La seconda serata del Festival di Sanremo 2026

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Sanremo 2026 brilla, ma non brucia. La seconda serata sfila elegante, precisa, impeccabile. Eppure manca qualcosa. Manca il fuoco. Quello che divide, che accende, che fa discutere. Senza scintille, resta solo una bella vetrina.

La seconda serata del Festival di Sanremo 2026 ribadisce qualcosa che ormai si percepisce da giorni: qui tutto è perfetto, tutto è in ordine, tutto è pianificato. Ma sotto la superficie luccicante manca tensione, rischio, quel brivido irregolare che ti fa dire “accidenti, oggi è successo qualcosa. Al Teatro Ariston si esibiscono i primi 15 Big, vengono votati dal televoto e dalla giuria delle radio, e alla fine si annuncia la classifica provvisoria con i primi cinque artisti: Paradiso, LDA & Aka7even, Nayt, Fedez e Masini ed Ermal Meta, senza alcun ordine ufficiale di piazzamento ma con un evidente divario tra chi emoziona e chi semplicemente ammira lo specchio perfetto del proprio ego. 

Dietro le quinte, tra un cambio d’abito e l’altro, girano già i soliti rumor di fashion influencer che scommettono sui look futuri, e come ogni anno non manca chi parla di bonus FantaSanremo legati agli accessori più stravaganti vista la monotonia stilistica generale.

Carlo Conti

Carlo Conti riappare in smoking monopetto total black di Stefano Ricci, un classico così pulito da risultare blando. Non si può negare che sia elegante, ma qui non si tratta di eleganza: si tratta di presenza. Conti sembra più timoniere di una nave perfetta che capitano di una serata indimenticabile. Ogni parola, ogni cambio di ritmo è regolato con meticolosità chirurgica, tanto che la sensazione di vivere uno spettacolo in tempo reale viene spesso soffocata da quella di assistere a una replica impeccabile. La conduzione rimane precisa, purtroppo senza spina dorsale.
Voto: 7

Laura Pausini

Laura Pausini apre la seconda serata del Festival di Sanremo ancora in Giorgio Armani, linea Armani Privé. L’abito è meraviglioso, le rende giustizia, le disegna addosso una presenza forte e sicura. È più sciolta rispetto alla prima sera, meno impacciata, più dentro il ruolo. Ma resta rigidissima. Troppo concentrata, troppo attenta a non sbagliare. Super seria, poco spontanea. Si sente che trattiene ogni parola. E quando trattieni troppo, il pubblico si stacca.

Cambio d’abito: cappotto da sera stile vestaglia in velluto nero decorato in oro, questa volta Emporio Armani. Scelta inaspettata, ma funziona. È potente, scenico, quasi teatrale. Qui l’immagine è impeccabile, studiata, importante.

Gli abiti vincono sempre. La conduzione ancora no.

Voto abiti: 8
Voto lavoro: 5

Achille Lauro

Achille Lauro resta uno dei pochi che sul palco non sembra avere paura. Total white firmato Dolce & Gabbana: blazer strutturato, pantaloni ampi, scollo a V con fiocco basso. Al collo un gioiello importante di Damiani che amplifica la luce e la costruzione del personaggio.

Ha quel fascino da sfacciato, da bello e dannato, e sa usarlo. Non è più la provocazione della tutina di qualche edizione fa: qui è controllo, presenza, consapevolezza. Sulle note di Perdutamente emoziona davvero. Non urla, non forza, ma tiene il palco con sicurezza.

Secondo look ancora Dolce & Gabbana con gioielli Damiani, molto simile al primo. Ma diciamolo: Achille Lauro starebbe bene anche con un sacco di juta addosso. Funziona perché è credibile in quello che fa.

Approvato in ogni look. E in un festival così piatto, uno che almeno vibra si nota.

Voto abiti: 6
Voto lavoro: 7

Pilar Fogliati

Pilar Fogliati è forse la presenza più fresca della serata. In Giorgio Armani Privé con gioielli in oro rosa e diamanti di Pomellato è elegante, luminosa, perfetta.

Prova a creare un siparietto divertente dentro questo caos rigidissimo, ma non c’è spazio. Tutto è calcolato, tempi stretti, scaletta blindata. Nessuna libertà. Le battute sono poche e non riescono a spezzare la noia generale. È un’ottima attrice, ma qui sembra incastrata in un ruolo troppo stretto.

Cambio d’abito: creazione di Fausto Puglisi per Roberto Cavalli. Sensuale, elegante, deciso. Questo è forse il look che le rende più giustizia, ma lo tiene pochissimo.

Terzo outfit corto firmato Giuseppe Di Morabito: blazer decorato con perle e fondo piumato che simula una gonna, calzature di Jimmy Choo. Molto bello, ben costruito. Ma personalmente il secondo aveva più forza.

È l’unica che prova a dare ritmo, ma il festival la frena. E quando il contesto è più rigido del talento, resta solo l’eleganza.

Voto abiti: 7
Voto lavoro: 6

Patty Pravo

Patty Pravo sceglie un total look rosso firmato Simone Folco. L’immagine è forte, coerente con la sua storia, iconica come sempre. Ma sul palco resta immobile, quasi cristallizzata. La voce non è assente, ma la pronuncia appare a tratti poco nitida, le parole si perdono, l’intensità non arriva con la forza che ci si aspetta da una leggenda. Il carisma resta, ma non basta più a coprire una performance che fatica a decollare. Quando l’immagine supera l’esecuzione, il risultato non è magnetico: è fragile.
Voto: 5

LDA & Aka7even

LDA e Aka7even tornano sul palco e la canzone convince sempre di più. È ballabile, fresca, ti resta in testa senza chiedere il permesso. E soprattutto ha un’energia che in questo festival si vede poco. Loro invece ne hanno da vendere.

Stesso colore per il duo, un bordeaux studiato che sotto certi riflettori dell’Teatro Ariston quasi si perde, ma l’idea di coordinarsi funziona. Funzionano perché sono diversi ma compatti.

Aka7even sorprende con acuti inaspettati, puliti, forti. Non è solo energia da teen idol, c’è tecnica. Forse un po’ troppi tamburi, forse un po’ troppi ballerini, ma almeno succede qualcosa. E in mezzo a tanta compostezza, questa vitalità si sente.

Qui non c’è paura. E si vede.

Voto: 8

Enrico Nigiotti

Enrico Nigiotti torna in total black. Ieri camicia, oggi giacca corta e squadrata. Casual chic, coerente con la sua identità. Non gioca a fare altro da sé stesso, e questo è un pregio.

Nigiotti ha una qualità chiara: mette sé stesso dentro le canzoni. Le scrive con pancia e cuore. Il punto è che non basta mettersi dentro, bisogna anche portarci il pubblico. Nella prima serata l’emozione era arrivata più forte, più diretta. Questa volta resta un passo indietro.

La performance è pulita, corretta, ma fredda. A me non arriva tutta la sua energia. È come se qualcosa si fermasse a metà strada tra lui e chi ascolta. E quando l’emozione non attraversa il palco, resta solo una buona esecuzione.

Voto: 4

Tommaso Paradiso

Tommaso Paradiso in total black di Emporio Armani. E fin qui, tutto bene.

Poi però guardi meglio: camicia con risvolti e canotta sotto. Sul palco dell’Ariston anche no. Sembra la maglietta della salute che ti obbligava a mettere tua nonna. Un dettaglio che rovina l’insieme e abbassa il livello.

La canzone non è un capolavoro. È in linea con quello che fa da anni. Non rischia, non cambia, non sorprende. Paradiso resta dentro la sua comfort zone come se fuori ci fosse una tempesta. Emozionerà il pubblico, sì. Ma non me.

Un po’ più di impegno nella resa della performance non avrebbe fatto male. Perché quando tutto è già visto, serve almeno l’intensità a salvarlo. Qui manca anche quella.

Voto: 3

Elettra Lamborghini

Elettra Lamborghini porta la Haute Couture Week direttamente all’Teatro Ariston. Abito firmato Tony Ward: trasparenze, ricami luminosi, scollature scolpite. Gioielli importanti di Del Sole che brillano più della regia.

Bellissima, sì. Effervescente, sempre. Lei gioca sulle trasparenze come fosse il suo marchio registrato. Però c’è un problema evidente: il vestito racconta una diva da gala internazionale, la canzone resta da spiaggia ad agosto, mojito in mano e cassa bluetooth.

La vedo più impostata rispetto alla sera precedente. Meno libera, meno istintiva. Forse l’abito limita i movimenti, forse è solo una costruzione troppo pensata. Tra musica, ballerine, ventagli e scenografia, sembra tutto messo insieme senza una vera direzione. Un collage più che uno show.

E quella battuta sui “festini bilaterali” che non la fanno dormire è l’unico momento davvero spontaneo. Per il resto, tanto luccichio e poca sostanza.

Voto: 5

Ermal Meta

Ermal Meta torna con un nuovo look Trussardi. Completo discutibile: troppi elementi insieme, guanti da moto in pelle che non si capisce cosa raccontino, dettagli che distraggono più che completare. Anche il nome della bambina, diverso da quello della sera precedente tra l’altro, a cui è dedicato il brano, ricamato questa volta sul polso, cambia posizione ma non cambia effetto.

La canzone è profonda, il messaggio è forte, i bambini devono fare rumore, non silenzio come lui stesso ha espresso alla fine, ma musicalmente è un attimo che diventa una ninna nanna. Il ritmo è ripetitivo, la melodia gira su sé stessa. Gli acuti sembrano inseriti per riempire i vuoti che il pezzo lascia.

Da Ermal Meta ci si aspetta sempre un salto in più. Qui invece resta tutto trattenuto. Il pensiero è potente, l’emozione no.

Voto: 4

Levante

Levante resta fedele ad Giorgio Armani, questa volta in versione Armani Privé: abito midi azzurro, spalline e scollatura decorate con cristalli. Il concept è lo stesso della prima sera, cambia la cromia. I colori funzionano, l’abito le sta molto bene. I tatuaggi continuano a stonare con l’eleganza del look, ma almeno l’insieme è più armonico.

Sulla canzone c’è un cambio di ritmo rispetto alla sera precedente, ed è un cambio che funziona, non a livello musicale ma di intonazione, forse si è liberata dalla emozione della prima sera. La melodia è bella, più coinvolgente. Però vocalmente il pezzo sembra chiederle qualcosa in più, un’estensione maggiore, una potenza che non sempre arriva. In mano a una voce più ampia forse avrebbe un’altra resa.

Resta molto statica sul palco, e questo non aiuta. La canzone cresce, ma lei non la accompagna fino in fondo.

Voto: 5

Le Bambole di Pezza

Le Bambole di Pezza questa sera almeno si sono messe d’accordo. Bianco e nero per tutte, cinque stili diversi ma stessa linea estetica, tutto firmato John Richmond. Visivamente più compatte, più sicure, meno disordinate rispetto ad altre uscite.

Il problema resta la canzone. Non mi prende. Non mi smuove. Non mi fa nemmeno venire voglia di cambiare canale con rabbia, solo con noia. È rock ma non graffia. È pop ma non esplode. È nostalgica ma non affonda il colpo. Sembra un mix di intenzioni senza una direzione chiara. E la sensazione è che quella direzione non sia chiara nemmeno a loro.

Estetica finalmente coerente. Identità musicale ancora in cerca di sé.

Voto: 4

Chiello

Chiello in pelle dalla testa ai piedi. Pantaloni e giacca di pelle. Styling aggressivo, ma senza fascino. Più che paura, mette disagio.

Non trovo nulla di positivo né nel look né nella canzone. Testo e melodia sembrano usciti da un quaderno già sfogliato troppe volte. Banali, ripetitivi, senza guizzo. E poi le stecche. Tante. Evidenti. Non parliamo di fragilità emotiva, parliamo di intonazione che va altrove.

La domanda viene spontanea: questo palco è davvero il posto giusto?

Voto: 1

J-Ax

J-Ax resta fedele al suo western urbano. Nuova creazione sartoriale con inserti a contrasto dal gusto barocco. Coerente con il personaggio, coerente con la canzone. Anche se, a tratti, quei motivi ricordano più le mattonelle del bagno che l’alta sartoria.

Il violino dà un tocco in più al brano. La canzone è orecchiabile, ironica, una denuncia sociale che usa il sorriso invece della predica. E funziona. È una delle poche che ti resta in testa senza risultare pesante.

Peccato per il bastone lasciato in camerino. Era iconico. Senza, manca un pezzo di racconto.

Voto: 8

Nayt

Nayt sceglie un look total black di Tommy Hilfiger. Semplice è dir poco. Sembra pronto per una festa di diciottesimo, non per l’Ariston. Al Festival si viene eleganti. O almeno con un’idea forte. Qui non c’è né l’una né l’altra.

La canzone parte bene, sembra voler costruire qualcosa. Poi si appiattisce. Il ritornello non esplode, non ti tira su dal divano. Il potenziale c’era, ma resta lì. A metà.

Voto: 3

Fulminacci

Fulminacci continua con le linee over e la cravatta, sempre AMI Paris. Grigio e verde muschio questa volta. Vintage sì, ma questo look lo invecchia. I colori non dialogano, sembrano messi insieme senza vera armonia.

La canzone è carina, orecchiabile. Ma non è una di quelle che vai a cercare su Spotify il giorno dopo. Esecuzione pulita, voce senza fronzoli, tutto corretto. Forse troppo corretto. Poca emozione, poca vibrazione.

Minimo sforzo, massima resa. E si sente.

Voto: 6

Masini & Fedez

Marco Masini e Fedez allineati in total black. Fedez con almeno un capo in pelle di Jil Sander, coerente con il suo stile.

La canzone è molto bella. La ruvidità della voce di Masini si incastra perfettamente con il timbro più pulito di Fedez. È uno scontro che funziona. Hanno un linguaggio loro, che può non piacere, ma arriva diretto.

L’esibizione è pulita, essenziale. Nessuna scenografia inutile, nessuna distrazione. E hanno fatto bene: non serviva una cornice quando il pezzo regge da solo.

Voto: 8

Dargen D’Amico

Dargen D’Amico se ieri sembrava un parquet, oggi sembra una tenda teatrale. Completo firmato Mordecai, occhiali Swarovski, mantella costruita con ritagli di tessuti d’archivio. Un look ispirato al mondo di Pinocchio, con richiami alla figura di Mangiafuoco, ma non nel senso del cattivo: più come chi riconosce il talento grezzo.

Il concept non è immediato. Infatti lo spiega dopo sui social. Sul palco resta un po’ criptico. Ma anche quello più interessante.

Per fortuna la canzone è forte. Ballabile, ti resta in testa. E parlare di intelligenza artificiale in mezzo a mille canzoni d’amore fa sembrare tutto più contemporaneo. È energico, a suo agio, convinto. E questa convinzione si sente.

Voto: 7

Ditonellapiaga

Ditonellapiaga in Dsquared2. Outfit centrato, studiato, perfetto su di lei. È troppo giusta. Ed è quasi irritante.

Bellissima. Sicura. La canzone piace, orecchiabile, ballabile, testo scritto bene e che ti rimane in testa. Non trovo un difetto né nel pezzo né nella performance. Tutto al posto giusto. Tutto funziona. Tutto a suo favore.

Non trooi nulla da criticare… CHE FASTIDIO.

Voto: 9

La sensazione, alla fine di questa seconda serata, è semplice: tutto è perfetto, ma niente resta. Abiti splendidi, scenografie curate, tempi televisivi impeccabili. Eppure manca il battito. Manca quel momento che ti costringe a parlarne il giorno dopo senza guardare gli appunti.

E un Festival così grande non può permettersi di essere solo corretto. Deve essere vivo.

Foto: Tg24 Sky