I tacchi rossi a Versailles non si compravano, erano concessi

da | CULTURE

A Versailles il colore del tacco diceva se contavi qualcosa. E non potevi sceglierlo tu.

A Versailles c’era un modo velocissimo per capire se una persona contava qualcosa. Non l’abito, non il titolo, non il posto a tavola.

Le scarpe.

Più precisamente: il colore del tacco. Rosso significava dentro. Qualsiasi altro colore significava fuori. E no, non era una questione di gusto — era una questione di permesso.


Prima di tutto: il tacco nasce maschio

Partiamo da qui, perché ribalta tutto quello che pensi di sapere.

Il tacco alto arriva in Europa fra fine Cinquecento e inizio Seicento dalla Persia, e serviva a una cosa sola: incastrare il piede nella staffa mentre cavalchi. Roba da guerrieri. Da uomini a cavallo.

Quando sbarca in Occidente si porta dietro esattamente quell’aura: equitazione, esercito, mascolinità. Per tutto il Seicento il tacco alto è un accessorio maschile e aristocratico, e più è alto più conta chi lo porta. La logica è semplice: con quei tacchi non puoi camminare a lungo, non puoi lavorare, non puoi fare niente di utile. Ed è esattamente il punto. Segnalano che non ne hai bisogno.


Il tacco alto non nasce per sedurre. Nasce per dichiarare che non lavori.


Luigi XIV e l’invenzione del privilegio ai piedi

Il Re Sole porta tacchi rossi già nel ritratto d’incoronazione del 1654, e continua a portarli fino alla fine — li vedi ancora nel celebre ritratto di stato di Hyacinthe Rigaud del 1701, quando ormai la moda era passata da un pezzo.

Poi, all’inizio degli anni Settanta del Seicento, arriva la mossa geniale: il re fa sapere che solo un gruppo selezionato di nobili può indossarli a corte.

Da quel momento il tacco rosso non è più una scelta estetica. È un’insegna. Un badge.


Perché proprio il rosso

Tre significati sovrapposti, tutti letali:

  1. Il sangue. Il nemico schiacciato sotto il tacco. Il rosso è colore militare.
  2. Il costo. La materia colorante rossa era carissima.
  3. Il fango. E questo è il migliore: un tacco rosso pulito certifica che il tuo piede non ha mai toccato una strada vera. Ti muovi in carrozza, in portantina, su parquet. Il rosso è la prova che il mondo esterno non ti riguarda.


I tacchi rossi non dicevano “sono ricco”. Dicevano “il re mi vede”.


Quando un accessorio inventa un insulto

Vuoi la prova definitiva che il dispositivo aveva funzionato? È entrato nella lingua.

Pied plat, “piede piatto”, diventa espressione dispregiativa per l’uomo di bassa estrazione. E les talons rouges diventa il soprannome dei giovani cortigiani arroganti e privilegiati.

Quando una scarpa genera un insulto, ha smesso di essere abbigliamento ed è diventata un’istituzione.


Il momento in cui tutto si rovescia

Ed è qui che la storia diventa interessante davvero.

I tacchi rossi restano a Versailles fino al 1789, e nel frattempo si diffondono anche nelle altre corti europee. Ma nel 1780 esce un pamphlet contro Maria Antonietta intitolato Portefeuille d’un talon rouge. Il tacco rosso è ormai uno dei simboli dell’assolutismo da abbattere.

Stesso segno. Prima ti identificava come privilegiato, poi ti identificava come bersaglio.

È un meccanismo che si ripete sempre, anche adesso: nel momento esatto in cui un segno di status diventa perfettamente riconoscibile, è già diventato un mirino.


E poi i tacchi cambiano sesso

Con la Rivoluzione arriva quella che lo psicologo John Flügel chiamerà la Grande Rinuncia Maschile: l’uomo occidentale molla colore, ornamento, altezza. Si veste scuro, sobrio, piatto.

Il tacco resta alle donne.

E qui sta il punto che dovresti portarti a casa: l’oggetto non cambia forma, cambia genere. Stesso identico manufatto. Nel Seicento significa potere, tempo libero, distanza dal lavoro. Due secoli dopo significa seduzione, fragilità, decoro.

Nessuna forma ha un significato suo. Glielo dà il sistema che se la mette ai piedi.


1993: il rosso torna, ma cambia le regole

Christian Louboutin dipinge di rosso la suola di un prototipo. Meccanismo identico a Versailles: un colore piazzato nella parte della scarpa che si vede solo quando cammini o accavalli le gambe. Un segno che esiste soltanto in movimento.

Ma c’è una differenza che vale tutta la storia:

Il tacco rosso di Versailles non si poteva comprare. Si poteva solo ricevere. La suola rossa di oggi si può soltanto comprare.

L’appartenenza è passata dalla concessione al prezzo. E infatti finisce in tribunale: la causa Louboutin contro Yves Saint Laurent (2011–2012) porta la corte d’appello americana a riconoscere il marchio di colore, limitandolo però ai casi in cui la tomaia contrasta con la suola.

Da privilegio di corte a proprietà intellettuale registrata. Il Seicento concedeva. Il presente deposita il marchio.


Cosa resta

Che la prossima volta che qualcuno ti dice che le scarpe sono un dettaglio, puoi rispondere che per un secolo intero, in Europa, sono state la cosa più politica che si potesse indossare.

E che il rosso, ai piedi, non è mai stato solo un colore.