La finale del 76°Festival di Sanremo

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Sipario calato, luci spente sull’Ariston, verdetti consegnati. Sanremo 2026 è finito, ma il bello inizia adesso

Si chiude così la 76° edizione del Festival di Sanremo. Una settimana di look discutibili, qualche vera emozione e un vincitore che ha messo d’accordo (quasi) tutti. Sul podio salgono Sal Da Vinci, che conquista la vittoria, seguito da Sayf al secondo posto e Ditonellapiaga al terzo.

E mentre cala il sipario sull’Ariston, arriva anche la notizia che cambia tutto: il testimone passa a Stefano De Martino, pronto a raccogliere l’eredità di Carlo Conti. Aria nuova in arrivo. E forse, finalmente, un Festival meno ingessato.

Carlo Conti

Carlo Conti chiude l’edizione in Stefano Ricci con uno smoking damascato sartoriale. Raffinato, strutturato, impeccabile. Se c’è una cosa che nessuno può dirgli è di essere stato poco elegante.

Ha condotto il Festival in modo chirurgico. Nessun inciampo, nessun vero scandalo, nessuna esplosione fuori controllo. Due edizioni portate a casa con disciplina militare. Perfetto? Sì. Forse troppo. A volte si ha la sensazione che tutto sia stato talmente sotto controllo da togliere ossigeno al caos creativo. E Sanremo vive anche di quello.

Il passaggio di testimone a Stefano De Martino sa di aria nuova. E forse è proprio quello che serve adesso.

Voto: 7

Laura Pausini

Laura Pausini per la finale torna alla sua comfort zone: nero,  Balenciaga. Abito strapless con scollatura lineare, impreziosita da un collier importante di Bvlgari con diamanti e smeraldi che probabilmente vale quanto un appartamento vista mare a Sanremo. Bello? Sì. Necessario? Forse no. E poi i guanti lunghi in pelle. Ancora. Continuano a darle quell’aria da caposala appena uscita dalla sala operatoria. Eleganza chirurgica, letteralmente.

Secondo cambio: borgogna leggero, chiffon drappeggiato, movimento morbido. Finalmente colore. Finalmente luce sul viso. Le tonalità calde la valorizzano molto più del nero che tende a spegnerla e a farla sembrare troppo severa. Questa versione funziona di più, è più sua.

Terzo abito: il famoso vestito LED che riprende i giochi di luce del palco. D’effetto? Sicuramente. Memorabile? Anche. Ma a me ha ricordato più un albero di Natale acceso l’8 dicembre che un gran finale sanremese. L’idea è scenografica, ma il confine tra wow e kitsch è sottilissimo.

Detto questo, durante la finale Laura si è superata. Molto più sciolta, più ironica, meno rigida. Finalmente libera dal copione. Ed è lì che è piaciuta davvero.

Voto: 8

Giorgia Cardinaletti

Giorgia Cardinaletti arriva sul palco come ultima co-conduttrice con un primo abito firmato Ermanno Scervino: sottoveste nude ricamata con cristalli effetto pizzo, sandali alti, gioielli sottili, make-up luminoso. Le dona molto. È una scelta elegante, delicata, coerente con la sua immagine professionale.

Secondo look ancora Scervino, questa volta nero, con top ricamato e gonna con rouches. Meno d’impatto rispetto al primo, ma almeno resta sobrio. Non scivola nel pacchiano visto in altre serate.

Il problema però non è l’abito. È la presenza. È rimasta un po’ in ombra, quasi marginale. Come Bianca Balti nelle serate precedenti, anche lei sembra più una presenza da copertina che una vera protagonista della conduzione. Pochi interventi, poco spazio, poca incisività. Bella, elegante, ma televisivamente poco sfruttata. Come se fosse stata chiamata più per il titolo che per il ruolo.

Voto: 7

Francesco Renga

Francesco Renga chiude il suo Sanremo restando fedele a sé stesso. Completo blu doppiopetto firmato Canali, revers impreziositi da cristalli tono su tono e foulard al posto della cravatta. Sartoriale, curato, coerente con il percorso stilistico portato avanti per tutta la settimana.

Non esce mai dalla sua comfort zone, né musicalmente né esteticamente. E infatti lo giudichiamo lì. La canzone dopo il terzo ascolto diventa più digeribile, più “ascoltabile”, ma non scatta mai quella scintilla che la rende memorabile.

L’esibizione è una delle sue tante: professionale, ordinata, senza cadute ma anche senza picchi. Non delude, ma non sorprende. Rimane sospesa tra il “c’è” e il “domani me la sono già dimenticata”. Rimane comunque idolo indiscusso di ogni madre.

Voto: 5

Chiello

Chiello nella finale trova finalmente una dimensione più convincente. La canzone suona più orecchiabile rispetto alle prime serate, il ritmo funziona di più e l’insieme scorre meglio.

Sul fronte look torna essenziale e preciso: abito nero firmato Saint Laurent con blazer dai revers ampi e una rosa applicata. Elegante, coerente, adatto alla serata. Dopo il dandy dei duetti, qui è più centrato. Qualche imprecisione vocale resta, ma se l’energia generale funziona, certe sbavature passano in secondo piano. Non è stato travolgente, ma è stato credibile.

Voto: 6

Leo Gassmann

Leo Gassmann continua a sperimentare, ma il risultato non convince. Total black con camicia luminosa e completo da sera di Giorgio Armani, estetica studiata, ma l’effetto è più costruito che naturale.

La canzone non decolla e la performance non aiuta. Qualche incertezza vocale, poca presenza scenica, nessun guizzo. Bello sì, ma non basta essere bello se non riesci a riempire il palco. Ha provato a cambiare registro durante la settimana, ma in finale resta indietro. Un bello che non balla, e non emoziona.

Voto: 3

Serena Brancale

Serena Brancale sceglie per la finale un abito dal forte valore personale: appartenuto a sua madre, scomparsa nel 2020, e dedicato a lei. Un gesto che colpisce, che aggiunge significato alla serata. Il vestito le sta bene, ma non la slancia: la linea taglia la figura e non la valorizza come potrebbe. L’effetto è un po’ “suora sexy”, elegante ma non risolto del tutto.

La canzone è intensa, emotivamente carica. Però l’interpretazione non riesce a trasmettere fino in fondo quello che lei prova. L’intenzione c’è, l’emozione meno. Forse con più ascolti potrà crescere, ma nella finale resta un po’ distante. Il riferimento personale conquista, il brano meno.

Vince sia il premio della Critica (sala stampa Lucio Dalla) che il premio TIM

Voto: 6

Raf

Raf non cambia rotta nemmeno in finale. Completo in velluto dal fit morbido, questa volta in cobalto. Se voleva fondersi con le luci del palco, scelta perfetta.

Coerente con sé stesso per tutta la settimana, ma anche troppo uguale a sé stesso. L’esibizione resta piatta, senza momenti di vera tensione. L’unico dettaglio che scalda è il riferimento alla moglie, musa ispiratrice del brano, a cui dedica sguardi intensi durante la performance.

Romantico, sì. Ma artisticamente resta anonimo.

Voto: 5

Bambole di Pezza

Bambole di Pezza chiudono con un’estetica più soft rispetto al solito. Look coordinati in oro, paillettes ricamate, tutto firmato John Richmond. Bello il dettaglio sullo slip dress di Martina “Cleo” Ungarelli con la scritta “Give Peace a Chance”, omaggio a John Lennon e Yoko Ono.

Visivamente curate, sì. Ma musicalmente no. La canzone suona troppo “sanremese”, troppo adattata. Hanno smussato il loro rock per entrare nel contesto, e questo si sente. Il rock non si piega, o almeno non dovrebbe. Dovevano portare qualcosa che fosse davvero loro, non qualcosa che sembrasse loro. La sensazione è che abbiano ammorbidito troppo per piacere.

E questo, alla fine, pesa.

Voto: 4

Tommaso Paradiso

Tommaso Paradiso chiude il suo Festival in bianco e nero: completo nero, camicia bianca, tutto firmato Emporio Armani. Essenziale, pulito, senza rischi.

Nella sua semplicità però non c’è nulla che colpisca. Né nel look né nell’esibizione. La performance resta piatta, lineare, prevedibile. Sempre nello stesso registro, sempre nello stesso tono. Non sbaglia, ma non accende.

Monotono dall’inizio alla fine.

Voto: 5

Malika Ayane

Malika Ayane per la finale abbandona il minimalismo rigido delle prime serate e sceglie un abito da sera più scenografico firmato Brunello Cucinelli: silhouette a sirena, senza maniche, elegante e strutturato.

Hairstyle effetto bagnato e guanti in pelle ormai accessorio fisso di questa edizione. Il vestito è decisamente più riuscito rispetto ai precedenti: la valorizza, le dà presenza.

Sul palco è sicura, a suo agio, professionale come sempre. La resa della canzone è solida, ben controllata. Non è una performance che rivedrei cento volte, ma è fatta bene e porta a casa il risultato con classe.

Voto: 6

Patty Pravo

Patty Pravo resta fedele alla sua cifra teatrale. Ancora velluto nero, ancora atmosfera da opera. L’abito su misura di Simone Folco è imponente, arricchito da una stola ricamata e da un collier importante di Bvlgari.

Scenografica, sì. Forse anche troppo. La resa è la solita: presenza magnetica, postura immobile. Non si muove, non cambia dinamica. È Patty, nel bene e nel male. Iconica, ma sempre uguale.

Voto: 5

J-Ax

J-Ax porta finalmente leggerezza vera. La sua canzone fa alzare il pubblico, fa battere le mani, fa ballare l’Ariston.

Prosegue con la sua estetica western chic: completo sartoriale total black con frange, omaggio dichiarato a Johnny Cash. E il dettaglio dei cappelli esteso anche all’orchestra è un colpo scenico simpatico e coerente.

È stato uno dei pochi a regalare un momento di spensieratezza autentica. Energia, sorriso, partecipazione. In mezzo a tante performance trattenute, lui ha respirato.

Voto: 9

LDA & Aka7even

LDA e Aka7even chiudono con la stessa energia portata per tutta la settimana. La canzone cresce ascolto dopo ascolto e in finale convince ancora di più.

Fanno muovere l’Ariston, ed è già tanto. Look coordinati in pelle: LDA con blazer lungo, camicia e cravatta in maglia metallica; Aka7even con giacca più corta e t-shirt girocollo. Gemelli diversi ma coerenti.

Freschi, giovani, pieni di vita. Hanno portato ritmo in un Festival spesso troppo ingessato.

Voto: 8

Sal Da Vinci

Sal Da Vinci vince la 76ª edizione del Festival. Ce lo aspettavamo? Forse sì. Abbiamo sperato in un colpo di scena fino all’ultimo, ma la sua canzone era già diventata un coro collettivo.

Ha mantenuto per tutta la settimana uno stile da gran sera impeccabile. In finale chiude con smoking, giacca bianca e fiocco largo in seta. Il fiocco mi lascia perplessa: troppo evidente, un po’ effetto cravattino da supereroe. Avrei scelto qualcosa di più sobrio. Ma quando tutta la platea canta e si alza in piedi, il dettaglio passa in secondo piano. Ha vinto perché la sua canzone è entrata nelle case, nei social, nelle teste.

E alla fine, è questo che conta.

Voto: 7

Elettra Lamborghini

Elettra Lamborghini chiude il suo Sanremo nel segno dell’Haute Couture, coerente dall’inizio alla fine. Monospalla strutturato firmato Rahul Mishra, linee a raggiera, cristalli ovunque. Letteralmente ovunque: sulle dita, sulle scarpe, sul microfono. Un’esplosione di luce che a un certo punto diventa quasi troppo.

L’abito però non convince del tutto. È scenografico, ma non armonioso. E se non ci fosse l’autotune l’esibizione perderebbe stabilità. La voce fatica, l’insieme regge più per carisma che per tecnica.

Elettra resta una fashion victim adorabile, autoironica, consapevole del suo personaggio. Più forte nel post-esibizione che durante il brano. Simpatica sì, impeccabile no.

Voto: 5

Ermal Meta

Ermal Meta sceglie ancora Trussardi per la finale. Look coerente con tutta la settimana: pantaloni dall’effetto vissuto, blusa con collo morbido e giacca lunga in pelle, stivaletti con tacco. Un’estetica un po’ da pirata urbano che ormai è diventata la sua cifra.

Tecnicamente impeccabile, come sempre. Nessuna sbavatura, controllo totale della voce. Il problema è la canzone. Vuole essere intensa, struggente, ma diventa ripetitiva. Quando certe parole tornano troppe volte, l’effetto non è più emozione ma saturazione.

Bravissimo a cantare. Meno efficace il brano.

Voto: 4

Ditonellapiaga

Ditonellapiaga arriva in finale coerente con il percorso stilistico costruito sera dopo sera. In Dsquared2 con gioielli Miluna, mix perfetto tra rétro, ironia e dettagli coquette. Manicure con fiocchi coordinata ai nastri nei capelli: tutto pensato, tutto centrato.

La canzone è potente, provocatoria, una critica elegante a ciò che ormai è diventato convenzione. Non è solo un brano pop, è una presa di posizione.

Sul palco è sicura, carismatica, magnetica. Femminile ma tagliente. Una vera bomba.

Voto: 10

Nayt

Nayt resta fedele al total black e al suo stile sartoriale con contaminazioni urban. Il guantino da driver è il dettaglio glamour che strizza l’occhio senza strafare.

La canzone però perde forza nel ritornello. Parte bene, poi si spegne un po’. Non ti fa scattare dal divano. Eppure la resa è coerente con il suo mondo: pathos, controllo, intensità misurata.

Non fa impazzire, ma è solido. E sicuramente avrà una vita radiofonica.

Voto: 7

Arisa

Arisa sceglie ancora Des Phemmes by Salvo Rizzo per la finale. Abito bicolor ispirato alla couture anni Cinquanta: top semplice, quasi maschile, e gonna con maxi fiocco avorio che si apre sul retro in una coda scenografica. Gioielli Crivelli importanti, rétro, perfetti.

Il vestito è magnifico. La voce è ancora di più. Potente, controllata, capace di riempire l’Ariston senza sforzo. La canzone ha un’anima quasi disneyana, da colonna sonora di principesse. Forse un po’ troppo fiabesca, ma la sua voce la rende credibile. Arisa resta una garanzia vocale.

Voto: 8

Sayf

Sayf per la finale sceglie il bianco, e lo fa con carattere. Completo Moschino con decorazioni asimmetriche, frange e nodi che creano movimento. Sul revers una spilla dorata come omaggio floreale. Elegante ma non banale.

La canzone è una ballata dolce, orecchiabile, emotiva. Il momento più forte resta quando porta la madre sul palco: gesto sincero, che tocca davvero. Tra i pochi look davvero originali della serata e una performance sentita, Sayf chiude con eleganza e cuore, si aggiudica cosi il secondo posto accanto a Sal Da Vinci.

Voto: 8

Levante

Levante chiude con un altro abito firmato Giorgio Armani: midi fasciante, scollatura seducente, make-up Armani Beauty con focus sugli occhi, gioielli Damiani. Sulla carta tutto perfetto.

Ma i guanti velati con cristalli stonano, e il blu scuro dell’abito sotto certe luci sembra nero. I tatuaggi continuano a creare un contrasto visivo che distrae. Il cuore sulla schiena appare fuori contesto.

La performance è fredda. La canzone è un susseguirsi di urla e frasi poco nitide. Non trasmette la forza che vorrebbe. Manca impatto, manca potenza vera.

Voto: 4

Fedez & Masini

Fedez e Marco Masini chiudono con una performance intensa. La canzone funziona, emoziona, arriva.

Masini in smoking total black, elegante e solido. Fedez in monopetto Jil Sander con spacco sul retro. Look corretti ma ripetitivi, senza sorpresa. La differenza la fa l’atteggiamento: Fedez appare molto più sciolto rispetto alle prime serate. Più presente, meno contratto. E questo cambia tutto. Non è l’esibizione più rivoluzionaria, ma è una delle più sincere. E quando riescono a portarti dentro il loro immaginario, il compito è svolto.

Voto: 8

Samurai Jay

Samurai Jay porta un brano che dovrebbe colpire, ma resta insensibile. Le stecche si susseguono e diventano quasi una costante. Anche lui sceglie di far salire la madre sul palco, momento tenero che funziona più della performance stessa.

Il look è decisamente meglio della resa vocale: smoking in velluto glitterato, importante, scenografico. La collana tennis però appesantisce tutto, sporca l’eleganza dell’insieme. Senza quel dettaglio sarebbe stato molto più raffinato.

Emozione sì, tecnica no.

Voto: 4

Michele Bravi

Michele Bravi è tra i più eleganti della finale. Sempre in Antonio Marras, questa volta con una giacca ricca di applicazioni tridimensionali che lo rendono sofisticato e coerente con il suo percorso estetico. È stato uno dei meglio vestiti di tutto il Festival, senza dubbio.

La canzone è intensa, arriva, ma non esplode mai. La voce è pulita, controllata, ma non ha quella forza spaccante che ci si aspetta nel momento decisivo. È una performance bella, ma non memorabile.

Raffinato, sensibile, ma non definitivo.

Voto: 5

Fulminacci

Fulminacci resta fedele al suo stile elegante ma rilassato. Smoking leggermente oversize di Ami Paris, contemporaneo, uno dei più riusciti della serata.

La canzone è carina, ben scritta, e lui la interpreta con naturalezza. Il problema è il contesto: in una gara piena di brani più ritmati e immediati, il suo pezzo si perde un po’.

Non è un’esibizione che accende l’Ariston, ma è pulita e coerente. E alla fine funziona.

Voto: 7

Luchè

Luchè per la finale sceglie un’eleganza più classica. Abito scuro con blazer doppiopetto, sotto un pullover con scollo a V decorato da pietre e cristalli firmato Louis Vuitton. Forse qualche gioiello di troppo, ma l’insieme è più pulito rispetto ad altre serate.

La canzone cresce ascolto dopo ascolto. Alla terza volta diventa più armonica e la performance è fresca, diversa dal classico schema sanremese. Finalmente più centrato, più sicuro. Non perfetto, ma molto meglio.

Voto: 7

Tredici Pietro

Tredici Pietro chiude con un look firmato Vespa: camicia a righe, pantaloni in pelle e doppia cravatta con un piccolo dettaglio grafico. Imperfetto, personale, quasi giocoso.

Peccato che la canzone non abbia la stessa forza. Un miscuglio di urla e stonature che rende l’ascolto difficile. Le imprecisioni vocali sono troppe per essere ignorate.

Il palco dell’Ariston è grande, e questa volta lo è stato troppo. L’estetica può essere interessante, ma non salva un’esibizione così fragile.

Voto: 1

Mara Sattei

Mara Sattei in Vivienne Westwood finalmente trova un abito davvero coerente con l’estetica della maison: gonnellone ampio, top in tartan, make-up coordinato, gioielli Salvini. Visivamente molto più riuscita rispetto alle serate precedenti.

La performance è leggermente migliore, ma resta distante dalla sufficienza. La voce non è ancora abbastanza solida per sostenere il brano con convinzione. Potenziale c’è, ma serve crescita.

Estetica promossa, resa ancora acerba.

Voto: 5

Dargen D’Amico

Dargen D’Amico continua il suo percorso concettuale ispirato all’universo di Pinocchio. Dopo Mangiafuoco, arriva un look che richiama il Grillo Parlante, simbolo di coscienza in un mondo dominato dall’artificio. Abito firmato Mordecai: frac con tagli che ricordano geometrie orientali, gilet e fascia in vita. E sì, arriva scalzo per accumulare punti al FantaSanremo.

La canzone è ascoltabile, non trascina ma tiene il ritmo. Non ti fa saltare in piedi, ma ti fa muovere la gamba.

Coerente, creativo, mai banale.

Voto: 6

Enrico Nigiotti

Enrico Nigiotti resta monocromatico, sempre in Barena Venezia, con uno stile casual curato. Eleganza semplice, senza eccessi.

La performance però è piatta. La canzone non ha quella melodia che ti cattura e lui non riesce a darle il trasporto necessario. Tutto appare un po’ apatico, poco incisivo. Non brutto, ma nemmeno emozionante. Mi aspettavo molto di più da lui.

Voto: 4

Maria Antonietta & Colombre

Maria Antonietta e Colombre mantengono un’immagine precisa: lei con abito anni Sessanta e stivali metallici, lui con camicia floreale effetto acquerello.

L’estetica è coerente, forse troppo vintage. Il vestito di lei funziona, anche se ricorda una vestaglia elegante. Lui meno convincente visivamente, ma recupera con la voce.

La canzone è carina e ballabile. Peccato per quell’eccesso di nostalgia anni ’70 che poteva essere alleggerito.

Voto: 7

Eddie Brock

Eddie Brock chiude in completo monocromo color mattone firmato Luigi Bianchi Flirt. Sartoriale, ordinato, scarpe Antica Cuoieria, gioielli Pandora. Esteticamente corretto.

Ma il problema resta la voce. Le parti basse tengono, ma quando il brano sale la fatica si sente tutta. Il ritornello diventa un momento di tensione e non nel senso positivo.

Nemmeno il miglior outfit può salvare un’esibizione così fragile. Ultimo posto inevitabile.

Voto: 1

Si abbassano i sipari, le luci si spengono e il palco dell’Ariston torna silenzioso. Il Festival finisce così, tra applausi finali, ricordi indimenticabili ed emozioni senza tempo.

Ma Sanremo non muore mai davvero: si prende una pausa, respira, e si prepara a tornare l’anno prossimo con nuove emozioni, nuove polemiche e nuovi ricordi da scrivere.

Foto: Tg24 sky