Chi è Rama Duwaji, illustratrice, artista e (poi) First Lady

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Rama Duwaji è diventata da poco la First lady della Grande Mela, questo perchè su Hinge, nel 2021, conosce Zohran Mamdani oggi suo marito e tra le altre cose anche sindaco di New York .

Il 1° gennaio 2026 è iniziato ufficialmente il mandato del neo-eletto sindaco di New York, Zohran Mamdani. Al suo fianco Rama Duwaji, moglie e dal primo giorno dell’anno anche First Lady della città. In un mondo perfetto davanti questa notizia diremmo: “Ah, bene!” e andremmo avanti con la nostra giornata. Ma siamo degli inguaribili e insopportabili criticoni e le cose non sono andate proprio così.

La figura di Rama Duwaji sta scardinano i canoni tradizionali della “moglie del politico”, diventando per questo oggetto di un forte dibattito pubblico che tocca argomenti come classe, identità etnica e attivismo digitale.

Ma tutte queste critiche da dove arrivano? E perchè?

La cosa è molto semplice: Rama ha 28 anni, quindi è giovane. E’ un’affermata illustratrice, animatrice e ceramista di origini siriane. Nace a Houston, in Texas, e cresce tra il New Jersey e Dubai. Alle sue spalle quindi un notevole background cosmopolita che influenza profondamente la sua produzione artistica, la quale tocca tematiche come l’identità araba, la giustizia sociale, i diritti delle donne e le crisi umanitarie, come quelle presenti in Sudan, Palestina e Siria.

Photo via MIlano Finanza

Prima ancora dell’ascesa politica del marito, Rama si era già costruita una carriera piuttosto solida collabroando con testate di prestigio come The New Yorker, The Washington Post, BBC e anche VICE. Dal profilo pubblico decisamente molto basso, risulta la mente dietro l’estetica visiva del marito curandone il design dei loghi e la strategia comunicativa sui social media, uno degli elementi che ha permesso a Mamdani di di vincere contro i suoi rivali già molto affermati.

Una volta che si è capito che Mamdani avrebbe preso il ruolo di nuovo sindaco di New York, il mirino della critica pubblica si è spostato su Rama.

Photo via FAZ.NET

Sono diverse le critiche così come le menti da cui provengono. La polemica più accesa è quella legata al “Bootsgate”, nata nel momento in cui, nei giorni del giuramento, Rama è stata vista con un paio di stivaletti di design dal valore di circa 630 dollari. Il modello Shelley di Miista, è finito nel mirino della critica perchè per i detrattori, principalmente conservatori, indossare calzature costose è una prova di ipocrisia. Come è possibile che la moglie di un sindaco socialista, il quale ha lottato per il carovita e il blocco degli affiti si presenti con un paio di stivaletti costosi? Non sarò io a spiegare l’esistenza del second-hand, ma mi sembra chiaro che non siano gli stivaletti il problema dietro il caro-affitti. Rama si aggiudica quindi l’etichetta di “socialista in cachemire”, nome che invito a stampare presto su magliette basic perchè sono sicura farebbe faville.

La critica più dura arriva però per via delle sue posizioni politiche internazionali molto esplicite. Rama è infatti una convinta sostenitrice della causa palestinese e produce illustrazioni chiare che enunciano quella che definisce la “fame deliberata” a Gaza.

Il tutto nasce perchè nell’ottobre dell’anno scorso condivide sui social una storia in cui inserisce un’emoji del cuore infranto commemorando la morte di Saleh Al-Jafarawi, un influencer palestinese accusato da alcuni media di aver celebrato gli attacchi del 7 ottobre. Ecco che intervengono i gruppo pro-Israele che la definiscono “estremista”, criticando la scelta del sindaco di non prendere le distante dalle posizioni della moglie.

Photo via Cosmopolitan

Inoltre Rama ha gentilmente declinato il ruolo tradizionale di First Lady, non presenziando ai classi eventi rituali e rifiutando interviste durante la campagna elettorale del marito. “Ecco, è evidente che è poco interessata alla città”, è così che è stato interpretato il suo silenzio, oltre che come una mancanza di rispetto per le tradizioni istituzionali di New York. Ma basterebbe guardare poco oltre la punta del proprio naso per comprendere come Rama abbia voluto fare una chiara dimostrazione: rivendicare la propria identità autonoma di artista e rifiutare di essere ridotta ad una mera appendice del marito.

Dulcis in fundo, il più grande cavallo di battaglia di tutte le critiche dai tempi del Big Bang: l’estetica!

E che polemiche sarebbero se quando si riferiscono a una donna non toccassero anche la sua immagine? Ed eccole pronte: look poco americano e troppo radical-chic. Ritornano anche le critiche al suo rifiuto totale dei protocolli, presentandosi al giuramento con un look soft glam, molto moderno e decisamente lontano dai canoni formali delle precedenti Frist Lady. Critiche che riflettono una chiara tensione tra la vecchia New York istituzionale e la nuova leadership, dove il corpo e l’immagine della First Lady diventano un campo di battaglia per definire cosa sia “autentico” e cosa sia “elitista”.

Per noi italiani questa ossesione nel rivestire il ruolo di First Lady non risuona tanto, a noi chi sta con chi nel mondo politico importa il giusto e tantomeno ci interessa sapere come veste. In America il look dei politici e di chi li accompagna è da sempre, invece, un dettaglio non indifferente. Questo perchè i politici nel Nuovo Continente devono rientrare nell’Olimpo di una certa mitologia e tutto quello che fanno diventa simbolo.

Tutto questo preambolo per ricordare che la moda sa fare anche politica.

Photo via WWD

Su Substack vengono rivelati i dettagli del look di Rama dalla stylist Gabriella Karefa Johnson, la quale si è occupata del look per l’occasione e spiega come la maggior parte dell’outfit fosse vintage o noleggato. Anche questo è un atto politico che rappresenta un approccio consapevole al vestire e che la inserisce perfettamente nella sua generazione. “Le scarpe sono in prestito”, dice la stylist, “dovrò far pace col fatto che la gente su Internet non è a conoscenza di cosa significhi prendere in prestito un pezzo del campionario che è stato prestato in passato e sarà preso in prestito in futuro”.

Il tutto è spiegato divinamente da Giuliana Matarrese su Rivista Studio e vi invito a leggerne di più.

Esiste poi una critica paradossala legata al suo carisma. Se i sostenitori arrivano a definirla la Lady D della Gen Z, i detrattori usano questo paragone in modo negativo accusandola di aver trasformato il ruolo di First Lady in quello che definiscono un brand personale, basato sul mistero e sul silenzio. Tutto perchè non ha ancora rilasciato interviste ufficiali, ma continua a postare contenuti artistici sui social volendo mantenere i benefici della visibilità senza esporsi al controllo che il ruolo pubblico richiederebbe.

Photo via Shado Magazine

Arriva anche la critica al merito artistico dall’artista Jon McNaughton, il quale l’accuserebbe di poter beneficiare di una promozione indebita dall’establishment artistico della città grazie alla posizione del marito.

Anche qui inutile specificare che l’artistica è una delle figure più controverse dell’area conservatrice e pro-Trump, per questo non mi viene difficile pensare a un elemento o due che potrebbero averlo portato quest’idea. Il tutto considerato il peso artistico già affermato di Rama. McNaughton la definisce come una nuova Hunter Biden (figlio dell’ex presidente Biden che vendeva i suoi quadri a prezzi esorbitanti) e descrive i suoi lavori come “bozzetti da studentessa”. L’ha inoltre accusata di usare la sua arte per alimentare narrazioi radicali, paragonandole visivamente ai video che hanno scatenato le proteste del movimento Black Lives Matter, che lui considera manipolatori.

Jon definisce la sua “arte patriottica”, ma i critici del settore a inquadrano nel filone della Propaganda Pop, e qui mi fermo…

“Rama non è solo mia moglie, è un’artista incredibile che merita di essere conosciuta per quello che è”, dice Mamdani.

Photo via Reform The Funk

Rama Duwaji rappresenta un ottimo caso studio su quella che è la performatività del potere. La moda e il silenzio mediatico sono utilizzati come atti di resistenza politica. E’ così che il ruolo di First lady si sposta da quello di “padrona di casa” a “soggetto politico-estetico”. In questo contesto il termine “performatività” suggerisce che il ruolo di First Lady non sia un’identità fissa, ma un insieme di atti ripetuti che creano l’immagine del potere stesso. Il “problema” nasce nel momento in cui Rama, facendo assolutamente nulla (letteralmente), sabota questo copione tradizionale trasformando la sua presenza in un atto di resistenza.

Per una First Lady tradizionale l’abito è un’uniforme di rassicurazione, per Rama l’abito è un testo politco, snobbando i grandi nomi per designer con un’identità marginalizzata o scomoda.

Così rende il suo corpo un manifesto vivente senza dire una parola. Allo stesso tempo con il suo look, rfiuta di conformarsi alla rispettabilità borghese riaffermando la sua appartenenza alla sottocultra artstica e attivista di Brooklyn.

Photo via Shado Magazine

Il silenzio, poi, viene spesso interpretato come assenza di potere. Nel caso di Rama è l’esatto opposto: si tratta di un silenzio strategico. Rifiuta il ruolo da hostess storicamente situato della First Lady e rifiutando i media tradizionali nega al pubblico il diritto di consumarla come accessorio del marito. Scegliendo di comunicare quasi esclusivamente con le sue illustrazioni e i social media mantiene il controllo totale sulla sua identità di artista.

Dal punto di vista sociologico la rabbia di chi la critica nasce dall’impossibilità di leggere Rama secondo i vecchi schemi. Lei possiede il capitale culturale dell’élite, ma lo usa per promuovere un’agenda politica che vuole smantellare i privilegi di quella stessa élite.

Rama nonostante le critiche ha comunque deciso di non esporsi a riguardo e continua a postare sui social le sue illustrazioni. Comunque se cerchiamo Rama Duwaji su Google, il primo termine che viene usato per descriverla è “illustratrice” e trovo quindi che sia giusto così.