Ferragosto, la festa da cui adesso vogliamo scappare

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Dalle Feriae Augusti alle partenze intelligenti: storia del giorno più italiano dell’estate, quando andare tutti nello stesso posto era un rito e non ancora qualcosa da evitare.

Augusto, quando inventò le Feriae Augusti, probabilmente non aveva previsto la Salerno-Reggio Calabria. Né le file sotto il sole, gli stabilimenti balneari esauriti, i tavoli prenotati con settimane d’anticipo e quella particolare forma di rassegnazione che coglie l’italiano quando scopre che altri diecimila connazionali hanno avuto esattamente la sua stessa idea.

Eppure Ferragosto nasceva con intenzioni decisamente migliori.

Era il riposo. La sospensione. Quell’istante in cui perfino Roma, che aveva fatto della conquista del mondo una discreta occupazione a tempo pieno, decideva che fosse arrivato il momento di fermarsi.

Le Feriae Augusti, le ferie di Augusto, cadevano originariamente il primo giorno del mese e si inserivano nel calendario delle celebrazioni estive romane. Secoli dopo la tradizione sarebbe stata assorbita dalla festa cristiana dell’Assunzione e spostata al 15 agosto. Cambiarono dèi, calendari e imperi. Rimase una cosa: l’idea che, almeno una volta durante l’estate, fosse legittimo non fare nulla.

Poi arrivammo noi.

Ferragosto era un rito collettivo

C’è stato un tempo in cui Ferragosto non si organizzava. Accadeva.

Le città si svuotavano, le serrande scendevano, sulle automobili comparivano valigie che sembravano preparate per un’espulsione definitiva dalla propria abitazione e intere famiglie si spostavano verso il mare, la montagna o la casa dei parenti.

Non serviva chiedere cosa avresti fatto il 15 agosto. Qualcosa avresti fatto. E quasi certamente lo avresti fatto insieme a molte altre persone.

La grigliata, il pranzo che cominciava quando era ancora socialmente accettabile chiamarlo colazione e terminava quando qualcuno proponeva la cena, il cocomero, la spiaggia, le sedie di plastica, le tovaglie di carta. Ferragosto apparteneva a quella categoria di rituali italiani che non avevano bisogno di essere eleganti per essere importanti.

Era soprattutto una festa collettiva. E forse è proprio questa la differenza.

Perché l’Italia che celebrava Ferragosto era un Paese abituato a fare le cose insieme. Si andava in vacanza nello stesso periodo, si guardavano gli stessi programmi televisivi, si chiudevano gli stessi negozi, si mangiava più o meno alla stessa ora. Persino il riposo aveva un calendario condiviso.

Ferragosto non prometteva l’esclusività. Prometteva l’appartenenza.

Poi abbiamo cominciato a voler essere soli

Oggi Ferragosto continua a essere affollatissimo. Le spiagge non sono improvvisamente deserte, gli alberghi non aspettano malinconicamente clienti che non arriveranno e i ristoranti non hanno certamente dimenticato il significato della parola “pieno”. Eppure è cambiata la percezione.

Provate a proporre oggi una partenza il 15 agosto.

La risposta, sempre più spesso, non sarà entusiasmo. Sarà un calcolo.

Quanto traffico ci sarà? Quanto costa l’hotel? Troveremo posto? La spiaggia sarà invivibile? E se partissimo il 12? Meglio il 18? Oppure settembre?

Abbiamo persino inventato un’espressione meravigliosa: partenze intelligenti.

Che, tradotta, significa più o meno: partire quando non partono gli altri. Dopo duemila anni trascorsi a costruire una festa collettiva, il nostro massimo esercizio d’intelligenza consiste dunque nell’evitarci.

La vacanza è diventata una performance

Ma sarebbe troppo semplice dare la colpa soltanto al traffico. È cambiata la vacanza. Una volta si andava al mare. Punto.

Si poteva trascorrere quindici giorni nello stesso stabilimento, sotto lo stesso ombrellone, circondati dalle stesse famiglie e con una densità abitativa che oggi provocherebbe almeno tre stories indignate sull’overtourism.

Eppure nessuno pretendeva di avere scoperto quel posto. Oggi vogliamo altro. Cerchiamo la caletta nascosta, il borgo che “non conosce ancora nessuno”, il ristorante frequentato soltanto dagli abitanti del luogo, la spiaggia fuori dalle rotte. Possibilmente autentica. Possibilmente vuota. Possibilmente con abbastanza campo da poterlo comunicare immediatamente al resto del mondo.

Perché questa è forse la contraddizione più divertente della vacanza contemporanea: vogliamo stare dove non c’è nessuno, purché tutti sappiano che ci siamo stati.

Così inseguiamo destinazioni segrete suggerite da video visti da milioni di persone, prenotiamo ristoranti “fuori dai circuiti turistici” attraverso le stesse piattaforme utilizzate da tutti e raggiungiamo spiagge incontaminate seguendo diligentemente le indicazioni di Google Maps. Poi arriviamo. E troviamo gli altri. Lo stupore è autentico. Ferragosto rende semplicemente impossibile mantenere la finzione. Non promette silenzio, autenticità o solitudine. Non si spaccia per esperienza esclusiva.

Ferragosto è dichiaratamente popolare, rumoroso, affollato. È tutti insieme nello stesso momento. Ed è forse proprio questo che abbiamo smesso di desiderare.

Quando l’Italia ha smesso di andare in ferie insieme

Forse, però, il problema non è Ferragosto. Siamo noi ad aver smesso di vivere nello stesso calendario. C’è stata un’Italia in cui agosto significava chiuso. Le fabbriche fermavano la produzione, gli uffici abbassavano le serrande, le città si svuotavano e trovare un panettiere aperto dopo il 10 del mese poteva assumere i contorni di una piccola impresa di sopravvivenza urbana.

Le ferie non erano soltanto individuali. Erano collettive. Si partiva ad agosto anche perché ad agosto partivano tutti. Non necessariamente per scelta, ma perché il lavoro, la scuola e perfino le abitudini del Paese sembravano sincronizzati sullo stesso calendario. Oggi quella sincronia si è incrinata.

Le città non chiudono più davvero. I servizi continuano, i negozi restano aperti, il turismo lavora mentre gli altri riposano e le ferie si distribuiscono tra giugno, luglio, agosto e settembre. Perfino agosto ha perso quella sensazione vagamente apocalittica delle metropoli abbandonate. E allora Ferragosto è rimasto lì, quasi immutato sul calendario, mentre tutto ciò che gli stava intorno cambiava.

Continuiamo a celebrarlo, certo. Ma non abbiamo più bisogno che sia il 15 agosto per sentirci autorizzati ad andare in vacanza. Anzi, chi può scegliere spesso fa esattamente il contrario.

Parte prima. Parte dopo. Cerca settembre. Evita il fine settimana. Controlla le previsioni sul traffico e costruisce itinerari intorno ai giorni da bollino nero.

Non perché improvvisamente detestiamo Ferragosto. Ma perché abbiamo conquistato qualcosa che l’Italia delle ferie collettive possedeva molto meno: la possibilità di avere calendari diversi.

Ed ecco il paradosso. Per generazioni abbiamo aspettato il momento in cui finalmente tutti potessero andare in vacanza. Adesso che possiamo farlo in momenti diversi, la prima cosa che cerchiamo di evitare è andarci tutti insieme.

Eppure continuiamo a festeggiarlo

C’è però un dettaglio che rovina questa perfetta teoria sulla morte di Ferragosto. Continuiamo ad andarci.

Nonostante le code. Nonostante i prezzi. Nonostante le prenotazioni impossibili e i buoni propositi pronunciati ogni anno ( “l’anno prossimo ad agosto non mi muovo” ) il 15 agosto l’Italia continua a spostarsi, mangiare, brindare, riunirsi. Forse perché Ferragosto conserva qualcosa che il turismo contemporaneo non è ancora riuscito completamente a trasformare in prodotto.

L’idea che per un giorno si possa smettere. Augusto lo aveva capito più di duemila anni fa. Noi, armati di smartphone, notifiche, calendari condivisi e fotografie da pubblicare, un po’ meno.

Così abbiamo trasformato il giorno del riposo in una giornata da programmare con precisione militare per riuscire finalmente a rilassarci. Ed è forse questa la più grande ironia del Ferragosto contemporaneo. Passiamo settimane a cercare il posto perfetto dove trascorrerlo, studiamo il traffico, confrontiamo prezzi, prenotiamo ombrelloni e tavoli, cerchiamo destinazioni alternative e calcoliamo partenze strategiche.

Tutto pur di ottenere ciò che Augusto aveva concesso con una soluzione decisamente più semplice: un giorno di ferie.

Buon Ferragosto. Possibilmente lontano da tutti.

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