Scarpe intarsiate e sari di chiffon, il gusto di Maharani Indira Devi è stato un forte simbolo politico che ha stravolto l’estetica e l’indluenza di un paese intero.
Nella storia della moda sono diverse le figure cardine, alcune di queste le conosciamo tutti e non avremmo problemi a nominarne almeno un paio. Esistono però anche dei personaggi senza i quali alcuni di quelli che amiamo oggi (e ieri) nel mondo della moda non avrebbero saputo da dove iniziare. Sono persone che hanno fatto la storia, ma il cui storico, appunto, non è riuscito a rimanere sufficientemente a galla per dimostrare la sua potenza e importanza. Una di queste storie è quella di Maharani Indira Devi.
Indira Devi è passata alla storia per essere stata una delle più grandi collezioniste e “influencer” ante litteram nel mondo delle calzature di lusso, ma è stata molto di più.
In realtà Indira Devi ha fatto politica con il suo stile, riuscendo ad influenzare il ruolo delle donne nelle élite indiane durante il periodo di passaggio dal dominio coloniale all’indipendenza del paese. L’uso che ha fatto della moda è un caso importante di costruzione dell’identità in un’epoca delicatissima di transizione.

Un caso importantissimo è legato all’invenzione del Chiffon Sari. Prima di lei i sari delle nobili indiane erano pesanti, rigidi, carichi di tessuti opachi come il broccato. Indira Devi durante uno dei suoi viaggi a Parigi scoprì lo chiffon di seta: leggero, trasparente e fluido. Chiese che venisse prodotto in larghezze adatti al sari e una volta portato in India con sé, trasportò anche un’immagine di dinamismo e libertà di movimento. E’ così che la figura della nobile indiana spezzava le catene con l’idea di una statuaria rinchiusa nel palazzo, diventando una donna che poteva camminare, viaggiare e stare nei salotti internazionali proprio come le europee.
Indira Devi ha coltivato per tutta la sua vita un grandissimo amore per le scarpe, in special modo quelle di Salvatore Ferragamo.
E’ questo il motivo che ha portato la sua figura a legarsi con quella di amante e collezionista di calzature di lusso. Famosissima è la sua commessa a Ferragamo a cui ordinò un centinaio di paia di scarpe, su per giù, in una sola volta. (E come darti torto Indira…). Uno dei modelli più iconico fu realizzato con seta ricamata di altissima qualità fornitagli dalla stessa Indira.
L’ordine a Ferragamo era pensato per poter avere una scarpa per ogni modello di sari in chiffon, creando così un’immagine pubblica decisamente coerente, oltre che un’estetica in grado di fondere l’india reale con l’alta-moda europea. I diamanti, le perle e i rubini che faceva includere nelle sue calzature le spediva direttamente lei a Firenze, dal tesoro reale indiano alle mani di Ferragamo per incastonarli nelle tomaie o nei tacchi.
Ferragamo inventò anche un modello a suo nome, il sandalo Maharani, rivestito di velluto e decorato con una struttura in ottone sbalzato, ricoperto di gemme preziose.
La scelta dei tessuti è dovuta proprio all’estro di Indira. La nobile indiana amava i contrasti tattili e visivi e per questo le sue scarpe erano spesso realizzate in velluto, seta, raso e anche pelle di capretto. Il suo amore per le scarpe la portò assieme a Mary Pickford e Joan Crawford nelle memorie del calzaturiere fiorentino, dove divise tutte le sue clienti famose in tre categorie, basate sulla forma e la misura del piede. Indira Devi, assieme alle altre due iconiche donne, fu classificata come Cenerentola, per il suo piede piccolo, il suo amore per la moda e la sua estrema femminilità.

In realtà Indira portava con se un accessorio ancora più eccentrico, se possibile, un vero e proprio talismano vivente. Questa era una piccola tartaruga viva il cui guscio era incastonato di pietre preziose. La nobile indiana la usava come portafortuna nelle sue serata ai casino di Parigi o della Riviera. Luoghi anche questi in cui la sua presenza permetteva a un intero Paese di affermarsi nella scena occidentale a parimerito di tutti gli altri.
Gli accessori e il suo spiccato stile, decisamente eccentrico per il periodo, l’hanno resa una figura che domina la scena sociale, rappresentando il potere indiano nei luogi dell’élite occidentale.
Oggettivamente nelle fasi pre-indipendenza l’abbigliamento è stato un campo di battaglia politico. Basti pensari al Khadi di Gandhi e quello che ha rappresentato. Indira Devi in questa situazione ha proposto una terza via e mentre Gandhi proponeva un ritorno alla semplicità rurale del paese, Indira parlava di un’India sofisticata, colta e globale. Il suo stile ha anche influenzato intere generazioni di donne delle alte classi a pensare alla moda non come una frivolezza, ma come un modo per rivendicare la propria presenza nella sfera pubblica.
Anche il suo amore per le scarpe ha in realtà rappresentato una rivoluzione culturale. Infatti, in India le calzature avevano un forte connotato di casta e riutualità, Indira Devi indossando tacchi alti di design italiano sotto un sari di chiffon, creava un’estetica a cui i colonizzatori britannici dovevano adattarsi e non giudicare.
L’utilizzo di oggetti del lusso occidentale le permettevano di legittimare la propria autorità negli ambienti europei, rompendo lo stereotipo della donna indiana esotica e arretrata.
Ma soprattuto Indira Devi ha rotto la tradizione dei matrimoni combinati. Destinata a sposarsi con il Mahraja di Gwalior, ruppe il fidanzamneto per sposare per amore Jitendra Narayan di Cooch Behar. Questo, in una società fatta di caste e tradizioni ferree, fu un atto di ribellione individuale estremo che segnò la transizione verso modelli di famiglia più moderni.
Rimasta vedova divenne poi reggente per il figlio. Anche qui controcultura: invece di ritirarsi a vita privata, come da tradizione, gestì il potere politico e sociale con polso fermo. Indira Devi, di nuovo, si conferma un soggetto politico attivo, abbandonando l’associazione donna-oggetto di rappresentanza.
Nemmeno Vogue o Harper’s Bazaar rimasero immuni a questo cambiamento e la sua influenza segnò anche qui un momento di svolta sociologica.

Per la prima volta la donna indiana non viene ritratta solo come un soggetto etnico, coloniale, ma diventa una delle protagoniste dell’eleganza globale. Infatti, prima di lei, l’immagine dell’india nelle riviste occidentali era legata al folclore. Con lei tutto cambia. Vogue la elegge a icona e Indira Devi comincia ad apparire nelle cronache mondane proprio per le sue scelte di stile.
La sua influenza fu così importante che Vogue iniziò a pubblicare editoriali su come indossare il sari o trarre ispirazioni dai suoi drappeggi. Vogue trasformò Indira in un modello di consumatrice d’élite, quindi non più solo regina che ereditava tesori, ma cliente che sceglieva e commissionava. Simbolo che la ricchezza indiana stava alimentando l’industria del lusso europea, quindi non più colonia da cui estrarre risorse, ma un mercato di individui sofisticati con un gusto che influenzava i designer di Parigi e Firenze.
Il culmine della sua influenza arriva nel 1940, quando sua figlia Gayatri Devi venne inclusa da Vogue nella lista delle dieci donne più belle del mondo.

Indira Devi è quindi l’esempio perfetto di quella che è la transculturalità, ossia un’identità che non appartiene più a una sola cultura, ma ne attraversa diverse creandone una nuova, più ricca e complessa.
In un momento di delicatissima transizione politica, la moda attraverso Indira Devi ha fatto da simbolo politico in grado di definire la forza di un’identità culturale, dapprima considerata secondaria e poi diventata forte influenza.


