24 febbraio 2026. Si apre il sipario sul 76° Festival di Sanremo e il Teatro Ariston è pieno come un volo Ryanair ad agosto. Gremiti anche gli altri palchi: quello in crociera e quello in Suzuki. Insomma, pubblico ovunque. Emozioni? Vediamo.
La prima serata del Festival della musica italiana è iniziata tra abiti impeccabili, ego smisurati e canzoni che promettono di restare o di sparire entro venerdì. All’Ariston qualcuno ha brillato davvero, qualcun altro ha solo occupato spazio. E la differenza si è vista tutta.
Carlo Conti
Ad aprire le danze, come da copione e senza alcuna deviazione emotiva, Carlo Conti. Completo blu su misura firmato Stefano Ricci.
Elegante? Sì.
Impeccabile? Certo.
Sorprendente? Nemmeno per sbaglio.
Va sul sicuro come chi ordina una margherita in una pizzeria gourmet. Mi aspettavo almeno un cambio d’abito in più, soprattutto quando i co-conduttori ne fanno tre e lui resta fedele al “blu istituzionale da notaio di lusso”.
Sulla conduzione nulla da dire: schematica, calcolata, senza il minimo errore. Però diciamolo a noi gli errori piacciono. La perfezione è rassicurante, ma anche mortalmente noiosa.

Laura Pausini
Quando arriva Laura Pausini, il ’Teatro Ariston cambia temperatura.
Elegantissima in nero, con un abito fasciante dalla scollatura ampia firmato Giorgio Armani. Un classico senza tempo, primo cambio che omaggia il maestro del Made in Italy. La forma a clessidra è perfetta, scolpita, armoniosa. Armani fa Armani, e non sbaglia.
Esteticamente? Bellissima.
Poi però bisogna parlare della co-conduzione.
Impacciata. Emozionatissima, che non è un difetto, anzi, ma sembrava costantemente sul punto di chiedere il permesso per parlare. Forse intimidita dai ritmi rigidissimi di Carlo Conti, forse troppo rispettosa del copione. Ma il risultato è stato poco spontaneo.
Poco divertente. Poco sciolta. L’accoppiata Carlo–Laura? Ho seri dubbi che funzioni. Lei gigante sul palco quando canta, ma nel ruolo di co-conduttrice l’ho trovata fragile, quasi bloccata dalla paura di sbagliare. E a Sanremo, se hai paura di sbagliare, perdi metà del gioco.
Secondo look: ancora Armani. Abito stretto doppiato da una mantella leggera, variazione del dress indossato a Milano per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali. Questa volta blu notte, completamente ricoperto di cristalli. Brillante, scenografico, impeccabile.
Terzo look? Sempre centrato. Mai un errore.
Voto vestiti: 8 Voto lavoro: 3



Can Yaman
Il divo turco Can Yaman non tradisce se stesso.
Primo look: abito da sera con camicia sbottonata. Fisico scolpito, abbronzatura strategica. Sì, abbiamo capito che frequenti la palestra. Non c’era bisogno di ribadirlo in HD davanti a tutta Italia.
Un filo fuori luogo per il contesto? Forse sì. Ma coerente con il personaggio.
Secondo look: sorpresa. Cravatta. Accessorio che ha sempre dichiarato di non amare. Elegante, pulito, senza fronzoli. Qui va sul sicuro, e funziona.
Terzo outfit: smoking con giacca bianca, ricami a contrasto. Quando è entrato così, a molte donne, e non solo, è mancato il respiro. Davvero bellissimo. Di quelli che restano impressi.
E ora la parte meno glamour.
Si è impegnato, si vedeva. Ma accanto a Conti e Pausini risultava spento. Non per mancanza di volontà, ma di ritmo. Tutto un po’ morto, un po’ banale. Il fascino non basta quando devi gestire tempi televisivi chirurgici.
Peccato.
Voto vestiti: 7 Voto lavoro: 3



Olly
Olly apre la serata da ex vincitore. Total look Dolce & Gabbana.
Di solito i suoi look mi convincono quanto un outfit scelto al buio. Stavolta no: completo centrato, presenza scenica solida. Un grande sì.
L’esibizione? Intensa come sempre. Resta il dubbio esistenziale: “Balorda nostalgia” doveva vincere l’anno scorso? Forse sì, forse no. Ma come si dice: latte versato, polemiche archiviate.

Ditonellapiaga
Ditonellapiaga tra le più votate della serata. Completo Dsquared2, originale e ben costruito. La capigliatura? Un crossover tra Lana Del Rey e Amy Winehouse dopo una notte movimentata. Canzone orecchiabile, esibizione carina. Però, onestamente, ieri ho sentito almeno cinque brani migliori. Eppure a fine serata si aggiudica un posto in Top 5.
Voto: 6

Michele Bravi
Michele Bravi in Antonio Marras.La catena ai pantaloni.Le scarpe.La giacca a quadri. Un grido silenzioso di aiuto che si percepiva fino in Riviera. L’esibizione? Le solite atmosfere sospese, melodrammatiche, intense. Talmente intense che a confronto Mozart sembra Lady Gaga in modalità rave.
Soporifero e ripetitivo.
Voto: 2

Sayf
Sayf debutta all’Ariston con “Tu mi piaci tanto”. Capelli e baffetti da rivedere. Anzi, da archiviare. Outfit gessato anni Trenta, cravatta in pitone grintosa (unico pezzo davvero interessante). Il resto? Elegante ma noioso. La canzone è orecchiabile, sì, ma con un ritmo elementare. Ci aspettavamo di più. Se a lui piace tanto, a noi un po’ meno.
Voto: 3

Mara Sattei
Mara Sattei in Vivienne Westwood. Non sapevo dove guardare. L’abito non rendeva giustizia al brand. Lei eterea, forse troppo: make-up Lancôme perfetto tecnicamente, ma l’effetto finale era “fantasma elegante in cerca di luce migliore”.
La canzone si salva per le sue indiscutibili capacità vocali. Per il resto… avanti il prossimo.
Voto: 2

Dargen D’Amico
Dargen D’Amico in un originale firmato Mordecai: completo stile kimono con stampa effetto parquet.Sì, sembrava il pavimento di casa. Ma almeno non era l’ennesimo total black fotocopiato.
Assurdo? Molto.
Banale? Per niente.
La canzone parla di tecnologia, non d’amore. E già questo è un gesto rivoluzionario sul palco di Sanremo. Così strano da piacerci.
Voto: 7

Arisa
Arisa in creazione su misura di Salvo Rizzo per Des Phemmes. Forma splendida, presenza magnetica. La voce? Può cantare la lista della spesa e renderla epica. Vibrati da brividi. Forse un filo “Frozen” nell’atmosfera, ma ogni tanto abbiamo bisogno anche della colonna sonora per immaginarci protagonisti di un film drammatico.
Voto: 9

Luchè
Luchè in total look Louis Vuitton. Versione giovane e più abbronzata di Carlo Conti. Il completo non è male, anzi. La canzone però si perde tra autotune e parole incomprensibili. Meno filtro, consiglio più dizione.
Voto: 4

Tommaso Paradiso
Tommaso Paradiso in Emporio Armani. Non sorprende. Non osa. Non sbaglia. Non entusiasma.
Resta comodamente nella sua comfort zone, sia nel look che nel brano.
Minimo sforzo, resa dignitosa. Ma temo che tra qualche mese faticherò a ricordare questa partecipazione.
Voto: 4

Elettra Lamborghini
Elettra Lamborghini in Haute Couture firmata Tony Ward. Abito barocco, sfarzoso, perfettamente in linea con lei. I tatuaggi maculati? Ormai patrimonio UNESCO personale.
Il brano è il classico tormentone da spiaggia: lo ascolteremo fino allo sfinimento questa estate. All’Eurovision? Anche no. Eccentrica, fuori contesto sanremese, quasi stonata nell’ambiente. Ed è proprio questo che, paradossalmente, ci diverte.
Voto: 5

Patty Pravo
Quando entra in scena Patty Pravo, l’Teatro Ariston smette di essere un teatro e diventa un’epoca.
Abito firmato Simone Falco: elegante, teatrale senza essere eccessivo, costruito bene, senza bisogno di effetti speciali. Solo presenza. E quando sei Patty Pravo, la presenza basta.
Mi meraviglia che canti così alla sua età. La voce è ancora lì, riconoscibile al primo respiro. Quel timbro che non si replica e non si imita.
Un po’ statica? Sì. Ma lei non ha mai avuto bisogno di fare la maratona sul palco. Sta ferma, regale, e sei tu che devi adeguarti al suo tempo.
E poi la famosa frase detta a Francesca Fagnani: “Non mi sono fatta nessuna puntura”.
Ecco. Diciamo che più che una dichiarazione è un atto di fede. Ma in fondo va bene così: Patty non si discute, si osserva. Mentre tanti cercano di sembrare eternamente giovani, lei sembra eternamente Patty. E fa una differenza enorme.
Voto: Fuori classe

Samurai Jay
Debutto all’Ariston per Samurai Jay. Outfit firmato Dickson Lim: costruito, studiato, quasi più interessante della performance stessa. Peccato che poi abbia aperto bocca.
Stonato. E non nel senso “emozionato”, ma proprio fuori centro come un karaoke alle due di notte. La canzone? Sapeva di cerimonia. Mancava solo la zia che piange in prima fila.
E il ballo… ecco, il ballo ce lo potevamo serenamente risparmiare. Quando devi concentrarti sull’intonazione, forse la coreografia non è la priorità. C’è voglia, c’è presenza, ma il palco dell’Ariston non è una sala prove.
Voto: 4

Tiziano Ferro
Poi arriva Tiziano Ferro. Completo firmato Etro, impeccabile, da vero showman navigato.
Sì, molto gonfio in faccia, ma qui entriamo nel territorio scivoloso delle luci, dei filler o della felicità. Scegliete voi la versione che vi consola di più.
Sul palco però è sempre lui: controllo totale, voce potente, mestiere da vendere. Non sbaglia un attacco, non perde un’emozione. Può piacere o non piacere, ma quando canta mette tutti a tacere. Il classico artista che non deve dimostrare nulla e infatti non dimostra: esegue. E lo fa bene.
Bravo. Nulla da dire. Sempre un grande.

Raf
Raf, unico artista di questa edizione ad aver deciso autonomamente cosa indossare. E si vede.
Stesso abito del red carpet: velluto con revers in seta, total black rassicurante. Semplice, pulito, senza fronzoli. Il nero non tradisce mai. Peccato che la canzone non segua la stessa regola.
Esecuzione tecnicamente impeccabile, voce ancora salda. Però vi prego: sembrava quello che canta ai matrimoni, quello bravo, eh quello che tutti applaudono mentre tagliano la torta, ma pur sempre intrattenimento da ricevimento.
Professionale, sì. Emozionante, un po’ meno. Se chiudo gli occhi vedo centrotavola e luci calde.
Voto: 4

J-Ax
J-Ax arriva all’Teatro Ariston in modalità western chic. Bastone.
Cappello country. Cappotto lungo che ondeggia come se stesse per entrare in un saloon e ordinare un whisky.
È un mash-up che funziona, e soprattutto non è l’ennesimo completo nero.
La canzone? Bellissima. Di quelle che ti entrano in testa e non ti chiedono il permesso.
E sì, diciamolo subito: diventerà un meme. La frase “la canna del gas” è già pronta a colonizzare TikTok e le chat di famiglia.
Ironico, malinconico, furbo quanto basta.
Voto: 7

Fulminacci
Fulminacci in AMI Paris: look vintage, retro, con quell’aria da cantautore anni ’70 che ha appena scoperto Instagram.
Tutto molto coerente, tutto molto lui. E ci piace. L’esibizione è stata un filo lenta, ma piacevole. La canzone ha un bel testo di quelli che non ti trattano da superficiale e l’esecuzione è pulita, nessuna sbavatura, nessuna smorfia eccessiva.
Premiato in top 5.
Meritato? Sì, anche se non mi ha fatto sobbalzare dal divano.
Voto: 6

Levante
Levante in mini tubino firmato Giorgio Armani.
Bella. Molto bella. Il tubino le sta benissimo, linee pulite, silhouette valorizzata. Ho solo qualche dubbio sul contrasto con la pelle, ma me lo risolverò in privata sede davanti allo specchio. I tatuaggi sulle braccia, però, distraevano. E non poco. Spezzavano l’eleganza dell’abito e facevano perdere quell’effetto sofisticato che Armani richiede quasi per contratto morale.
La canzone? Sulla scia di molte altre sue. Si distingue per le corde vocali, sempre solide, ma nulla di davvero sorprendente. Non brutto. Non memorabile.
Voto: 5

Fedez & Masini
Fedez e Marco Masini insieme sono una di quelle coppie che sulla carta ti fanno alzare un sopracciglio e poi sul palco ti fanno abbassare le difese.
Fedez in Jil Sander, senza giacca, minimal e studiato. Bellissimo il dettaglio della camicia aperta sul retro: un tocco contemporaneo che rompe la rigidità. Masini con la marsina, elegante, teatrale il giusto.
Coordinati senza sembrare usciti da una comunione. Eleganti senza strafare. L’anno scorso in gara ci avevano fatto venire i brividi. Quest’anno ancora di più. La canzone è intensa, funziona, cresce, ti prende alla gola senza chiedere il consenso.
Esibizione strappalacrime, ma di quelle sincere, non costruite col manuale del perfetto momento social. La coppia funziona. Eccome se funziona.
Voto: 9

Ermal Meta
Ermal Meta porta sul palco un testo che è una lettera a una bambina di Gaza. E già solo questo basterebbe a zittire il brusio da salotto.
Il brano è scritto bene. Molto bene. Di quelli che non cercano la lacrima facile ma la costruiscono parola dopo parola, senza retorica urlata. È una carezza amara, una presa di posizione elegante. Look firmato Trussardi, pulito, essenziale. Sul colletto il nome della bambina a cui è dedicata la canzone: un dettaglio che poteva scivolare nel simbolismo forzato e invece resta discreto, potente.
Lui è da manuale. Intonato, centrato, emozionante senza strafare. Non sbaglia un accento, non cerca l’applauso a comando.Quando la scrittura è così forte, il resto deve solo non rovinare tutto. E lui non rovina niente.
Voto: 8

Serena Brancale
Con Serena Brancale è successa una cosa rara: ci ha fatto stare zitti.
In silenzio. Quasi in trans.
Dopo la parentesi più popolare della scorsa edizione, arriva con un pezzo malinconico, elegante, quasi sospeso. Non ce lo aspettavamo e forse è proprio questo che lo rende ancora più efficace.
Esecuzione canora pulita, controllata, tecnicamente molto capace. Nessuna forzatura, nessun virtuosismo inutile. Solo voce e intenzione. La nuova Brancale punta sul minimalismo: abito bianco svasato sul fondo, scollatura all’americana, schiena scoperta. Linee essenziali, niente eccessi. E quando togli tutto il superfluo, resta solo la sostanza.
E qui la sostanza c’era. Sorprendente, delicata, finalmente fuori da qualsiasi etichetta.
Voto: 7

Nayt
Nayt arriva con uno stile sartoriale molto personale. Non il solito streetwear ripulito per l’Ariston, ma un completo costruito su misura con quell’aria da “sono alternativo ma ho chiamato il sarto bravo”.
Ha una sua identità, e questo va riconosciuto. Non copia, non si adegua. Il problema è che quando inizi a cantare, oltre all’estetica serve chiarezza.
La canzone è carina, con un’intenzione interessante, ma a tratti non si capiva. E se devo sforzarmi di decifrare ogni parola, mi perdi per strada. L’impressione è quella di un artista che ha molto da dire, ma che a volte si compiace un po’ troppo del proprio mondo interiore. Troppo concentrato sull’atmosfera, meno sulla resa.
Voto: 4

Malika Ayane
Malika Ayane in Jil Sander. E qui mi dispiace. L’abito era brutto. Un monocromo severo che su di lei spegneva tutto. Linee rigide, colore poco valorizzante: sembrava quasi un esercizio di stile più che una scelta pensata per il palco. La canzone è carina, lei è a suo agio come sempre, del resto, ma non è materiale da primo posto. È una buona esecuzione, controllata, elegante. Forse troppo controllata.
Anche lei, come qualcun altro, non muoveva un muscolo della faccia. E capisco la compostezza, ma un minimo di vibrazione emotiva visibile non guasterebbe.
Professionale, sì. Indimenticabile, no.
Voto: 3

Eddy Brock
Eddy Brock, e mi dispiace dirlo, per me merita l’ultimo posto.
Completo firmato Luigi Bianchi Mantova, linea Flirt, smoking di velluto. Partiva bene, anzi benissimo. Il velluto all’Ariston funziona sempre: teatrale, caldo, sicuro.
Poi è iniziata la canzone. Insensibile? Forse il titolo era premonitore.
Stonato fino alla fine. Ha tirato certe stecche da mani nei capelli. Non l’emozione che incrina la voce, ma proprio l’intonazione che prende ferie.
Quando il vestito canta meglio del cantante, c’è un problema.
Voto: 1

Sal Da Vinci
Sal Da Vinci elegantissimo. Stile coerente con le grandi occasioni: sartoriale, preciso, classico ma non polveroso.
Molto truccato, sì. Forse anche troppo. Ma in fondo Sanremo non è mai stato un posto per il minimal make-up. La canzone è carina, di quelle che puoi riascoltare senza soffrire. Non rivoluziona nulla, ma fa il suo lavoro. E lui sul palco è sicuro, navigato, sa dove guardare e quando respirare.
Non ti cambia la vita, ma non ti fa nemmeno cambiare canale.
Voto: 6

Enrico Nigiotti
Enrico Nigiotti è uno di quelli che salgono sul palco e non devi fare alcuno sforzo per capirli.
Bello. Bravo. Punto.
Canzone intensa, interpretazione sincera, voce calda che non ha bisogno di effetti speciali. Non c’è trucco, non c’è fumo, non c’è costruzione forzata. Solo mestiere e cuore. E quando le due cose si incontrano, funziona sempre. Il 10 sarebbe meritato. Ma teniamoci bassi, per non sembrare troppo entusiasti alla prima serata.
Voto: 9

Tredici Pietro
Tredici Pietro sembra un ragazzino appena uscito dall’oratorio, quello che ti saluta educatamente ma poi attacca con la trap.
Il look ha il pregio della spontaneità. Nulla di costruito, nulla di teatrale. Gioielli Tiffany & Co. a illuminare il tutto, perché anche l’aria da “sono capitato qui per caso” vuole il suo budget. Ma poi parte la canzone.
Autotune a gogo. Parole che si perdono per strada. Anche qui, un po’ di dizione non farebbe male. Se devo intuire il testo più che ascoltarlo, qualcosa non va. Non brutto, ma decisamente nulla di che.
Voto: 4

Chiello
Chiello e qui siamo nel territorio “Hello Kitty punk”.
Mi ha fatto ridere. E già questo, in mezzo a tanto grigiore sartoriale, è un merito.
Capelli effetto gatto, attitudine da cartone animato post-apocalittico. Ma in fondo è anche questo Sanremo: mostrare il proprio stile, anche quando è sopra le righe. Ho apprezzato più lui così, con la sua follia cromatica, che i soliti duecento total black visti in serata.
La Napoleon Jacket? Approvata.
La canzone? No.
“Insensibile” è il titolo perfetto: spero almeno che una volta la passino in radio, giusto per dargli una chance.
Voto: 3

Le Bambole di Pezza
Le Bambole di Pezza, la rock band meno rock che abbia calcato l’Ariston.
Si presentano come ribelli, ma la canzone, se togli batteria e chitarra, potrebbe tranquillamente scivolare nel repertorio neomelodico. Ho diversi dubbi sull’etichetta “rock”. L’attitudine non basta se il pezzo non graffia.
Vestono John Richmond: molto belli gli abiti, cinque stili differenti ma cromaticamente coordinati. Visivamente funzionano, sono armoniche. Cleo Ungarelli, l’unica con l’abito lungo, spiccava con eleganza.
L’immagine c’è. L’identità visiva pure. La potenza sonora… da rivedere.
Voto: 5

Maria Antonietta & Colombre
Maria Antonietta e Colombre: bellissimi è poco.
Lei ricrea l’iconico outfit indossato da Nada a Festival di Sanremo 1969. Un omaggio fatto bene, non in versione cosplay da festa a tema. Elegante, consapevole, colto. Lui con una T-shirt che riporta il volto di Dino Buzzati, autore de Il colombre, racconto da cui ha preso il nome d’arte. Intellettualismo pop, ma con leggerezza.
Esteticamente promossi a pieni voti.
La canzone? Orecchiabile, sì. Ma nulla di sconvolgente. A tratti mi hanno dato vibrazioni da “nuovi Coma Cose”, senza però la stessa scintilla narrativa.
Belli, intelligenti, coerenti. Ma il pezzo non esplode.
Voto: 7

Leo Gassmann
Leo Gassmann pulito, elegante, da manuale.
Zero fronzoli, zero eccessi. È il ragazzo che porti a casa a conoscere i genitori e sai già che farà bella figura.La canzone è carina, orecchiabile, radiofonica quanto basta. In alcuni punti un filo stonato, ma voglio credere sia stata l’emozione. Perché la sostanza c’è.
Non rivoluziona nulla, ma fa il suo. E lo fa bene.
Voto: 7

Francesco Renga
Francesco Renga sempre molto elegante. Voce sempre ok. Tecnica sempre impeccabile. E proprio qui sta il problema.Sempre.
Non esce mai dalla sua comfort zone. Non sorprende, non meraviglia, non rischia. Scende sul palco e sai già cosa vedrai e cosa sentirai. È come rivedere una replica che conosci a memoria. Professionale, sì. Emozionante? Sempre meno.
E a me, sinceramente, questa prevedibilità annoia.
Voto: 4

LDA & Aka7even
LDA e Aka7even mi hanno sorpresa. E tanto.
Mi aspettavo la solita canzone da ragazzini. Invece mi arriva addosso un’energia frizzante, fresca, genuinamente giovane. Finalmente un po’ di adrenalina in una serata che a tratti sembrava sedata. Bellissimo l’abbraccio finale tra i due: spontaneo, non costruito. La canzone? Sicuramente già virale, pronta per TikTok e per le playlist da macchina con i finestrini abbassati.
I look quasi gemelli: coordinati ma non identici. LDA con camicia e cravatta sotto la giacca di pelle aggiunge un dettaglio più strutturato. Aka7even più diretto, più istintivo. Belli, bravi, energici. E questa energia, diciamolo, quest’anno mancava un po’.
Voto: 8

Si conclude cosi la prima serata del Festival della canzone italiana. aspettiamo con ansia la seconda e soprattutto non vediamo l’ora che ci sia qualche scandalo
Foto: Tg24


