Ci sono personaggi che non si dimenticano perché ci osservano da dentro.
Non fanno scenate, ma ci destabilizzano.
Spesso sono figure femminili intense, lucide, definite “difficili” perché non si adattano. Non si piegano a ruoli semplici, non si lasciano ridurre a etichette.

Le protagoniste che ci disturbano (perché ci somigliano troppo)
Pensiamo a Marianne, in Normal People. Intelligente, riservata, radicale. Non rientra nel cliché della ragazza da salvare, né in quello della donna forte che non ha bisogno di nessuno. È qualcosa di diverso: un personaggio che ci costringe a stare nel disagio, nel non detto, nel troppo sentito.
Osserva più di quanto parla. Ama in modo scomodo. Capisce troppo presto e troppo bene.

Jo o Amy? La dicotomia che ci ha cresciute
E poi ci sono loro: le sorelle March. La ribelle e la vanitosa, si è sempre detto. Ma forse siamo finalmente pronte a leggere oltre quella narrazione. Per anni ci siamo immedesimate in Jo. La scrittrice, l’impulsiva, la ragazza che non vuole sposarsi perché vuole la libertà. Jo era il nostro eroe letterario: la rappresentazione della ragazza diversa, quella che sogna, che rifiuta le regole.
E Amy? Viziata. Superficiale. Troppo ambiziosa. È stata facile liquidarla così. Ma oggi, qualcosa è cambiato.
L’Amy March del film di Greta Gerwig è diversa: ci guarda dritto in faccia e dice, con fermezza, che anche l’ambizione può essere un atto d’amore verso se stesse.
Che voler “tutto” non è peccato, è lucidità.
Vuole l’arte e la bellezza, ma anche stabilità, amore, riconoscimento.
E non si vergogna di dirlo.

Siamo tutte un po’ Jo. Ma anche un po’ Amy.
Il punto è che non dobbiamo più scegliere.
Non siamo solo Jo: idealiste, istintive, selvatiche.
E non siamo solo Amy: strategiche, brillanti, desiderose di riscatto. Siamo entrambe.
Siamo la parte che scrive in soffitta di notte, e quella che calcola quanto costa la tela su cui dipingere.
Siamo passione senza misura e bisogno di misura.
Siamo fragilità che si ostina e forza che si spezza. In ogni donna contemporanea esiste una tensione tra il volere essere libere e il volere essere viste.
Jo ha rifiutato il compromesso. Amy ha imparato a dominarlo.

La scomodità dell’intelligenza femminile
Tutte queste figure, Marianne, Jo, Amy, hanno qualcosa in comune: vedono troppo.
Sono intelligenti in modo scomodo. Percepiscono ciò che gli altri non dicono.
E per questo, spesso, vengono isolate.
Non perché non siano amabili, ma perché sfidano l’idea che una donna debba essere “facile da gestire”. Queste protagoniste ci parlano di una realtà che esiste da sempre:
che la sensibilità femminile, quando è anche lucidità, fa paura.
Perché non si lascia romanticizzare.
Perché legge le contraddizioni.
Perché non consola, ma rivela. Forse il nostro compito oggi non è scegliere tra Jo e Amy.
È imparare a riconoscere quella parte di noi che è scrittura e strategia, rabbia e grazia, solitudine e desiderio.
Essere donne che non chiedono scusa per sentire tanto, per pensare troppo, per volere di più. Jo corre. Amy osserva. Marianne si ritrae.
E tutte, in modi diversi, non vogliono essere lette come “giuste”.
Vogliono solo essere vere.
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