Vertigine: quando il vuoto chiama

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È presente quando si guarda il mare d’inverno e si immagina di entrare nell’acqua gelida senza sapere perché. Quando si fantastica di cambiare città, nome, vita. Non è follia. È consapevolezza del possibile.

La vertigine non è la paura di cadere. È il desiderio della caduta.

In questa intuizione, formulata da Milan Kundera, si apre una frattura nella nostra idea abituale di equilibrio. Siamo portati a credere che l’essere umano tema l’abisso, che la sua natura sia quella di aggrapparsi, di salvarsi, di restare in piedi. Eppure c’è un momento, silenzioso, quasi impercettibile, in cui il vuoto sotto i piedi smette di essere minaccia e diventa richiamo.

La vertigine nasce lì.

Vertigine è possibilità

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Non è un difetto dell’equilibrio, ma un’esperienza ontologica. È il punto in cui la coscienza avverte la propria precarietà e, invece di retrocedere, si inclina verso l’apertura. Il corpo resta immobile, ma l’immaginazione compie già il passo oltre il margine. Si guarda in basso e non si vede soltanto la fine: si intravede una possibilità di dissoluzione.

Un esempio più quotidiano: una lettera che non dovrebbe essere inviata, ma che potrebbe esserlo. Un messaggio scritto di notte e mai cancellato del tutto. Il dito sospeso sopra lo schermo. In quell’istante c’è vertigine. Non perché si abbia paura delle conseguenze, ma perché si sente la forza della possibilità. Si potrebbe rompere tutto. Si potrebbe cambiare direzione.

Essa non coincide con l’angoscia, anche se la sfiora. Non è puro terrore, ma una forma ambigua di attrazione. È il pensiero improvviso che si potrebbe lasciare la presa.

La vertigine rivela una verità scomoda: l’essere umano non è soltanto volontà di conservazione. In lui abita anche una pulsione verso l’annullamento, una segreta aspirazione alla resa. E se il vuoto promette sospensione, talvolta si desidera smettere di sostenere il proprio peso.

Libertà nell’incertezza

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Essere liberi significa poter scegliere di restare o di cadere. Significa vivere senza garanzia. E la vertigine è la percezione improvvisa di questa libertà radicale: nulla trattiene definitivamente, nulla obbliga assolutamente. Ma in questa possibilità estrema c’è anche una forma di vertiginosa leggerezza. Cadere significa sottrarsi alla fatica della permanenza, alla responsabilità di essere coerenti, alla gravità delle decisioni.

Il vuoto promette silenzio, fine della tensione. Non è un caso che la vertigine si manifesti nei momenti decisivi: lasciare un lavoro sicuro, dichiarare un sentimento che altera gli equilibri, chiudere una relazione che definiva l’identità.. In quei passaggi l’anima avverte la propria contingenza. Non è necessaria. Non è garantita. Potrebbe non essere.

Vertigine è percezione del limite 

Parliamo quindi della percezione acuta del limite. È l’esperienza del bordo. Lì dove il terreno finisce e comincia l’indeterminato, la coscienza oscilla. Per questo la vertigine è ambivalente. Spaventa e seduce. Ferma e invita. È l’istante in cui l’essere comprende di non essere fondato su nulla di definitivo. Nessuna struttura è assoluta, nessuna identità irrevocabile. Sotto ogni stabilità si estende uno spazio vuoto.

La vertigine non è quindi un incidente psicologico. L’equilibrio non è dato, ma scelto. La permanenza è un atto, non una condizione naturale. Restare è un gesto tanto quanto cadere. E forse è proprio questo a renderla così potente: essa smaschera l’illusione della necessità. Nulla impone di continuare. Nulla vieta di interrompere. Tra il suolo e il corpo c’è soltanto una decisione.

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La vertigine è l’istante in cui quella decisione diventa visibile. Non è la paura dell’abisso. È la consapevolezza che l’abisso potrebbe essere abbracciato. E nel riconoscere questa possibilità, l’essere umano scopre qualcosa di inquietante e sublime insieme: la propria libertà è così vasta da includere anche il desiderio di scomparire.

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