La terza serata del 76°Festival di Sanremo

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La terza serata di Sanremo 2026 entra nel vivo della gara e comincia a dare un volto alla classifica. Tra vittorie, sorprese e qualche nome inatteso nella Top 5, il Festival finalmente inizia a scaldarsi.

Si chiude anche la terza serata del Festival di Sanremo 2026. Sul palco dell’Ariston si sono esibiti i 15 Big che non avevano cantato nella serata precedente. A votare sono stati il pubblico da casa, tramite televoto, e le radio accreditate, che continuano ad avere un peso importante nell’equilibrio della gara.

A fine puntata viene annunciata la Top 5, comunicata senza ordine di piazzamento: Arisa, Sayf, Luchè, Serena Brancale e Sal Da Vinci. Sul fronte delle Nuove Proposte, la vittoria va a Nicolò Filippucci, che conquista la finale e si prende il suo momento sotto i riflettori.

Carlo Conti

Terza serata e Carlo Conti cambia formula. Dopo aver aperto una serata ciascuno, lui e Laura Pausini entrano insieme sul palco. Smoking blu notte con gilet coordinato e cravatta, ancora firmato Stefano Ricci. Classico, solido, senza deviazioni.

Carlo continua a tenere lo sguardo incollato al gobbo come se potesse scappare da un momento all’altro. È tutto sotto controllo, fin troppo. La conduzione è precisa, ma sempre troppo protetta. Nessuna improvvisazione, nessun colpo di scena. Funziona, ma non accende. Anche se a differenza della scorsa serata sembra che il ritmo sia leggermente diverso, più calmo forse anche grazie agli interventi del comico Lapo

Voto: 7

Laura Pausini

Laura parte con un abito nero con piume firmato Alberta Ferretti, creato per lei dal direttore creativo Lorenzo Serafini. L’idea era sofisticata, il risultato meno. Il soprabito lungo con fiocco posteriore sembrava più scenografico che elegante. Non valorizzava la figura e non le rendeva giustizia.

Poi arriva il momento più forte: performance con il Coro dell’Antoniano sulle note di Heal the World di Michael Jackson. Abito bianco lungo, silhouette a sirena, bustino strutturato e strascico. Qui finalmente tutto torna: immagine potente, presenza emotiva, costruzione scenica forte.La scelta di farla cantare sopra il pianoforte è un dettaglio visivo riuscito

Terzo cambio: abito giallo con collier importante, scenografico, luminoso. Finalmente colore, finalmente carattere.

Quarto cambio prima di mezzanotte: tubino a sirena color mattone in paillettes. Non memorabile. L’effetto ruggine non aiuta, ma nel complesso la serata è stata solida. Molto più sicura rispetto ai primi giorni.

Voto: 8

Niccolò Filippucci

Il vincitore di Sanremo Giovani non solo porta una canzone convincente, ma la reinterpreta con una presenza scenica che testimonia sicurezza e stile. Look da moderno seduttore: pantaloni in paillettes, camicia velata nera, un filo di ombretto grigio sulle palpebre. È la quintessenza del “saper stare sul palco” senza risultare impacciato o costruito. È un ragazzo, sì, ma non si “agita nel vuoto”: controlla lo spazio, sa guardare il pubblico, sa usare il proprio corpo come parte dello spettacolo. E questo fa la differenza, soprattutto in un festival dove tanti nomi “importanti” restano in superficie.

Voto: 9

Maria Antonietta & Colombre

Sempre in chiave rétro. Lei con maxi paillettes e oblò frontale, stivali blu pavone metallizzate decisamente divisive. Lui in completo verde bosco. Coppia stilisticamente disallineata.

La canzone è carina, ma il rischio è che dopo qualche ascolto perda mordente: troppo morbida, troppo piaciona. Certo, si vede che si sono divertiti sul palco, e questo è già qualcosa in un festival dove troppo spesso si recita piuttosto che si vive. Ma non basta per puntare in alto.

Voto: 6

Irina Shayk

Irina Shayk sul palco sembra leggere un copione scritto dieci minuti prima. Intonazione piatta, battute recitate come esercizio di dizione. Nessuna spontaneità.

Primo look firmato Riccardo Tisci con pezzi d’archivio Givenchy: body in pizzo nero dall’effetto lingerie. Più passerella che Ariston. Secondo abito sempre nero, seta destrutturata, scollatura laterale molto profonda e cappellino come unico vero guizzo. Gli altri cambi non restano impressi. Volutamente, uno peggio dell’altro. Ce li risparmiamo

Bellissima, certo. Ma il ruolo non basta a giustificarne la presenza.

Voto: 5

Leo Gassmann

Leo Gassmann si presenta con un look firmato Louis Gabriel Nouchi, un dettaglio elegante come il fiore-anello che aggiunge carattere a un outfit altrimenti un po’ troppo semplice. L’idea è buona, ma la maglietta con scollo profondo che lascia intravedere i peli sul petto è un vezzo di stile che potevamo davvero risparmiarci: su un palco così importante, certe scelte sollevano più sopracciglia che consensi.

È piacevole, pulita, ma manca di quel colpo d’ala che ti fa correre a cercarla su YouTube o ad aggiungerla alla playlist dei preferiti. È un pezzo da ascoltare più che da amare: funziona da sottofondo, ma non ti prende davvero.

In un festival che ormai ha fatto dell’estetica studiata e della prevedibilità la sua comfort zone, Leo resta un nome solido, ma la sua proposta non graffia abbastanza per alzare il voto.

Voto: 5

Malika Ayane

Malika Ayane si presenta in gara con “Animali notturni”, con un look scelto di Marni disegnato da Meryll Rogge: sì, ha un’allure raffinata, ma la forma non valorizza appieno la sua figura e i guanti restano un elemento di dubbio gusto che non sposa completamente l’insieme.

Sul palco Malika è professionale e a suo agio come sempre con una voce stabile e uno stile esecutivo sicuro. Ma il brano, pur costruito con gusto, ha un ritmo troppo piatto e ripetitivo per fare davvero presa su chi cerca un’emozione travolgente o un ritornello memorabile. Non ti viene da ballare, non ti cattura; resta un pezzo che può piacere per il suo sapore sofisticato, ma non è niente che spinga il pubblico a denunciarlo come la hit della serata.
Voto: 5

Lapo (Ubaldo Pantani)

Il comico vestito tricolore entra come una bomba di vitalità in mezzo a una serata troppo ingessata. Leggero, divertente, capace di strapparci più di un sorriso e di tenere gli occhi aperti mentre altri ti fanno venir voglia di appoggiare la testa sul divano. Il secondo look rosso Valentino rincara la dose di teatralità, ma soprattutto regala un momento di leggerezza autentica. In un palinsesto dove spesso tutto è calcolato e preconfezionato, Lapo è quel brivido breve e benvenuto che ti fa sentire vivo.

Voto: 10

Sal Da Vinci

Sal Da Vinci sceglie la sicurezza: completo total black, linee pulite, nessuna forzatura. Stilisticamente non sorprende, ma almeno evita errori clamorosi. E se il look non brilla, il brano “Per sempre sì”  è orecchiabile e contagioso. Diventa immediatamente virale, ridere e cantare sono garantiti. Il pubblico lo premia con applausi e standing ovation, e su TikTok e Instagram la clip fa rapidamente il giro delle timeline.

La performance sul palco è piena di energia e sentimento: non è un pezzo che rivoluziona, ma ha quel tocco di italianità popolare che colpisce. In un mare di canzoni perfette ma piatte, questa almeno ti resta in testa.
Voto: 8

Tredici Pietro

Terra bruciata. Stecche una dietro l’altra, ogni nota fuori posto come una scheggia conficcata in orecchio. La performance di Tredici Pietro è un tutorial su “come non gestire l’intonazione”: urlare non è cantare, e la sua energia smodata si perde tra sbavature pesanti e una resa vocale che fa sanguinare.

Il look, con le tonalità beige e marrone, ricorda un personaggio da foresta o brughiera, Robin Hood se fosse stato catapultato per errore all’Ariston, e pur non essendo l’errore di stile del secolo, resta troppo anonimo. Se il commento sonoro è insopportabile, quello visivo è semplicemente una sbiascicata cromatica nella noia.
Voto: 2

Raf

Raf sa cosa gli dona. Il celeste carta da zucchero lo valorizza e il completo in velluto liscio con camicia bianca gli regala quell’aria da principe elegante che non ha bisogno di sforzarsi. È uno dei pochi che sceglie un colore e lo porta con sicurezza, senza paura di uscire dal solito nero.

Il problema arriva quando inizia la canzone. La performance è pulita, certo, ma piatta. Il ritornello non si alza mai davvero, resta lì, sospeso. È uno di quei brani che ascolti educatamente, ma a metà ti accorgi che stai pensando ad altro. Ho avuto bisogno di un caffè per restare concentrata.

Classe intatta, ma poca scintilla.

Voto: 4

Francesco Renga

Francesco Renga cambia leggermente formula. Completo diverso dal solito, più essenziale, niente cravatta. L’estetica resta la sua, ma almeno prova a muovere qualcosa.

La canzone però non mi convince. Non è brutta, ma è prevedibile. Sai già dove andrà a parare dopo trenta secondi. Sicuramente passerà in radio perché Renga è una garanzia di mestiere, ma non è un pezzo che allarga il pubblico o lo sorprende. È la solita zona di comfort, ben costruita, ma priva di rischio.

Elegante, sì. Emozionante, molto meno.

Voto: 6

Eddie Broke

Eddie Broke si presenta con un doppio petto elegante che segna un miglioramento netto rispetto alla prima serata. Più centrato, più composto, meno spaesato. Forse l’emozione iniziale si è un po’ placata.

Le imprecisioni vocali però non spariscono. Le note alte lo mettono ancora in difficoltà, alcune parole scivolano via, e la sicurezza non è ancora quella di chi domina il palco. Si vede che ci mette impegno, che prova a dare tutto, ma l’esecuzione resta fragile.

Gli orecchini pendenti aggiungono personalità, ma non bastano a distrarre dalle sbavature. Diamogli tempo, ma per ora il livello non è quello richiesto da questo palco.

Voto: 3

Alicia Keys & Eros Ramazzotti

Eros Ramazzotti e Alicia Keys alzano finalmente il livello internazionale della serata. Eros impeccabile in Giorgio Armani: giacca nera, dettagli luminosi sulla camicia, spilla importante. Eleganza classica, senza sbavature.

Alicia al pianoforte, in una tuta in pelle drappeggiata firmata Ferrari, porta presenza e autorità. Il duetto su L’Aurora è intenso, sincero, misurato. Si vede l’emozione di Ramazzotti nel cantare uno dei brani più personali del suo repertorio accanto a una voce internazionale come la sua.

Poi Alicia regala al pubblico una versione speciale di Empire State of Mind, adattando il testo per l’occasione e inserendo un riferimento diretto a Sanremo. Un momento finalmente fuori dal copione rigido del Festival.

Qui sì che si respira un’altra aria.

Voto: FUORI CLASSE

Sayf

Sayf sceglie un look giocato sulle sfumature di grigio: pantaloni, camicia luminosa, cravatta, scarpe coordinate. Pulito, coerente, ben costruito.

“Tu mi piaci tanto” si conferma uno dei brani più solidi in gara. Testo scritto con intelligenza, riferimenti non banali, ritmo che resta in testa. L’esecuzione è convincente, sicura, molto più centrata rispetto alla prima apparizione.

È uno dei pochi pezzi che riesce a essere contemporaneo senza risultare forzato. E questo, in mezzo a tanta nostalgia, fa la differenza.

Voto: 7

Arisa

Arisa ha una voce che potrebbe cantare qualsiasi cosa e renderla credibile. Il problema è che Magica favola non è all’altezza della sua potenza vocale. Il brano ha un sapore da colonna sonora fiabesca, quasi disneyana, ma manca di tensione. Lei fa il possibile per sollevarlo, ma resta un pezzo troppo zuccheroso per lasciare un segno forte.

L’immagine da principessa moderna, abito sottoveste gioiello, coda alta, è perfetta esteticamente. Il vestito è meraviglioso, luminoso, costruito con eleganza. Ma quando la forma supera la sostanza musicale, qualcosa non torna.

Voto: 7

Serena Brancale

Serena Brancale resta coerente con il suo minimalismo. L’abito le sta bene, la valorizza, ma per il palco dell’Ariston sembra quasi troppo semplice. Più da evento privato che da prima serata nazionale.

La canzone è lontana dalle sue sonorità precedenti. Si percepisce un’intenzione più introspettiva, ma manca un ritmo chiaro. Il significato c’è, ma non viene accompagnato da una costruzione musicale capace di sostenerlo fino in fondo.

Occasione interessante, risultato tiepido.

Voto: 3

Samurai Jay

Samurai Jay in total white strutturato è elegantissimo. Linee pulite, costruzione solida, presenza visiva forte. Esteticamente uno dei migliori della serata.

Poi canta. E l’equilibrio si rompe. L’intonazione è incerta, l’esibizione sembra poco preparata, la sicurezza vacilla. Non basta un bel vestito a reggere una performance fragile. Il pezzo non decolla, resta a metà strada.

C’è potenziale, ma qui non lo abbiamo visto.

Voto: 5

Michele Bravi

Michele Bravi sceglie un’estetica retrò, con un completo dal taglio classico con un solo dettaglio cromatico: le scarpe gialle. Un guizzo interessante, ma isolato. L’insieme è gradevole, curato, ma non lascia il segno. È uno di quei look che non sbagliano, ma nemmeno restano impressi.

Sul piano musicale la situazione è più delicata. L’esecuzione presenta diverse imprecisioni, soprattutto nelle parti più esposte. Le note alte non sempre sono stabili e l’interpretazione sembra trattenuta. L’emozione c’è, forse troppo interna, ma non arriva con forza al pubblico. La sensazione è di aver già sentito questa canzone, o qualcosa di molto simile, nella sua discografia precedente. Manca un’evoluzione, manca un salto.

Bravi resta riconoscibile, ma non sorprende. E a Sanremo, senza sorpresa, si scivola via.

Voto: 4

Luchè

Luchè porta sul palco un’estetica urban di livello. Pantaloni cargo, giubbino effetto peluche, maglia brillante: è uno dei pochi che sembra uscito direttamente da una passerella contemporanea. Se finisse la serata e si presentasse a una sfilata della Milano Fashion Week, nessuno troverebbe la cosa fuori luogo.

Rispetto alla prima esibizione appare più centrato, più sicuro. Il flow è più controllato, la presenza scenica più stabile. Resta qualche difficoltà nella dizione: alcune parole vengono inghiottite, e per chi non è già dentro il suo linguaggio non è sempre semplice seguirlo. Ma il miglioramento è evidente.

Questa volta convince di più. È nel suo territorio, e si vede.

Voto: 7

Mara Sattei

Mara Sattei insiste con questa estetica da diva hollywoodiana, ma stavolta l’effetto è più cerimonia di fine anno che red carpet internazionale. L’abito in raso rosso con gonna svasata non la valorizza: la linea appesantisce la figura, il tessuto riflette male le luci dell’Ariston e l’insieme risulta datato. Non è elegante, è rigido. Non è sofisticato, è costruito male.

Sembra un vestito scelto per sembrare “importante”, non per funzionare davvero sul palco. E quando l’abito indossa te invece del contrario, il risultato si vede.

Il problema è anche la canzone. Non funziona. Non emoziona. Non resta. L’interpretazione non riesce a darle anima, sembra quasi che il brano le scivoli addosso senza mai diventare davvero suo. L’esecuzione è incerta, poco incisiva, e l’emozione non arriva.

Visivamente un disastro, musicalmente distante. E quando tra forma e contenuto c’è questo squilibrio, il risultato è inevitabile.

Voto: 1

La gara comincia a prendere forma, ma il vero banco di prova sarà la serata delle cover. È lì che si vedrà chi sa davvero mettersi in gioco. Aspettiamo le sorprese e magari finalmente quel fuoco che finora è rimasto sotto la cenere.

Foto: Tg24 Sky