London Fashion Week SS27

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Da McQueen a Simone Rocha, Londra celebra la propria storia guardando ostinatamente avanti.

Londra non chiede permesso. Non lo ha mai fatto.

Forse è questa la differenza fondamentale tra la capitale britannica e tutte le altre città che, quattro volte l’anno, si contendono l’attenzione di buyer, giornalisti, celebrity e telefoni ostinatamente sollevati a pochi centimetri dalle passerelle. Parigi custodisce il mito, Milano conosce il mestiere, New York vende il presente. Londra, invece, continua a permettersi il lusso più pericoloso di tutti: non sapere esattamente che cosa diventerà.

Ed è proprio da qui che bisogna partire per raccontare la London Fashion Week Primavera/Estate 2027.

Dal 17 al 21 settembre, la città ha rimesso insieme le proprie contraddizioni: heritage e provocazione, sartoria e club culture, grandi maison e designer che ancora combattono per conquistarsi una stanza, una passerella e, possibilmente, un bilancio sostenibile. Il British Fashion Council ha costruito un programma di 47 sfilate, 23 presentazioni e 10 attivazioni digitali, oltre a 53 eventi serali, riportando al centro una domanda che Londra sembra porsi da sempre: che cosa significa essere britannici quando la tradizione, da sola, non basta più?

La risposta, per fortuna, non è arrivata in una sola forma.

McQueen torna a casa

Ci sono ritorni che sembrano semplici operazioni di calendario. Altri hanno qualcosa del ricongiungimento familiare. Quello di McQueen a Londra appartiene decisamente alla seconda categoria.

Dopo le stagioni parigine, Seán McGirr ha riportato la maison nella città in cui il nome Alexander McQueen è nato, è diventato scandaloso, magnifico e infine parte della storia della moda britannica. E il luogo scelto difficilmente avrebbe potuto essere più appropriato: l’Undercroft della Lincoln’s Inn Chapel, spazio seicentesco sotterraneo fatto di pietra, volte e secoli di fantasmi inglesi.

Ed eccola, Londra.

Non quella educata delle cartoline, ma quella che Lee McQueen aveva trasformato nel proprio vocabolario: religiosa e profana, aristocratica e violenta, impeccabile e disturbante.

McGirr la attraversa mettendo in collisione sacro e profano, tailoring britannico e cultura della notte, corsetteria e organze costruite sulle spalle quasi fossero ali. Compare persino una chainmail composta da piccoli teschi d’argento. E ritorna Savile Row: per la collezione, McQueen riallaccia infatti il rapporto storico con Huntsman, lavorando su tre look bespoke e recuperando, attraverso quella collaborazione, anche l’ombra ribelle di Tommy Nutter.

Perché qui possono convivere. Anzi, probabilmente devono. Il punto non è imitare Lee McQueen. Sarebbe nostalgico, oltre che impossibile. È piuttosto recuperare quella tensione tra bellezza e disagio senza la quale McQueen rischierebbe semplicemente di diventare un altro marchio del lusso.

Il ritorno nella capitale britannica sembra allora qualcosa di più di un cambio d’indirizzo.

È un ritorno alla grammatica madre.

Christopher Kane ricomincia da Mulberry

Poi c’è Christopher Kane. Tre anni dopo la chiusura della propria label, il designer scozzese è tornato in passerella assumendo la direzione creativa di Mulberry. E già questa sarebbe una notizia sufficiente.

Ma Londra ama complicare le cose. Mulberry non sfilava alla London Fashion Week dal 2017 e Kane ha scelto di ripartire dal brutalismo del Queen Elizabeth II Centre di Parliament Square con City Town Country, una collezione che prende l’heritage della maison e, invece di imbalsamarlo, lo smonta.

Il profilo della celebre Bayswater diventa un codice grafico: passa dai cappotti alle gonne, dagli abiti alla maglieria, trasformandosi quasi in un logo che non ha bisogno di scrivere il proprio nome. Tornano il country check, riferimenti agli archivi di Roger Saul, vecchi loghi e persino una stampa floreale recuperata dalla memoria della maison. Accanto alla Bayswater arrivano Axe e Chop, nuove borse destinate a entrare nel vocabolario del marchio.

Il risultato non rinnega Kane, ma non fagocita nemmeno Mulberry. È piuttosto l’incontro tra due identità britanniche che avevano entrambe bisogno, per ragioni diverse, di ricominciare.

E forse è proprio questo uno dei racconti più interessanti della stagione: la moda ama parlare di debutti. Londra, questa volta, sembra parlare soprattutto di seconde possibilità.

Simone Rocha

All’Old Bailey, il tribunale penale centrale di Londra, Simone Rocha ha portato nuovamente in scena il proprio universo. Già la scelta del luogo sarebbe sufficiente a raccontare qualcosa.

Per la Primavera/Estate 2027, con il menswear ormai affidato a un percorso separato, la designer torna a concentrarsi esclusivamente sul womenswear e parte da un’immagine che sembra scritta apposta per lei: la riscoperta, nel 1990, de La cattura di Cristo di Caravaggio, rimasta per oltre cinquant’anni erroneamente attribuita mentre era appesa nella casa dei gesuiti di Dublino.

Un capolavoro nascosto in piena vista. Da qui Rocha costruisce la contraddizione.

Il prezioso accanto al quotidiano. Rose lavorate a mano incontrano pelle, organza, taffetà e capispalla quasi ordinari; le silhouette avvolgono il corpo come mantelli o abiti religiosi, mentre ciò che inizialmente appare fragile viene manipolato, piegato, spostato.

La femminilità di Simone Rocha non è mai innocente, anche quando indossa una rosa. Ed è forse questo il suo talento più evidente: prendere tutto ciò che tradizionalmente associamo alla delicatezza (fiocchi, fiori, trasparenze, volumi romantici) e lasciare sempre, da qualche parte, qualcosa che disturba la composizione.A Londra anche il romanticismo deve sapersi difendere.

Una città e molti linguaggi

Intorno ai grandi ritorni, Londra continua intanto a fare quello che le riesce meglio: moltiplicare linguaggi senza preoccuparsi troppo di farli andare d’accordo.

Richard Quinn costruisce il proprio universo sotto lampadari e superfici specchianti e torna a quell’idea quasi ostinata di glamour che da anni costituisce il suo vocabolario. Cristalli, ricami, piume, silhouette da sera e una donna che non sembra avere alcun interesse a scomparire dentro il minimalismo dominante. A chiudere lo show è Helena Christensen e, per qualche minuto, Londra si concede il piacere ormai quasi sovversivo di vestirsi semplicemente per essere guardata.

Roksanda sceglie invece il roof garden del National Theatre e lavora sulla materia e sul movimento: sete, colore, drappeggi e intrecci ispirati alle opere tessili monumentali dell’artista svizzera Françoise Grossen. La designer inserisce anche se stessa nel racconto, trasformando alcuni propri dipinti in grandi foulard di seta che diventano abiti e tuniche.

Poi Erdem, Harris Reed, KNWLS, Chopova Lowena, Ahluwalia, Toga.

Nomi, generazioni e idee diversissime tenute insieme non da un’estetica comune, ma da qualcosa di molto più difficile da trasformare in una tendenza Instagram: la libertà progettuale.

Forse il London look non esiste, e è precisamente questa la sua forza.

E poi arriva Marks & Spencer

Naturalmente, se la settimana fosse stata composta soltanto da McQueen, Simone Rocha e designer indipendenti, sarebbe stato tutto troppo semplice. Così è arrivato Marks & Spencer.

Nel centenario della propria attività nella moda, uno dei simboli più popolari della high street britannica ha debuttato ufficialmente alla London Fashion Week con 57 look immediatamente acquistabili. Womenswear e menswear, tuxedo, camicie bianche, knitwear, outerwear e riferimenti all’archivio del marchio, con metà della collezione proposta sotto le 50 sterline.

Snobbare l’operazione sarebbe facilissimo, mentre, capirla è più interessante.

Perché mettere M&S nello stesso calendario di McQueen racconta forse la moda britannica meglio di qualsiasi manifesto. Il lusso accanto alla high street. L’abito costruito come oggetto artistico e quello acquistabile pochi minuti dopo la passerella.

Non significa sostenere che siano la stessa cosa, significa riconoscere che appartengono allo stesso ecosistema culturale.

E London, più di qualsiasi altra capitale della moda, non si vergogna della contaminazione.

Il futuro è già entrato dalla porta

Naturalmente una London Fashion Week senza giovani designer sarebbe quasi una contraddizione in termini.

Il programma NEWGEN del British Fashion Council porta al debutto nella nuova coorte Francesca Lake, Gui Rosa e Petra Fagerström, mentre Fashion East torna con GOYAGOMA, Jacek Gleba e Mé Mé. Lovebirds entra per la prima volta nel calendario londinese e, accanto ai nomi consolidati, trovano spazio designer come Aaron Esh, Ashley Williams, Paolo Carzana e Joshua Ewusie.

Ed è proprio Ewusie a offrire una delle immagini più interessanti della nuova generazione. Per In Lieu of Flowers parte dai salotti delle famiglie migranti: fiori artificiali, tovaglie di plastica, crochet, oggetti che una certa idea occidentale di gusto potrebbe liquidare rapidamente con la parola “kitsch”.

Ewusie li prende e li costringe a cambiare status. La pelle tagliata al laser diventa pizzo, il PVC viene trasformato, la memoria domestica entra nel vocabolario del lusso. Non è soltanto estetica, diventa la vecchia ossessione britannica per le classi, il gusto e l’appartenenza osservata da un’altra generazione, attraverso altre identità.

Ed è qui che Londra continua a essere davvero importante.

Non quando cerca di competere con Parigi sul terreno della grandeur o con Milano su quello dell’industria, ma quando permette a qualcuno di prendere ciò che viene considerato sbagliato, eccessivo, povero, kitsch o semplicemente fuori posto e domandare: chi ha deciso che lo fosse?

London Calling

E infine Burberry. Alle 19 del 21 settembre, la maison ha avuto l’ultima parola della London Fashion Week Primavera/Estate 2027.

Non serve, almeno per ora, fingere di averne già decifrato il messaggio. Le immagini ufficiali e le analisi della collezione devono ancora sedimentare e la moda, qualche volta, guadagnerebbe qualcosa dal concedersi il lusso di aspettare prima di emettere una sentenza. È sufficiente il simbolo. Nell’anno del suo 170° anniversario, il marchio che forse più di ogni altro ha trasformato l’identità britannica in un linguaggio globale ha chiuso la settimana dedicata a interrogarsi, ancora una volta, su che cosa significhi essere britannici.

Difficile immaginare un punto finale più appropriato. Ma forse Londra aveva già detto abbastanza.

Ha riportato McQueen a casa e Christopher Kane sulla passerella. Ha fatto entrare Marks & Spencer alla Fashion Week mentre continuava a lasciare spazio a designer che stanno ancora costruendo il proprio nome. Ha messo Caravaggio in tribunale con Simone Rocha, il glamour sotto una distesa di specchi con Richard Quinn e le memorie dei salotti della diaspora dentro il vocabolario del lusso.

Non tutto funziona. E non tutto deve funzionare: dopotutto, la differenza tra un laboratorio e una vetrina è questa.

Londra continua a essere disordinata, contraddittoria, costosissima, talvolta incomprensibile e ostinatamente convinta che le regole siano soprattutto materiale interessante da smontare.

Mentre il sistema moda discute di crisi, cambi di direzione creativa, bilanci, algoritmi, engagement e dell’ennesima presunta rivoluzione destinata a durare quanto una Instagram Story, dalla capitale britannica arriva ancora una vecchia telefonata. London calling, e per fortuna, qualcuno risponde ancora.

Photocredits: Fashion Network Italia, Vogue