Moda e identità: ci vestiamo per chi vorremmo essere?

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Ci vestiamo per la vita che abbiamo, o per quella che vorremmo?

Tra moda, identità personale e desiderio di appartenenza, il guardaroba contemporaneo racconta molto più delle nostre scelte di stile. E se acquistassimo abiti non soltanto per ciò che siamo, ma soprattutto per ciò che speriamo di diventare?

Da qualche parte, nel nostro armadio, esiste una persona che conduce una vita decisamente più interessante della nostra. Ha appuntamenti ai quali non arriviamo mai, frequenta luoghi nei quali non siamo mai stati e possiede una sorprendente quantità di occasioni per indossare abiti che noi, invece, continuiamo a conservare con cura.

Il particolare curioso è che siamo stati proprio noi a comprarli.

C’è il completo sartoriale destinato a una carriera che ancora aspettiamo di cominciare. La giacca acquistata per una vita mondana che, a giudicare dal calendario, si svolge prevalentemente nella nostra immaginazione. E poi ci sono quegli oggetti che non rispondono a una necessità, né a un particolare colpo di fulmine estetico, ma alla convinzione, più o meno consapevole, che possederli possa avvicinarci a una certa idea di noi stessi. Naturalmente, non c’è niente di male nel desiderare qualcosa di bello. La moda non ha mai avuto il compito di renderci più virtuosi, e sarebbe piuttosto deprimente ridurre il guardaroba a un inventario di necessità pratiche.

Ma esiste una differenza, sottile e tutt’altro che irrilevante, tra scegliere un abito perché ci rappresenta e sceglierlo perché rappresenta qualcuno che vorremmo diventare. Ed è proprio in quella distanza che si nasconde una delle contraddizioni più interessanti del consumo contemporaneo. Perché forse non compriamo sempre ciò che desideriamo indossare. A volte compriamo ciò che desideriamo essere.

Moda e identità personale

La moda è sempre stata un linguaggio. Attraverso gli abiti abbiamo raccontato appartenenze sociali, ambizioni, ribellioni e trasformazioni personali. Abbiamo utilizzato il vestire per distinguerci, integrarci, affermare un ruolo o, più semplicemente, sentirci a nostro agio nella nostra pelle.

Nulla di particolarmente nuovo, dunque. A cambiare, semmai, è la facilità con cui oggi possiamo acquistare non soltanto un’estetica, ma l’immaginario che la circonda. Pensiamo al quiet luxury, diventato negli ultimi anni molto più di una preferenza per materiali pregiati e linee essenziali. Per una parte del pubblico ha rappresentato la possibilità di evocare una ricchezza discreta, un’eleganza apparentemente disinteressata al riconoscimento e una sicurezza sociale che non necessita di loghi per manifestarsi.

Una promessa affascinante. Con un piccolo paradosso: per dimostrare di non avere bisogno di esibire il proprio status, abbiamo finito per codificarne minuziosamente ogni dettaglio.

E così il guardaroba diventa qualcosa di più di una raccolta di vestiti. Si trasforma in una sorta di autobiografia anticipata, nella quale non raccontiamo necessariamente la vita che conduciamo, ma quella alla quale vorremmo appartenere.

Il rischio non è desiderare di cambiare. È convincersi che il cambiamento possa cominciare e concludersi davanti alla cassa di una boutique.

Il consumo aspirazionale e la promessa di diventare qualcun altro

In psicologia, il concetto di sé ideale, presente nel lavoro di Carl Rogers, descrive l’immagine della persona che vorremmo essere. Un’immagine che può orientarci, motivarci e accompagnare le nostre scelte, ma che non sempre coincide con ciò che siamo nella realtà.

Applicato alla moda, questo divario offre una chiave di lettura interessante del consumo aspirazionale.

Non acquistiamo necessariamente un capo soltanto per le sue caratteristiche materiali. Possiamo desiderarlo anche per ciò che rappresenta: autorevolezza, indipendenza, raffinatezza, successo, libertà.

Un cappotto impeccabile può evocare una vita professionale consolidata. Un guardaroba costruito intorno a capi essenziali può suggerire ordine e controllo. Un accessorio riconoscibile può diventare il simbolo di un traguardo raggiunto, o ancora da raggiungere.

Naturalmente, un oggetto può accompagnare una trasformazione personale. Può persino aiutarci a sentirci più sicuri nell’affrontarla.

Ma sarebbe opportuno ricordare che indossare i simboli di una determinata identità non equivale necessariamente ad averla costruita.

Una distinzione che il mercato, comprensibilmente, non ha particolare interesse a sottolineare.

Del resto, vendere una giacca è un’operazione commerciale. Vendere la promessa della persona che potremmo diventare indossandola è un’operazione assai più sofisticata.

E spesso anche più redditizia.

Social media e tendenze moda: quando uno stile di vita diventa acquistabile

A rendere questo meccanismo ancora più evidente contribuisce la cultura digitale.

Instagram, TikTok e Pinterest non si limitano a mostrarci cosa indossare. Ci presentano interi universi estetici nei quali ogni elemento sembra rispondere a un’identità precisa.

C’è la donna dall’eleganza minimalista, quella che vive tra appuntamenti professionali e alberghi internazionali, quella che trascorre i fine settimana immersa nella natura, quella che sembra aver trasformato la propria esistenza in una sequenza perfettamente coordinata di immagini.

Non importa quanto queste rappresentazioni corrispondano alla realtà. Ciò che conta è la loro capacità di rendere desiderabile uno stile di vita e, soprattutto, di tradurlo in oggetti acquistabili.

Un maglione, una borsa, un paio di scarpe diventano così frammenti di un’identità alla quale possiamo accedere senza necessariamente condividerne le esperienze.

È una forma di aspirazione particolarmente efficace perché non ci chiede di cambiare immediatamente la nostra vita. Ci permette di cominciare dalla sua rappresentazione.

E qui emerge una domanda meno innocente di quanto sembri: quanto delle nostre scelte di stile nasce da un gusto autentico e quanto dal desiderio di riconoscerci in un’immagine che abbiamo imparato ad ammirare?

Non è necessario immaginare consumatori privi di volontà, manipolati da un algoritmo onnipotente. Sarebbe una lettura semplicistica, oltre che poco generosa.

Il problema è più sottile.

Quando siamo esposti continuamente a rappresentazioni seducenti di ciò che potremmo essere, distinguere un desiderio personale da uno acquisito per imitazione diventa un esercizio meno immediato di quanto vorremmo credere.

Il vero lusso è scegliere senza dover dimostrare nulla?

A questo punto, sarebbe facile concludere invitando a comprare meno, scegliere meglio e riscoprire la propria autenticità.

Un finale rassicurante, certamente. E anche piuttosto prevedibile.

Perché la questione non riguarda soltanto la quantità di abiti che possediamo, né il prezzo che siamo disposti a pagare.

Un capo straordinario può rappresentare un piacere autentico, una passione per la manifattura, una sensibilità estetica o un ricordo personale. Ridurre ogni acquisto a un tentativo di affermazione sociale significherebbe negare la complessità stessa della moda.

Il punto è un altro.

Quante delle cose che possediamo ci piacciono davvero, indipendentemente da ciò che comunicano agli altri?

Continueremmo a desiderare quella borsa se nessuno potesse riconoscerne il marchio? Sceglieremmo lo stesso guardaroba se non esistessero fotografie da pubblicare, occasioni nelle quali essere osservati o modelli estetici ai quali confrontarci?

E, soprattutto, se domani ottenessimo la vita che abbiamo sempre desiderato, continueremmo a vestirci nello stesso modo?

Sono domande alle quali non esiste una risposta universalmente corretta. Ma forse proprio per questo meritano di essere poste.

Perché il problema non è comprare un abito per sentirsi diversi. È aspettarsi che sia l’abito a fare tutto il lavoro.

La moda possiede uno straordinario potere espressivo. Può accompagnare un cambiamento, anticiparlo, renderlo visibile. Può offrirci il coraggio di sperimentare una versione diversa di noi stessi.

Non può, però, sostituirsi completamente alla nostra identità.

E forse è proprio questa la distinzione che abbiamo smesso di considerare.

Domani mattina apriremo nuovamente l’armadio. Sceglieremo una camicia, un pantalone, forse un accessorio al quale siamo particolarmente affezionati. E, per una volta, prima di domandarci se ci stia bene, potremmo chiederci qualcosa di più interessante.

A chi stiamo cercando di assomigliare?

photo credits: Vogue, Pinterest