Parenti indesiderati a Natale: l’eterna prova di resistenza

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Natale si avvicina. E con esso, anche i parenti che si evitano tutto l’anno

Il Natale è la festa delle certezze. Ogni dicembre sappiamo che l’albero verrà fatto, che il traffico per le strade triplicherà, e che qualcuno dirà “quest’anno niente regali”, mentendo spudoratamente. Ma, soprattutto, sappiamo che a tavola troveremo quei parenti. Quelli che non vogliamo vedere. Quelli di cui, durante l’intero anno, ignoriamo completamente l’esistenza, ma che a Natale diventano (purtroppo) parte integrante del programma. È una di quelle tradizioni non scritte che nessuno ricorda di aver firmato, ma a cui tutti rispondono con rigore. E rassegnazione.

Perché il Natale, oltre ad essere cibo, tornei di carte e regali, è anche questo: una prova di resistenza psicologica. Da superare a suon di sorrisi forzati, abbracci glaciali, e conversazioni a dir poco imbarazzanti. È il periodo dell’anno in cui improvvisamente dobbiamo sentirci vicini a persone che, per i restanti 364 giorni, esistono solo come nomi salvati in rubrica. Perché a Natale si fa così. E basta.

Durante l’anno no, a Natale sì. Ma perché?

Niente scambi di messaggi, niente telefonate. Niente incontri, niente “come stai?”. Eppure, a Natale siamo obbligati a resuscitare rapporti altrimenti dormienti, per una sera. Nella vita di tutti i giorni, le persone che frequentiamo sono altre. C’è la famiglia, sì, ma la parte di essa con cui scegliamo di condividere il tempo. Poi ci sono gli amici, e tutti coloro che vediamo per piacere, non per dovere. È così per tutti: ognuno ha la propria cerchia, con la quale affronta successi, sconfitte, routine. La domanda sorge quindi spontanea: perché durante le feste non vige la stessa regola? Cos’è che sovverte gli equilibri, facendoci tornare da chi abbiamo smesso di frequentare? Il tempo di un boccone insieme e di una partita a carte, poi cala di nuovo il silenzio. Ognuno torna alla sua vita. Fino all’anno dopo. C’è poca logica in una tradizione simile.

La tavola di Natale diventa un vero e proprio campo minato, sul quale ci si combatte a vicenda con sorrisi di circostanza e veloci controllatine all’orologio. Mentre si tenta di sopravvivere alla cena, arrivano poi puntuali le immancabili domande inopportune. Mai richieste, ma sempre presenti: lavoro, fidanzato, figli, aspetto fisico. A queste si aggiungono poi battutine travestite da interesse e giudizi passivo-aggressivi da manuale, lanciati con una leggerezza quasi disarmante, e parati dal classico “lo dico per te!”.

E quando smettiamo di rispondere o ci limitiamo ad annuire, arriva poi inevitabilmente qualcuno a far notare quanto siamo silenziosi. A quel punto, verrebbe quasi spontaneo dire loro che forse dovrebbero seguire l’esempio.

Perché succede ogni anno (e perché continuiamo ad andarci)

Nonostante tutto, ogni anno torniamo lì, alla stessa tavola. Il mito della famiglia unita dev’essere rispettato, anche quando i rapporti sono diventati rituali vuoti e le conversazioni faticose. Forse, la paura di rompere l’equilibrio pesa di più. Forse restiamo ancorati a quella tradizione, a quello che “si è sempre fatto”, nel tentativo di aggrapparci a ciò che resta dei Natali di un tempo, quelli vissuti da bambini. O forse, si ha solo timore di risultare maleducati. Così, anno dopo anno, ci ritroviamo a fare il giro delle stesse poltrone, a mandar giù risposte altrimenti poco carine, a fissare il solito film di Natale che fa compagnia in sottofondo.

Bisogna ammettere che alcune distanze restano tali. Che non tutti i legami si riaccendono con l’arrivo delle lucine. E va bene – anzi, meglio – così.

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