Dall’appropriazione culturale alla decolonizzazione della moda: il fashion system fa ancora i conti con il proprio passato
C’è una parola che aleggia sempre più spesso tra passerelle, campagne pubblicitarie e dibattiti social: colonialismo. Una parola scomoda, che il sistema moda ha provato per anni a confinare nei libri di storia, salvo poi ritrovarsela davanti, viva, attuale, persino cucita addosso ai propri abiti.
Perché il rapporto tra colonialismo e moda non riguarda soltanto l’ennesima polemica sull’appropriazione culturale o una collezione accusata di aver “preso ispirazione” da simboli appartenenti ad altre culture. Il nodo è più profondo. E racconta un equilibrio di potere che, sotto il velluto del lusso contemporaneo, continua a sopravvivere.

Colonialismo e moda: perché il dibattito è ancora attuale
Nel linguaggio del fashion system globale, la creatività viene spesso celebrata come territorio libero, fluido, senza confini. Eppure, osservando con maggiore attenzione, ci si accorge che non tutte le culture vengono trattate allo stesso modo.
Alcune diventano “ispirazione”. Altre restano semplicemente invisibili.
La storica e ricercatrice Maria Lorusso, nel volume La decolonizzazione della moda. Lingua, appropriazione e sostenibilità nelle culture native nordamericane (2022), affronta proprio questo squilibrio: non tanto la colonizzazione come fenomeno storico concluso, quanto la colonialità, ossia il sistema culturale che continua a determinare chi possiede autorevolezza e chi, invece, resta relegato ai margini.
Ed è qui che la moda diventa terreno politico.
Che cos’è la colonialità secondo Aníbal Quijano
Il sociologo peruviano Aníbal Quijano distingue con precisione colonialismo e colonialità.
Il primo riguarda il dominio territoriale ed economico esercitato dalle potenze occidentali nel corso della storia.
La seconda, invece, è molto più sottile. Invisibile, persino elegante nelle sue forme contemporanee.
La colonialità stabilisce infatti quali culture siano considerate “moderne”, quali linguaggi meritino riconoscimento artistico e quali debbano restare confinati nella categoria dell’artigianato etnico o folkloristico.



Tradotto nel linguaggio della moda: un ricamo indigeno indossato dalla comunità che lo ha creato viene spesso percepito come tradizione locale. Lo stesso ricamo, reinterpretato da una maison occidentale e mostrato sotto le luci di Parigi o Milano, diventa improvvisamente lusso, innovazione, avanguardia.
E forse il paradosso è tutto qui.
Appropriazione culturale nella moda: il lusso prende, ma raramente restituisce
Negli ultimi anni, il tema dell’appropriazione culturale nella moda è entrato con forza nel dibattito pubblico. Dai copricapi tradizionali trasformati in accessori fashion fino ai pattern tribali reinterpretati sulle passerelle europee, il meccanismo appare ormai evidente.
Il fashion system occidentale continua ad attingere a simboli, tecniche e codici estetici provenienti da culture non occidentali, spesso senza riconoscimento economico o culturale per le comunità d’origine. La contraddizione è quasi ironica: ciò che per decenni è stato giudicato “etnico”, “artigianale” o addirittura “arretrato”, una volta filtrato dall’estetica occidentale acquisisce immediatamente prestigio e desiderabilità.
Come se la legittimazione potesse arrivare solo passando attraverso determinati salotti del gusto internazionale.
Moda occidentale e gerarchie culturali: il peso di spazio e tempo
Secondo il framework teorico elaborato da Maria Lorusso e Quijano, esistono due elementi fondamentali che continuano a strutturare queste gerarchie: spazio e tempo.
La moda occidentale si auto-rappresenta come punto di approdo dell’evoluzione estetica contemporanea.
Le culture visive indigene o non occidentali, invece, vengono spesso collocate in un tempo immobile, quasi archeologico: qualcosa da recuperare, reinterpretare, “modernizzare”.
Non è soltanto una questione stilistica. È una gerarchia culturale che decide chi può essere definito designer e chi resta mera fonte d’ispirazione anonima.

Decolonizzazione della moda: i segnali di un cambiamento possibile
Eppure qualcosa, lentamente, si sta muovendo.
La globalizzazione digitale ha aperto spazi nuovi, consentendo a creativi e comunità storicamente marginalizzate di raccontarsi senza intermediari occidentali. Oggi fotografi, designer e artisti appartenenti a culture indigene possono finalmente costruire una narrazione autonoma della propria identità estetica.
Un esempio significativo arriva dal 2026, quando la fotografa messicana indigena Citlali Fabián conquista il premio per la migliore fotografia dell’anno ai Sony World Photography Awards 2026 grazie al progetto Stories of my Sisters, realizzato in collaborazione con Bilha.
Non soltanto un riconoscimento artistico, ma un’affermazione identitaria e territoriale che ha acceso i riflettori su molte altre professioniste indigene rimaste a lungo fuori dalla narrazione dominante.
Verso una moda davvero plurale
Parlare oggi di colonialismo e moda significa interrogarsi su chi possieda il diritto di raccontare la bellezza, di trasformare un simbolo in valore economico, di essere riconosciuto come autore.
Ed è forse questa la domanda che il fashion system contemporaneo non può più evitare.

Perché dietro ogni tessuto, ogni ricamo, ogni estetica “ispirata al mondo”, esiste spesso una storia che precede le passerelle. Una storia fatta di territori, identità e memorie collettive.
La decolonizzazione della moda non passerà soltanto attraverso nuove collezioni o campagne inclusive. Richiederà soprattutto un cambio di sguardo: la capacità di riconoscere che l’eleganza, talvolta, consiste anche nel sapere restituire voce a chi per troppo tempo è stato trasformato soltanto in ispirazione.
Articolo di: Wale Albornoz
Photocredits: Sony World Photography Awards


