Junya Watanabe Fall Winter 2026

da | FASHION

Uno studio sul potenziale creativo del rifiuto: la sfilata Autunno Inverno 2026 di Junya Watanabe presentata a Parigi lo scorso 7 marzo insegna come l’alta moda possa – e debba imparare a – riconfigurare il proprio sguardo a partire dal basso

Un mosaico di oggetti e tessuti – o di loro frammenti – , volto a promuovere una nuova nozione di confezione. Libera dalle convezioni, svincolata da qualsiasi ordine prestabilito. Con “L’arte dell’assemblaggio nella sartoria”, la Fall Winter 2026 di Junya Watanabe viene consacrata sin da subito come una delle sfilate più dirompenti (e sensatamente centrate) della stagione.

Non soltanto per la straordinaria capacità del designer di magnetizzare lo sguardo sulle sue architettoniche costruzioni modulari. Sebbene infatti l’occhio sembri ancora una volta incapace di distogliersi o di saziarsi dell’arte di Watanabe, stavolta, ha un compito in più: costretto ad orientarsi in un percorso di oggettistica priva di un senso apparente, rimane incastrato tra patchwork di pelliccia, pezzi di ingranaggio automobilistici e cornici spezzate.

Non ci viene richiesto di trovarne il senso, né di stabilirne un equilibrio. Ci viene solo richiesto di osservare, ipnotizzati, il modo in cui la moda può creare dagli scarti. Scarti che, in ultima istanza, non devono fingere di essere altro da ciò che sono.

Il riutilizzo del già compiuto

La pelle dei guanti da motociclista non viene rilavorata né trasformata, bensì, applicata sugli abiti nella sua forma compiuta. Da prodotto finito, non da materiale di riutilizzo. Lo stesso accade ai peluche che, invece di esser svuotati o ridotti a semplici accessori fanciulleschi, si aggregano con il fine di dar vita a voluminose pellicce. La plastica dei ricambi d’auto non ritrova una funzione attraverso il riciclo, ma s’impone anch’essa come ornamento, così com’è.

Ancora, su un abito coesistono vecchi foulard e tende, una fascia cerimoniale e un bustier composto da telai, una cover tridimensionale per telefono e l’immagine di Marylin Monroe impressa su uno schermo. Su un altro, parti di caschi da moto e pagliette d’acciaio abrasive. Assemblaggi strategici per composizione, non per estetica.

Il tutto è tenuto insieme da una precisione quasi maniacale. Quello che a prima vista sembra presentarsi come un caos di contrasti in lotta, si ricompone grazie ad un controllo impeccabile del dettaglio. Uno studio che trasforma ogni elemento in un ingranaggio perfettamente calibrato. Il risultato è un sistema che funziona alla perfezione, con coerenza stilistica e di significato. Sculture indossabili: poliedriche, ibride, raffinatamente vistose.

Nessun passo indietro

Watanabe sceglie di non tornare indietro. Il prodotto viene presentato per ciò che è, per come è stato concepito dall’industria di provenienza. Carico di tutti i suoi significati, di tutte le sue funzioni, e dell’intero processo che lo ha generato. Non è chiamato a trasformarsi per servire un altro scopo, ma ad adempierlo rimanendo sé stesso. In questa fedeltà si apre a nuove possibilità d’utilizzo, senza subire alterazioni.

In questo senso, la sfilata Autunno Inverno 2026 di Junya Watanabe propone una visione del riutilizzo radicalmente innovativa. Gli oggetti non vengono scomposti e rielaborati, non si sciolgono a riprendere le sembianze della materia prima che li ha formati. Vengono accolti nella loro forma compiuta. E in quella forma, è lì che viene trovato il modo di dargli nuova vita. Un uso del rifiuto senza mediazioni. Il rifiuto rimane tale, e nella sua apparente inutilità, trova nuovo impiego.

Il messaggio è chiaro, e va oltre il semplice ed inascoltato grido al riciclo dei materiali in favore di un approccio più sostenibile da parte del sistema moda. È una invito alla ricerca di bellezza, in ogni cosa. Anche – soprattutto – in ciò che per definizione viene etichettato come rifiuto. L’alta moda può, e deve, imparare a ricalibrare il proprio sguardo. A partire dal basso.

Foto: Vogue, The Impression