In un progetto che nasce dalla memoria, 20s Italia racconta il tempo attraverso la pelle
La pelle può raccontare il tempo?
Nel progetto di Pietro Faggion per 20s Italia, questo materiale antico diventa il punto di partenza per una ricerca che unisce memoria, artigianato e tecnologia. L’idea nasce lontano dai riflettori del design contemporaneo, in un seminterrato dove macchinari costruiti a mano modellavano la pelle seguendo una logica istintiva, più vicina al gesto artigiano che alla produzione industriale.
È lì che prende forma un’intuizione destinata a maturare lentamente, come accade alle idee che non hanno fretta di diventare prodotto. Anni dopo, quando una tecnologia affine entra in azienda, i frammenti di quella memoria si ricompongono. Non si tratta di copiare un gesto artigiano, ma di portarlo altrove: evolverlo, raffinarlo, spingerlo oltre, senza tradirne l’anima.



Forma, funzione e trasformazione dell’oggetto
Osservando gli oggetti nati da questo processo, si ha l’impressione che la forma preceda la funzione. O forse che la funzione venga volutamente messa in secondo piano, come un sussurro rispetto a una voce più profonda. Lavori su oggetti comuni, talvolta anonimi, e li rivesti di pelle fino a renderli altro da sé. Non li neghi, li trasformi.
L’immagine non è un semplice esercizio estetico: diventa un nuovo modo di “sentire” l’oggetto, di instaurare una relazione sensoriale diversa, più intima e più lenta.
La pelle è materiale vivo e sostenibile
La pelle è il tuo linguaggio naturale. Cresciuto in un laboratorio di pelletteria familiare, la consideri un materiale totale, quasi inevitabile. Non simbolo di lusso o di moda, ma materia viva, resistente, capace di attraversare il tempo.
In un’epoca che consuma rapidamente parole come sostenibilità, il tuo approccio resta silenzioso e concreto. La pelle è, per sua natura, un atto di recupero: un sottoprodotto che trova nuova dignità e nuova durata. Usarla significa accettare che un oggetto possa invecchiare, cambiare, portare i segni della vita senza perdere valore.

Tecnologia e artigianato: un dialogo possibile
È qui che tecnologia e artigianato smettono di essere opposti. La termoformatura, lungi dall’essere un processo automatico, richiede una conoscenza profonda della materia. La macchina garantisce precisione e ripetibilità, ma non decide.
A decidere è l’occhio dell’artigiano: l’esperienza, la capacità di interpretare come la pelle reagisce al calore, alla pressione, alla forma. La mano non scompare: guida, corregge, ascolta. La macchina esegue, l’uomo comprende.
Errore, sperimentazione e ricerca
Non esiste un tempo prestabilito per arrivare alla forma giusta. A volte tutto accade in un istante, davanti a un oggetto già esistente, quando nasce una domanda tanto semplice quanto radicale: si può rivestire?
Da lì parte la sfida: non diventa un lavoro di sottrazione o di accumulo, ma di adattamento. In questo percorso l’errore non è un nemico da evitare, ma una presenza costante. Talvolta è il prezzo inevitabile di una ricerca rigorosa, altre volte diventa un alleato capace di aprire strade inattese, facendo emergere nuove tecniche, materiali e possibilità destinate a diventare centrali nel tempo.

Oltre le etichette: tra moda e design
Definire questi oggetti resta difficile. Moda, design, prodotto industriale: etichette troppo strette, cariche di significati consumati. Ti muovi in uno spazio intermedio, dove mondi diversi entrano in dialogo senza fondersi del tutto.
Forse è proprio questa assenza di definizione a rappresentare il valore più autentico del progetto: la sua resistenza alla classificazione.
Il confronto con i brand e i limiti della produzione industriale
Il confronto con i brand diventa una prova di maturità. Da un lato cresce l’interesse verso le potenzialità della tecnologia, dall’altro restano i limiti imposti dai ritmi frenetici della produzione industriale.
Servirebbero più coraggio, più apertura mentale e maggiore rispetto per il tempo della ricerca e della qualità.

Oggetti come tracce del tempo
Immaginare questi oggetti tra dieci anni significa pensarli come testimoni. Non solo di un’estetica, ma di un modo di lavorare la pelle e di intendere l’artigianato come pratica in evoluzione.
In un presente che rischia di perdere il sapere manuale, il progetto suggerisce una direzione diversa: non nostalgia, ma continuità. La pelle, materiale spesso sottovalutato, torna a parlare con una profondità sensoriale rara, capace di restituire conforto, memoria e durata.

Più che oggetti, restano tracce.
Tracce di un tempo che ha scelto di non correre troppo in fretta.
Photocredits: Pietro Faggion


