ho mai vissuto, attraverso grafiche psichedeliche, aggressive e futuristiche.

Notiamo, infatti, come le grafiche, anche quando presentavano un solo disegno, fossero piene di carica e carattere. E soprattutto, mi immagino che il lavoro dietro alla creazione di una grafica ogni volta nuova e stimolante portasse via anche molto tempo. Ma quel tempo valeva la pena. Non solo ti portavi a casa il ricordo di una serata passata a ballare e a goderti la musica insieme agli amici, ma quel ricordo ti sarebbe rimasto per sempre, grazie al flyer appeso in camera.

La decadenza estetica dei flyer

La morte di questo bel periodo arriva con l’avvento del digitale e, successivamente, dei social. Dagli anni 2000 fino ai giorni nostri, siamo passati dai flyer appesi per strada o distribuiti, ad esempio, nei negozi di dischi, anche lì, un mondo completamente a parte, alle storie Instagram che durano 24 ore o ai post che rimangono sul profilo.

Cambia radicalmente non solo l’estetica della grafica, ma anche il modo di vivere la musica e di fare serata.

Template preimpostati, font ricorrenti, layout tutti uguali tra loro. Basta inserire il nome dell’evento, la data e il luogo e, dopo due minuti, è tutto pronto. Asettici e senza carattere, come molte delle serate che, d’altronde, vengono proposte al giorno d’oggi. Certo, magari alcune realtà, anche piccole ma dal carattere underground, cercano ancora di farsi riconoscere e soprattutto di sperimentare, dimostrando che la creatività dietro a un evento, che passa banalmente anche attraverso un flyer, non è morta.

Anche perché, pensandoci bene, devi pubblicizzare al meglio la tua serata. E oggi vedo alcune locandine che, a parte il fatto che ormai è tutto digitale e quindi non c’è neanche più quel gusto di dire “mi porto a casa un ricordo”, non fanno nemmeno capire a che tipo di serata stai andando, che musica ci sarà o di quale discoteca o locale si tratti. Si omologano talmente tanto tra loro che uno finisce per confondersi.

Il problema è che non ci mancano gli strumenti per creare qualcosa di interessante, ma siamo troppo presi dalla foga e dalla fretta di pubblicizzare un evento che ci dimentichiamo di dargli carattere.

E penso: se oggi togliessimo il nome del locale dal flyer, saremmo ancora capaci di riconoscere la serata? Forse il flyer non è morto davvero. Forse abbiamo solo smesso di dargli l’importanza che si merita.

crediti foto: British Culture Archive⁠, www.thewire.co.uk, petapixel.com, borosix.co.uk, freepartypeople.wordpress.com, dankew.me