Gustave Fayet alla Fondation Louis Vuitton: Collezionista-Creatore

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Gustave Fayet non sembrava particolarmente interessato ai confini. Non a quello tra collezionista e artista, certamente, ma neppure a quello tra un dipinto e un tappeto, tra una parete e una pagina, tra ciò che si contempla e ciò con cui si vive.

Sala museale con tre dipinti di Vincent van Gogh esposti su pareti beige, con un autoritratto al centro.

È da questa permeabilità che parte “Gustave Fayet: Collezionista – Creatore”, in programma alla Fondation Louis Vuitton dal 9 ottobre 2026 all’8 marzo 2027. La mostra occupa l’intero edificio e riunisce 728 opere e documenti, facendo riemergere una figura rimasta a lungo in una posizione curiosamente laterale rispetto alla storia dell’arte moderna. 

Laterale, però, non significa marginale. Fayet fu tra i primi a collezionare Van Gogh, costruì attorno a Gauguin un nucleo straordinario e sostenne Odilon Redon. Ma soprattutto possedeva un tipo di sguardo che oggi definiremmo quasi curatoriale: riconosceva un’opera, la metteva in relazione con un’altra, la portava dentro uno spazio e poi lasciava che quell’immaginario contaminasse il resto.

Il collezionista come autore

La raccolta di Fayet non sembra mai comportarsi come una semplice successione di capolavori.

Nella mostra compaiono 10 dipinti di Van Gogh, 78 opere di Gauguin e 86 di Redon, accanto a Degas, Cézanne, Toulouse-Lautrec, Renoir, Morisot, Signac, Bonnard, Vuillard e Matisse. Numeri notevoli, ma è nelle relazioni che il percorso diventa più preciso.

L’Autoritratto con orecchio bendato e pipa di Van Gogh, assente dalle esposizioni francesi dal 1937, incontra l’Autoritratto con tavolozza di Gauguin. Poco dopo, Il Cristo giallo, Autoritratto con il Cristo giallo e Il Calvario bretone vengono riuniti per la prima volta in Francia, ricostruendo non soltanto una costellazione di opere, ma quella di amicizie, acquisti e complicità che contribuì al riconoscimento di Gauguin.

Fayet collezionava, quindi, ma allo stesso tempo montava immagini. E in questa capacità di accostamento c’è già qualcosa della sua parte creativa.

Autoritratto con orecchio bendato e pipa di Vincent van Gogh nella mostra Gustave Fayet alla Fondation Louis Vuitton
Vincent van Gogh, Self-Portrait With Bandaged Ear and Pipe, gennaio 1889. Olio su tela, 49,5 × 44,2 cm, collezione privata. Photo credit: © Peter Schälchli.

Quando il quadro esce dalla cornice

La seconda metà della mostra rende quasi insufficiente la parola “artista”.

Fayet lavora con ceramica, acquerello, pittura, illustrazione, carta da parati, tessuti e tappeti. Non cambia semplicemente tecnica: lascia che una forma passi da un supporto all’altro.

Vaso in grès smaltato di Gustave Fayet e Louis Paul, 1896–1904, esposto alla Fondation Louis Vuitton
Gustave Fayet e Louis Paul, Vase, 1896–1904. Grès smaltato, 71 × 32 cm, collezione privata. Photo: © Fondation Louis Vuitton / Nicolas Matheus.

Intorno al 1912, per esempio, comincia a usare la carta assorbente lasciando che l’acquerello produca macchie e forme non completamente controllabili. Da quella casualità nascono fiori, vegetazioni e composizioni fluttuanti che diventeranno in seguito motivi per tessuti e tappeti.

È forse qui che Fayet appare più contemporaneo. Non esiste un originale nobile e una derivazione decorativa: il motivo può nascere su carta e continuare a vivere su una superficie tessile senza perdere intensità.

Dal pavimento al guardaroba

Nel 1920, con l’Atelier de la Dauphine, Fayet porta questa ricerca nei tappeti. Rifiuta la geometria troppo disciplinata e preferisce composizioni botaniche, liquide, quasi instabili. Le sue creazioni entrano nelle case di Jeanne Lanvin, Jacques Doucet, Robert de Rothschild e del maharaja di Indore.

Il rapporto con la moda non è un dettaglio laterale. Fayet dialoga con figure come Paul Poiret, Doucet e Lanvin, e per la mostra sono stati identificati e restaurati anche diversi abiti che raccontano queste connessioni.

Non è difficile capire perché: per Fayet il vestire, l’abitare e il collezionare appartenevano allo stesso sistema visivo.

Esposizione di abiti storici su manichini, allestiti su pedane davanti a pareti rosso bordeaux in una mostra di moda.
Veduta dell’allestimento della mostra Gustave Fayet: Collezionista – Creatore. Icone dell’arte moderna, Galerie 11, Fondation Louis Vuitton. 
Photo credit: © Fondation Louis Vuitton / Marc Domage.

Un ritratto costruito per atmosfere

La scenografia di Robert Carsen evita una ricostruzione didascalica degli ambienti di Fayet. Lavora invece attraverso colori, architettura e sequenze, facendo emergere di volta in volta il collezionista, il committente, il creatore e l’imprenditore.

Tre dipinti di Paul Gauguin esposti su una parete rosso intenso, con una panca al centro della sala museale.
Veduta dell’allestimento della mostra Gustave Fayet: Collezionista – Creatore. Icone dell’arte moderna, Fondation Louis Vuitton. Da sinistra: Paul Gauguin, Portrait de l’artiste au Christ jaune (1890–1891), Le Christ jaune (1889) e Le Calvaire breton (1889), riuniti per la prima volta in Francia.
Photo: © Fondation Louis Vuitton / Marc Domage

È una scelta particolarmente adatta a una figura che non ha mai lavorato per compartimenti.

La mostra non restituisce semplicemente a Fayet un posto nella modernità. Fa qualcosa di più sottile: mostra quanto fosse moderno il suo rifiuto di separare le arti maggiori da quelle decorative, l’opera dalla casa, il gusto dalla vita.

Per lui collezionare non significava circondarsi di arte. Significava lasciare che l’arte modificasse tutto il resto.

Testo basato sul press kit ufficiale della Fondation Louis Vuitton.
Immagini courtesy of Fondation Louis Vuitton, tratte dai materiali stampa ufficiali. I crediti delle singole opere e delle fotografie sono indicati nelle rispettive didascalie.