Dalla danza ai palchi dei festival, Zuia si racconta tra legami tormentati, potere catartico della musica e un futuro tutto da scrivere
C’è una voce nuova nella scena musicale italiana, e non ha paura di farsi sentire. Zuia, nome d’arte di Elisabetta Asuni, è un concentrato di sensibilità e forza creativa. Classe 1998, con un background tra canto, danza e strumenti classici, oggi intreccia le sue esperienze in un progetto musicale che affonda le radici nel pop e nell’R&B. Dopo l’uscita del singolo Chiodi e del suo primo EP ‘Da qui se ne van tutti’, abbiamo incontrato Zuia per di quella voce interiore che trova forma solo nella musica.

Chi è Zuia, nella vita di tutti i giorni e quando sale sul palco? Come convivono Elisabetta e la sua versione artistica?
Zuia, nella vita di tutti i giorni, è una ragazza normale come tante altre, che fa mille attività. Mi dedico allo studio e al lavoro, perché nel campo degli artisti emergenti c’è sempre bisogno di supportare la flessione creativa anche a livello economico. In me convivono due anime: una più allegra, che mostro all’esterno, e una più cupa, che ha necessità di esprimersi attraverso la musica. Infatti, al di là delle questioni musicali in generale – palco, festival, interviste – nel mio loft a Milano tengo tutto quello che mi serve per lavorare, studiare, e un angolino, una sorta di studietto con il pianoforte.
Hai iniziato presto il tuo percorso tra canto, danza e strumenti. Qual è stato il tuo primo contatto con la musica?
Il primissimo contatto con la musica è stato attraverso delle cassettine che avevo in casa e dei CD che mi dava mia mamma. È da sempre una grande appassionata di musica, nonostante non se ne occupi nella vita. Ha provato a inculcare questa passione anche a mia sorella, che è più grande di me e studiava pianoforte. Il primo vero contatto è stato sicuramente tramite lei, e poi con la pianolina che rubavo a Marta, mia sorella, per strimpellare. Da lì hanno deciso di aiutarmi e instradarmi nello studio della musica.
Puoi raccontarci il tuo processo creativo?
Il processo creativo è molto spontaneo. Lo sento quando ho necessità di scrivere. Avverto un forte bisogno di sfogarmi e di esprimermi. A seconda di dove sono, prendo le note del telefono e inizio a scrivere qualche riga isolandomi un po’. Se ho la possibilità di usare degli strumenti, prendo il pianoforte e mi metto a improvvisare. Tutto parte sempre da un’ispirazione: che sia sulle note o nel mio studietto, così nasce un testo.
È da poco uscito il tuo primo EP, “Da qui se ne van tutti”. Se dovessi presentarlo a chi ancora non ti conosce, cosa gli diresti per invitarlo ad ascoltarlo?
Lo inviterei ad ascoltarlo dicendogli che ho selezionato cinque storie, tutti pezzettini di Zuia. Il loro ascolto è sicuramente un buon modo per conoscere qualcosa in più su di me.
A quale brano dell’EP sei più legata, e qual è stata la scintilla emotiva che ti ha spinto a scriverlo?
È un po’ difficile pensare a quale brano sono più legata, perché sono tutti miei bambini. Forse quello che mi tocca maggiormente a livello emotivo, e mi fa emozionare, è l’ultimo: “Ad un passo da te”. Parla di alcune difficoltà che ho vissuto nella vita e, non a caso, è stato il brano più difficile da scrivere. Volevo scrivere di questo tema da tanto tempo e ci ho provato anche più volte, ma solo un giorno ci sono riuscita, in maniera spontanea, rispetto ad altri tentativi in cui proprio non riuscivo. Anche a livello di registrazione è il pezzo che mi tocca maggiormente. Mi sono molto emozionata in studio quando registravamo le voci ufficiali.

Nei tuoi testi racconti di legami profondi e tormentati. Pensi che nella sofferenza d’amore ci sia una forma di bellezza che vale la pena raccontare?
Sì, perché penso che non debba essere obbligatoriamente un disagio a portare ad una forma d’arte. Io credo molto nel processo della catarsi. La sofferenza va innanzitutto accettata, e quindi metterla in musica, o in poesia, o in una qualsiasi forma d’arte è un modo per metabolizzarla. E poi trasformarla in qualcosa di bello, di liberatorio.
I temi che affronti sono molto delicati: amore tossico, violenza, dipendenze. Credi che la nostra generazione possa fare da insegnante in questo, per le generazioni più adulte? E per quelle future?
Sicuramente. La nostra generazione credo si senta più libera, o comunque aperta, nell’esternare problemi e difficoltà. Io sono nata in un contesto molto isolato, perché nonostante viva a Milano da tanti anni vengo da un’isola, da un piccolo paese, e noto da sempre che la generazione dei nostri genitori e nonni tende a reprimere molto, a voler mostrare di esser forte, evitando il racconto delle proprie difficoltà. Secondo me la nostra generazione trova qui la forza, nel racconto delle difficoltà. Se i nostri genitori pensavano di esser forti soffocando dinamiche scomode, noi ci sentiamo forti raccontandole. Credo questo sia sintomo di forza. Per quanto riguarda le generazioni più piccole spero si continui così: alla fine, parlare è una cura.
Quale rilevanza – e potere – credi abbiano gli artisti emergenti nel panorama musicale attuale?
La libertà. Siamo sicuramente molto aperti, non per forza a tematiche dolorose, ma in generale. Secondo me l’artista emergente, dal momento in cui ha sia una voce in capitolo, sia l’indipendenza di non dover troppo sottostare a determinate dinamiche industriali, ha un forte potere che io rivedo nella libertà. Di potersi esprimere.
Si dice che la musica abbia un potere liberatorio. Da cosa credi abbia liberato te, e in che modo?
Non nego che ci sono dei temi che non avevo mai affrontato, neanche con i miei amici più intimi. Per me il potermi esprimere è una cosa potentissima. Il potere che ha chi riesce ad esprimersi con una qualsiasi forma d’arte è fortissimo.
Guardando al futuro: che tipo di storia stai cercando di costruire con la tua musica?
La mia! (ride, ndr) A livello di temi, questo EP è abbastanza cupo. Ma io nella vita di tutti i giorni non sono così. Mi piacerebbe più avanti portare tematiche più leggere, nonostante io sia felicissima del lavoro che ho fatto finora. Nel futuro vedo… una maggiore apertura e lati più sereni!
by Greta Liberatoscioli e Ilaria Dolfini


