“What Should Have Been Home”, la collezione del 2023 di Nazzal Studio, è ancora contemporanea. Palestina è ancora invasa e affamata, la moda per Sylwia Nazzal è una difesa.
“Quella che avrebbe dovuto essere casa”. Un fashion film che inizia con un ragazzo coperto, correndo, che cerca di raggiungere gli amici che scappano. In mano, sempre, una bandiera palestinese. Cosi inizia la campagna di Nazzal Studio, il brand palestinese che mette in luce (ancora) le atrocità che accadono nel paese di Medio Oriente.

La collezione di Sylwia Nazzal ha messo il peso del conflitto in Medio Oriente sulle spalle di tutti. Palestina, la sua casa, ora bruciata e distrutta è la sua fonte di partenza per creare Nazzal Studio, guidato da valori politici e attivismo. “Voglio educare tanto quanto creare” dichiara Sylwia in un post di Instagram ringraziando la visibilità che viene data al suo progetto.
Sylwia è una giovane ragazza palestinese-giordana che si è laureata nel 2022 nella Parsons di Parigi. Si era determinata a portare il heritage e l’identità palestinese. Anche se le era stato consigliato di stare fuori dalla politica, non poteva chiudere gli occhi. Di fronte all’eliminazione della sua cultura e la sua terra, trova la bellezza e l’arte riconoscendo alla base di quella ispirazione, il dolore. Sono la resistenza e la perdita che convivono con il senso di solidarietà per il proprio popolo che da anni soffre l’oppressione israeliana e l’ignoranza del resto del mondo.
“Grazie a questo privilegio [sicurezza e opportunità], sento la responsabilità di usare la mia piattaforma e la mia arte per raggiungere un pubblico più ampio e far luce sulla cultura e sulle lotte palestinesi.” ha detto Sylwia a Hunger Magazine. Ma chi non è privilegiato? Quanto tempo ci potremo nascondere ancora dietro tendenze e TikTok per non affrontare ciò che sta succedendo: una pulizia etnica. È altro che opinioni o una possibile “manipolazione” dei media. Sono i fatti che abbiamo davanti noi e che volontariamente ignoriamo.

“What Should Have Been Home”
Una collezione con colori neutri, terra, forme ampie e tagli decisi. Vestiti che si nascondono e in occasioni si mimetizzano con la natura circostante. Armature pronte per la difesa. La camminata sul deserto e la vita che per i palestinesi sembra essere sempre più faticosa e dolorosa. Con sangue su una tela vediamo il titolo della collezione: What Should Have Been Home. Inizia a prendere fuoco una lapida e con lei, la speranza per la libertà di Palestina.
Vincitrice del concorso FTA (Fashion Trust Arabia) Franca Sozzani Debut Talent del 2024, ha fatto vedere la forza che deriva dalla conservazione culturale. L’importanza di far vedere l’identità palestinese e tenerlo stretto prima che sparisca davanti agli occhi di tutti.
Presentó nella sua collezione del 2023 un piumino lungo fino ai piedi che ricamó nella fodera interna una lista con il nome, l’età, la data e il luogo dei palestinesi morti nel conflitto in quell’anno. Purtroppo, la lista è incompleta e i nomi si sono solo aggiunti in 3 anni. “Siccome è vicina al corpo (la lista), la persona che lo indossa sta portando il peso di ció che implica essere palestino”. La responsabilità e il peso sta ricadendo su tutti.

Capi pesanti, con forme accattivanti e grandi che hanno l’intenzione di essere viste e prendere spazio. “Volevo che fossero così evidenti da non poter essere ignorati. Devi guardarli. Devi ascoltare il mio messaggio” ha raccontato la stilista di Nazzal Studio a British Vogue. Capi come un giubbotto che richiama la forma che prendono i vestiti quando i giovani palestinesi vengono portati e arrestati dalla polizia o il caratteristico keffiyeh rivisitato come cappuccio e in pizzo.
Un completo realizzato con 10.000 monete palestinesi che indossati insieme creano un armatura di 72kg. Una lavorazione che ha incluso donne giordane rifugiate. Oltre che fare attivismo, arte e moda, Sylwia vuole creare una rete di lavoro che offra anche l’opportunità di dare voce e lavoro, in questo caso, a donne rifugiate. Creare vestiti ispirati alla propria identità è meraviglioso ma quando vengono anche fatti da persone che condividono l’esperienza, diventa più significativo e profondo.


Qual’è la giustificazione per distruggere una terra e affamare persone se non altro che disumanizzare e “proteggere” agli ebrei. “La sicurezza degli ebrei non potrà mai basarsi sull’oppressione e la sottomissione di un altro popolo” afferma la giornalista Emily Hilton. Un’altra volta ancora vediamo quanto sia forte la moda per comunicare e quanto Nazzal Studio ha visto necessario mettere in luce la crudeltà di Palestina. Dove a volte si parla molto, si fa poco.
Foto: account Instagram di Nazzal Studio


