Inclusività in passerella: non è tutto oro ciò che luccica

da | CULTURE

A fashion month concluso è tempo di bilanci. E se è vero che la passerella è uno spaccato della società allora c’è qualche problema. Il tema della rappresentazione dei corpi è ancora estremamente ostile al fashion system che si nasconde dietro una facciata di falsità senza precedenti.

Ogni bilancio vuole i suoi dati, e quindi, come è giusto che sia, cominciamo la riflessione con le statistiche alla mano stilate da Vogue Business. 9.584 look, 230 sfilate divise tra New York, Londra, Milano e Parigi e solo 0,9% delle uscite era plus size. Il restante 99,1% era così diviso: 3,9% middle size e il 95,2% taglie standard da passerella…Houston abbiamo un problema! Un grosso problema!

Fino a qualche stagione fa non c’era passerella che non presentasse almeno un’uscita plus size. E i pochi designer che non ne avevano erano considerati poco inclusivi e tacciati di body shaming. La realtà dei fatti è però che, dietro le campagne sulla body positivity, non c’era altro che marketing. Ne è conferma il fatto che le modelle curvy in passerella siano diventate delle mosche bianche, per non parlare delle campagne pubblicitarie.

A Milano solo il 5% degli show aveva nel casting delle modelle curvy o plus size. Le cifre sono spaventosamente irrisorie e la rappresentazione del corpo, nella sua dimensione reale, oggi manca. D’altro canto quando le passerelle brulicavano di modelle plus size non si trattava di vera inclusività, ma di pure mosse di marketing. E allora cosa è meglio? L’onestà o il marketing? Beh, anche se forse le modelle curvy in passerella non erano la cosa più sincera del mondo è vero anche che questo permetteva a tutte le donne di sentirsi rappresentate. L’altra faccia della medaglia è poi che non basta farli sfilare gli abiti, è necessario anche produrli. Numerosi sono infatti i casi in cui il capo veniva presentato in passerella in taglia XXXL, ma poi in negozio la XL sembrava già un miraggio.

Il dibattito sul tema inclusività è molto acceso tra gli addetti ai lavori e tutto ruota attorno ad una sola domanda.

Qual è il ruolo delle modelle?

Attorno a questa mitologica figura c’è molta confusione, forse perchè il suo ruolo è mutato negli anni, ma facciamo chiarezza. Il termine modella deriva dal francese mannequin che significa manichino. Le professione della modella è quindi una sostituzione dei manichini. Il ruolo è quello di mostrare gli abiti e la loro vestibilità. Si tratta di figure anonime che non hanno nulla a che vedere con la rappresentazione della società. Con l’arrivo delle prime top model, scoperte da Gianni Versace negli anni ’80, le cose cambiano e alle modelle viene richiesto di diventare interpreti. Devono far vivere e dare carattere agli abiti e non più semplicemente indossarli. Rappresentano perciò il tipo di donna che il brand vuole vestire e diventano spaccati della società.

Fatta chiarezza sul ruolo delle cosiddette indossatrici è chiaro che, per un motivo o per un altro, le modelle curvy dovrebbero far parte della kermesse moda. Sia che la modella venga intesa come mannequin che come interprete. Se vogliamo considerarle come pure indossatrici allora le modelle curvy sarebbero utili ad uno scopo banalmente commerciale dal momento che la modella serve per mostrare la vestibilità di un capo e, a livello di vendita, è utile poter vedere l’abito su diversi tipi di corpi, ancor meglio se simili a quelli delle clienti. Parlando invece di modelle nella loro visione più attuale, quella di interpreti, allora è chiaro: se le passerelle sono uno spaccato della società tutti hanno il diritto di essere rappresentati.

Insomma l’inclusività nella moda è ancora più che un’utopia. Basti pensare al fatto che non sono solo le plus size ad essere assenti dalle passerelle, ma anche le persone con disabilità, malformazioni e tanto altro. Che questa continua ricerca di inclusività sia un circolo vizioso da cui non usciremo mai?…D’altronde rappresentare tutti è pressoché impossibile! Chiudo con una domanda: vi siete accorti che abbiamo parlato solo al femminile? E gli uomini? La rappresentazione non è un loro diritto? Beh pare di no.