CHI FA MODA, INDOSSA LA MODA?

da | FASHION

Tra uniformi personali, total black e guardaroba essenziali, il paradosso di un settore che crea desiderio ma sembra non volerlo indossare.

Nel backstage di una sfilata tutto è studiato per attirare l’attenzione. Abiti spettacolari, accessori ricercati, silhouette inaspettate. Ogni dettaglio contribuisce a costruire un’immagine capace di generare desiderio. Eppure, basta spostare lo sguardo dalla passerella a chi lavora dietro le quinte per notare una contraddizione: mentre le modelle indossano creazioni elaborate, designer, stylist e addetti ai lavori scelgono spesso jeans, T-shirt, sneakers e soprattutto nero. Proprio coloro che contribuiscono a definire ciò che sarà desiderabile sembrano essere i meno interessati a dimostrarlo attraverso il proprio guardaroba. Da qui nasce una domanda: chi conosce davvero la moda sente ancora il bisogno di indossarla?

Immagine di una sfilata di moda.

IL PARADOSSO DI CHI CREA DESIDERIO

La moda è un’industria costruita attorno alla trasformazione continua. Ogni stagione propone nuove silhouette, nuovi colori, nuove interpretazioni dello stile. Il suo linguaggio si alimenta di novità e della promessa che un abito possa raccontare qualcosa di noi, o addirittura trasformarci in qualcun altro. Chi lavora nel settore, però, vive questo meccanismo da una prospettiva completamente diversa. Un vestito non è soltanto un oggetto da desiderare, ma anche un prodotto da progettare, fotografare, comunicare e vendere. Dietro una giacca apparentemente semplice si nascondono scelte di costruzione, riferimenti culturali, strategie commerciali e decisioni di styling. È possibile che questa conoscenza cambi il rapporto con ciò che si indossa. Quando si conoscono i processi che trasformano un capo in un oggetto del desiderio, forse diventa più difficile lasciarsi sedurre dalla sua immagine. La distanza tra chi produce moda e chi la consuma non riguarda necessariamente il gusto, ma lo sguardo. Il consumatore vede il risultato finale, mentre il professionista conosce tutto ciò che lo precede.

Immagine in bianco e nero direzione creativa.

L’UNIFORME PERSONALE: QUANDO LO STILE SMETTE DI CAMBIARE

Esiste poi un fenomeno particolarmente interessante: quello dell’uniforme personale. Alcuni dei nomi più riconoscibili della moda hanno costruito la propria immagine attraverso un guardaroba estremamente ripetitivo. Karl Lagerfeld aveva trasformato camicie bianche dal collo alto, completi scuri, guanti e occhiali da sole in una firma visiva immediatamente riconoscibile. Giorgio Armani ha fatto della sobrietà e delle tonalità neutre un’estensione della propria idea di eleganza. Rick Owens, pur creando collezioni dall’estetica radicale, è riconoscibile anche per la coerenza del proprio stile personale. In questi casi, ripetere non significa rinunciare allo stile. Significa averne definito uno così preciso da non doverlo reinventare ogni mattina. L’uniforme diventa quasi una dichiarazione di indipendenza rispetto alla velocità delle tendenze. Mentre il sistema moda invita continuamente al cambiamento, chi lo conosce dall’interno può scegliere la continuità. E forse è proprio questa la contraddizione più affascinante: chi lavora per rendere desiderabile il nuovo può trovare la propria identità in ciò che non cambia.

ESSERE TROPPO FASHIONABLE PUO’ DIVENTARE UN LIMITE?

Nel mondo della moda, l’abbigliamento è inevitabilmente anche una forma di comunicazione professionale. Il modo in cui ci si presenta può suggerire competenza, sensibilità estetica e appartenenza a un determinato ambiente. Eppure, essere sempre perfettamente allineati alle ultime tendenze non coincide necessariamente con l’essere considerati autorevoli. Un look estremamente costruito può comunicare creatività e conoscenza, ma può anche dare l’impressione di voler dimostrare qualcosa. Al contrario, un guardaroba essenziale può suggerire sicurezza, controllo e una certa distanza dalle regole del sistema. Naturalmente non esiste una formula universale. Stylist, fashion editor e direttori creativi possono fare del proprio abbigliamento una vera espressione artistica. Basti pensare ad Anna Dello Russo, la cui immagine pubblica è da sempre legata a uno stile spettacolare e riconoscibile. Il punto, quindi, non è stabilire se vestirsi in modo appariscente renda meno credibili. È chiedersi perché, in alcuni ambienti creativi, la capacità di non ostentare sia diventata essa stessa un segnale di autorevolezza. In un settore in cui tutti cercano di essere osservati, scegliere di non attirare l’attenzione può diventare un modo diverso di distinguersi.

Immagine di una modella sul set.

CREARE IDENTITA’ PER GLI ALTRI, NEUTRALIZZARE LA PROPRIA

C’è però una lettura ancora più profonda, che va oltre il semplice gusto estetico. Chi lavora nella moda trascorre gran parte del proprio tempo a costruire identità. Un designer immagina il tipo di persona che potrebbe indossare una collezione. Uno stylist crea personaggi attraverso gli abiti. Un fashion editor seleziona immagini e riferimenti capaci di raccontare un determinato ideale di bellezza. Ogni giorno questi professionisti lavorano con la trasformazione, l’interpretazione e la rappresentazione di sé. Forse, proprio per questo, nella vita quotidiana nasce il desiderio opposto: sottrarsi alla necessità di interpretare continuamente un personaggio. Indossare gli stessi colori, scegliere silhouette familiari e ridurre le possibilità del guardaroba può rappresentare una forma di libertà. Non dover decidere ogni giorno quale immagine comunicare significa sottrarsi, almeno in parte, a quella continua costruzione dell’identità che la moda stessa alimenta. L’uniforme personale, allora, non è necessariamente una rinuncia alla creatività. Può essere lo spazio neutro di chi utilizza tutta la propria energia creativa per immaginare gli altri. Ma c’è un’ulteriore contraddizione: anche scegliere di non seguire la moda è una scelta estetica. Anche il total black, il minimalismo e l’apparente disinteresse comunicano un’identità precisa. In fondo, forse, dalla moda non si esce mai completamente. Si può soltanto decidere quale rapporto avere con essa.

Immagine di cartamodelli.

IL LUSSO DI NON DOVER DIMOSTRARE

La moda vive di desiderio, appartenenza e riconoscimento. Indossare un determinato marchio o una tendenza può significare sentirsi parte di un mondo, dichiarare un gusto o costruire una versione di sé. Ma chi appartiene già a quel mondo attraverso il proprio lavoro potrebbe non avere bisogno di utilizzare gli abiti per dimostrarlo. È qui che il concetto di lusso assume un significato diverso. Non riguarda più necessariamente il possesso dell’ultimo capo, della borsa più riconoscibile o dell’accessorio più desiderato. Riguarda la possibilità di scegliere senza sentirsi obbligati a partecipare. Questo non significa che i professionisti della moda siano immuni al desiderio o che un guardaroba essenziale sia automaticamente sinonimo di competenza. Significa, piuttosto, che conoscere un sistema può offrire gli strumenti per prendere le distanze dalle sue aspettative. La vera consapevolezza stilistica potrebbe non consistere nel sapere sempre cosa indossare, ma nel sapere perché lo si sta indossando.

IL VERO PRIVILEGIO E’ POTERLA IGNORARE?

Alla fine, il paradosso di chi lavora nella moda racconta qualcosa che riguarda tutti. Viviamo in una cultura che ci invita continuamente a esprimere la nostra identità attraverso ciò che compriamo e indossiamo. Cambiare, aggiornarsi, reinventarsi sembrano essere diventate necessità, prima ancora che possibilità. Eppure, dietro le quinte di un’industria fondata sulla novità, qualcuno continua a scegliere gli stessi pantaloni, la stessa giacca, gli stessi colori. Non necessariamente perché abbia smesso di amare la moda, ma forse perché ha imparato a riconoscere la differenza tra ciò che desidera davvero e ciò che gli viene suggerito di desiderare.

In questo senso, l’uniforme personale non rappresenta l’assenza di stile, ma una forma di autonomia. Forse il vero privilegio di chi conosce la moda non è poter indossare tutto, ma potersi permettere di ignorarla.

Immagine di un set fotografico.

CREDITI FOTO: PINTEREST