La pubblica esposizione del dolore, il consapevole soffocamento della libertà: perché la campana di Sanremo è l’ennesimo attacco all’autodeterminazione corporea femminile
Lo scorso 28 dicembre è stata inaugurata a Sanremo la “campana dei bambini non nati”. Un’iniziativa del vescovo Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta, che nasce “dal desiderio di dare voce a chi non ha potuto avere voce, di custodire nel cuore della Chiesa il ricordo dei bambini non nati a causa dell’aborto”, come spiega un comunicato della diocesi.
La campana, sul quale il vescovo ha fatto incidere fieramente il proprio nome, suona già da un po’. Ogni sera, alle otto in punto, nella città ligure incombono i suoi rintocchi. Rintocchi colmi di colpa. Di vergogna, di disgusto, di squallore. Austeri, rigidi, assordanti. Rintocchi metallici di un pezzo di bronzo che non si limita a segnare il tempo, ma un’epoca. Un richiamo che pretende ascolto, lì dove non ne ha dato. Si espande nell’aria, entra nelle coscienze. Finge di consolare, ma in realtà giudica. Dice di proteggere, ma punta il dito.

Se tu inter(rompi), lo faccio anch’io
Questa non è memoria intima. Non è il minuto di silenzio tra i banchi di scuola. È un gesto che occupa uno spazio pubblico, caricandolo di un messaggio ben preciso: se tu interrompi, lo faccio anch’io. Piombo nella quiete pubblica e grido a squarciagola al posto di quel che non si è mai trasformato in un primo pianto. L’ennesima iniziativa che guarda ai corpi delle donne come meri involucri sacrificabili in nome di un embrione, e che li rende protagonisti di un ammonimento collettivo non richiesto.


Mentre la campana suona per assenza, impone silenzio a presenze reali. Vive, concrete. Perché c’è chi quell’aborto l’ha vissuto. Volontariamente o meno. Nella carne e nell’anima. Eppure, ancora una volta, il vissuto femminile non resta a chi lo attraversa, ma viene sottratto ed esposto, dato in pasto. Se non possono controllare la scelta – anche se ci provano, eccome – allora hanno bisogno di rendere il corpo delle donne un luogo aperto, commentabile. Al centro di giudizi che non chiedono consenso. O sarebbe più appropriato dire al centro di giudizi che non ascoltano dissensi? Forse sì, viste le più recenti intenzioni di eliminare persino la parola “consenso” dal disegno di legge contro la violenza sessuale, costringendo chi ha subito una violenza a dover dimostrare il proprio dissenso all’atto stesso, spostando così sulla donna la responsabilità maschile dello stupro.
Insomma, in più di un campo ormai le donne smettono di essere soggetti in grado di autodeterminarsi, diventando materia che può al massimo dire di no, e sperare di essere ascoltata.
Eternamente in piazza: dal rogo alla campana
Nulla di nuovo. Cambiano i simboli, ma non la sostanza. Un tempo c’erano i roghi, con le accuse di stregoneria rivolte a donne colpevoli di esistere liberamente, al di fuori dell’ordine imposto. Oggi, il fuoco non c’è più, ma la pratica rimane la stessa. Il corpo non viene più bruciato, ma chiamato all’attenti. Evocato, fatto risuonare attraverso un eco che pretende di rappresentarlo. La campana è il rogo, i rintocchi sono la pubblica umiliazione. Così, la sofferenza diventa spettacolo. E non per essere compresa, ma per essere usata. La libertà diventa colpa, la scelta diventa un avvertimento.

Indignazione selettiva
Mentre il bronzo segna il tempo di ciò che non è mai nato, la retorica della difesa della vita dei pro-life si ferma lì, a quella soglia. L’importante è procreare, partorire, nascere. Ancora e ancora. Di più, sempre di più. Dopodiché, è finita. Non importa chi sopravvive davvero, chi già lotta in questo mondo, chi cresce in povertà, chi tra violenze. Nessuna campana per i bambini non cresciuti. Nessuna campana per le piccole vite spezzate tra le onde del Mediterraneo, nessun rintocco per i bambini a Gaza. Nessun richiamo metallico per i bambini che vengono separati dalle loro famiglie per mano dell’ICE negli Stati Uniti. Solo silenzio. La potenzialità della vita continua ad essere più importante della vita stessa. Ma non si è mai trattato di vite da preservare. Semmai, di corpi da controllare.


Gridare all’aborto libero ormai non basta più. Non deve essere più solo accessibile in tutto e per tutto, ma anche libero dal giudizio, dagli sguardi che sorvegliano. L’aborto è di chi lo compie. Nel dolore o nella liberazione, nella vergogna o nella pace. E deve restare lì. Nel perimetro di quel corpo, nell’inviolabilità di quella scelta.
Il peccato è negli occhi di chi guarda. La colpa nelle mani di chi batte la campana.
Foto: Instagram, Pinterest


