La Gen Z vuole vivere come una nonna italiana. Purché sia una tendenza

da | FASHION

Crochet, foulard, scarpe comode e pranzi senza fretta: dietro l’estetica “Dolce Nonna” non c’è soltanto nostalgia, ma il desiderio di sottrarsi a una vita vissuta per essere mostrata.

Per riscoprire ciò che le nonne italiane fanno da sempre, naturalmente, serviva un nome inglese. Si chiama nonna-maxxing ed è l’ultima ossessione di una generazione troppo giovane per essere già così stanca.

Nato sui social come antidoto alla cultura della performance, il fenomeno invita a rallentare seguendo l’esempio, accuratamente romanticizzato, della nonna italiana: cucinare in casa, andare al mercato, camminare, coltivare relazioni, lavorare a maglia e concedersi pranzi abbastanza lunghi da mettere in crisi qualunque agenda digitale. Una quotidianità che fino a ieri sarebbe sembrata semplicemente normale e che oggi, dopo anni trascorsi a ottimizzare persino il riposo, assume i contorni di una piccola rivoluzione. Poi, inevitabilmente, è arrivata la moda. E la nonna è diventata “Dolce Nonna”.

Il guardaroba della nonna secondo TikTok

L’estetica mette insieme abiti midi stampati, camicie di lino leggermente stropicciate, cardigan, lavorazioni crochet, occhiali dalle montature importanti, foulard annodati tra i capelli e sandali abbastanza comodi da consentire una passeggiata fino al mercato. Il tutto accompagnato da ceste di paglia, gioielli che ricordano quelli trovati in fondo a un cassetto e una precisa idea di Mediterraneo, possibilmente illuminato dalla luce dorata delle sei del pomeriggio.

Non è necessario che i capi appartengano davvero a una nonna. Anzi, spesso è preferibile che siano nuovi, selezionati con cura e fotografati in modo da sembrare ereditati. La spontaneità, nell’epoca dei social, richiede una preparazione impeccabile.

La tendenza raccoglie suggestioni che circolano da tempo: il ritorno del vintage, l’artigianato, il crochet, le silhouette rétro e quella fascinazione per l’Italia che all’estero oscilla continuamente tra sofisticazione e cartolina. La stampa internazionale ha già trasformato il fenomeno in uno dei racconti dell’estate 2026, mentre TikTok ha compiuto la sua magia abituale: riunire elementi già esistenti, trovare loro un nome efficace e presentarli come una scoperta.

Prima dello stile, la stanchezza

Ridurre il nonna-maxxing a qualche foulard e a un paio di scarpe basse, però, significherebbe perdere la parte più interessante del fenomeno. Dietro questa nostalgia accuratamente filtrata c’è una generazione cresciuta nella convinzione che ogni minuto debba produrre qualcosa: denaro, risultati, contenuti o almeno una prova fotografica della propria felicità.

Persino il benessere è diventato un’altra attività da svolgere correttamente. Bisogna svegliarsi presto, allenarsi, meditare, bere la bevanda giusta, seguire la routine serale consigliata dall’algoritmo e, naturalmente, documentare tutto. Il riposo non è più una pausa dalla prestazione: ne è diventato una variante dai colori neutri.

La nonna immaginata dalla Gen Z rappresenta l’opposto. Non controlla il numero dei passi, eppure cammina. Non parla di mindfulness, ma impasta. Non possiede un’app per coltivare le relazioni, perché chiama le persone e le invita a pranzo. È l’emblema di un’esistenza concreta, ripetitiva e imperfetta, proprio per questo diventata desiderabile.

Il successo del nonna-maxxing è stato infatti interpretato come una risposta allo screen fatigue, alla cultura della produttività e alla ricerca ossessiva dell’ottimizzazione personale. Una ribellione gentile, consumata tra una pasta fatta in casa e un video verticale che spiega come sottrarsi alla vita digitale.

Quando l’autenticità diventa un prodotto

La contraddizione è evidente. La moda e i social prendono uno stile di vita fondato sulla durata, gli danno una scadenza stagionale e lo trasformano in qualcosa da acquistare. Gli oggetti conservati per decenni vengono sostituiti da prodotti nuovi progettati per sembrare vissuti; la lentezza viene raccontata attraverso contenuti di pochi secondi; il rifiuto delle tendenze diventa la tendenza del mese.

È il destino contemporaneo dell’autenticità: appena la riconosciamo, sentiamo il bisogno di confezionarla.

Eppure, liquidare la Dolce Nonna come l’ennesima estetica effimera sarebbe troppo semplice. Sotto la superficie un po’ caricaturale rimane una domanda autentica: che cosa abbiamo perduto nella corsa verso una vita più efficiente?

Le nonne evocate da questa tendenza non sono soltanto figure decorative circondate da tovaglie ricamate e pomodori maturi. Sono donne che hanno custodito oggetti perché sostituirli non era scontato, riparato abiti perché il lavoro aveva un valore e tramandato gesti senza bisogno di chiamarli heritage. Dietro la lentezza che oggi appare tanto poetica c’erano fatica, disciplina e una capacità di resistenza che nessun’estetica può riprodurre davvero.

La moda, almeno, sembra averne intuito la forza. Nelle collezioni tornano lavorazioni manuali, ricami, maglieria, foulard e riferimenti al guardaroba familiare. Anche Dolce & Gabbana, per l’Autunno-Inverno 2026, ha riportato in passerella scialli crochet, ricami e immagini legate alla matriarca italiana: non una comparsa folkloristica, ma una presenza capace di tenere insieme memoria, autorità e identità.

Il lusso di non dover apparire

Forse la Gen Z non vuole davvero vestirsi da nonna. Vuole ciò che la nonna, almeno nell’immaginario, sembra possedere: tempo non misurato, oggetti con una storia, legami che non dipendono da una notifica e il privilegio di fare qualcosa senza trasformarlo immediatamente in un’identità.

In questo senso la Dolce Nonna racconta meno il ritorno di un guardaroba e più il fallimento di un modello. Dopo aver venduto la velocità, la moda ora vende la lentezza. Dopo aver imposto la novità, riscopre la durata. Dopo averci insegnato a mostrare tutto, celebra chi non aveva bisogno di farlo.

La vera rivoluzione, allora, non sarà vestirsi come una nonna italiana. Sarà smettere, finalmente, di avere fretta di mostrarlo.

Foto: Pinterest