In un’epoca in cui l’autorevolezza sembra costruirsi demolendo, la moda rischia di essere ridotta da una critica istantanea
È come se… spegnendo le luci una riflessione nasce spontanea. Viviamo in un’epoca in cui l’applauso è sospetto e l’entusiasmo quasi imbarazzante. Nel mondo della moda, territorio fragile, esposto, emotivo, si è insinuata una pratica silenziosa: la ricerca ostinata del difetto. Non quello oggettivo, non l’errore strutturale, non la costruzione mal riuscita. No. Il difetto intellettuale, quello che si può evocare con parole altisonanti, con citazioni rapide, con smorfie di superiorità.
Criticare è diventato un gesto identitario.
La critica come gesto identitario

Non si giudica per comprendere, ma per posizionarsi. Non si osserva per dialogare, ma per affermare. La collezione non è più un racconto da attraversare, bensì un bersaglio su cui esercitare una presunta autorevolezza. Analizzandolo è un teatro curioso: giovani studenti che hanno sfiorato appena la storia di un brand si ergono a custodi del suo patrimonio; professionisti “poser” che vestono il linguaggio della critica come un abito di scena, salvo poi dimenticare le fondamenta di ciò che stanno analizzando.
La moda, che nasce da un’intuizione fragile come uno sketch tracciato all’alba, viene così compressa in un verdetto istantaneo. Non si tratta di negare l’esistenza di collezioni deboli o scelte discutibili. L’errore esiste, l’insuccesso pure. Ma ciò che inquieta è la fretta di demolire, l’impulso quasi compulsivo a smascherare prima ancora di aver osservato. Una critica preventiva, automatica, spesso svincolata dall’esperienza diretta del lavoro.
Distinzioni tra spirito critico e critica apparente

Emblematico è il caso di Jaden Smith, nominato direttore creativo della Maison dell’omonimo Christian Louboutin. Ancora prima che i capi fossero realmente analizzati, il dibattito si è polarizzato attorno a un’unica parola: “nepo baby”. Figlio di Will Smith, dunque automaticamente sospetto. Il talento, l’impegno, la visione? Secondari. La narrazione era già scritta.
Quando il giudizio precede l’esperienza

Eppure, osservando la capsule con onestà intellettuale, emergeva un lavoro tutt’altro che trascurabile: coerente, consapevole, perfino coraggioso in alcune scelte. Non rivoluzionario, forse. Ma autentico. E l’autenticità, oggi, sembra disturbare più dell’errore. Criticare senza conoscere è un atto di puro esercizio di superbia . È l’illusione di costruire autorevolezza attraverso la demolizione altrui. È un modo per esibire cultura senza averla sedimentata, per sentirsi parte di un’élite immaginaria che si nutre di apparenza più che di competenza.
Autenticità contro la tentazione

La moda, personalmente non ha bisogno di inquisitori improvvisati, la cerchia continua ad allargarsi di incompetenti ancora e ancora. Ha bisogno di sguardi preparati, di menti aperte, di persone capaci di dire “non mi convince” senza trasformarlo in una sentenza assoluta. Ha bisogno di studio, di memoria storica, di rispetto per il processo creativo quel silenzioso duello tra idea e materia che precede ogni passerella.
Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, non è criticare.
È comprendere.
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