Riflessioni tra società, cultura e individualità
Lo specchio e la ricerca del sé
Perché ci guardiamo allo specchio? Spesso si pensa che nessuno lo faccia solo per osservarsi o per trarre motivazione fissando i propri occhi. In realtà, specchiarsi rappresenta una forma di conferma: cerchiamo rassicurazione che ciò che vediamo, e che anche gli altri vedranno, sia conforme ai canoni di bellezza imposti dalla società di appartenenza. È qui che nasce il concetto di bello e brutto, un costrutto che si origina sia dall’immaginario collettivo sia, per chi possiede una forte personalità, dal proprio immaginario personale.

La performatività del corpo e i social media
Nel presente, la performatività del corpo è diventata norma sociale, fortemente influenzata dalla comunicazione globale e dai social media. Questi strumenti di aggregazione definiscono e diffondono le caratteristiche che vengono etichettate come “BELLEZZA”. Tutto ciò che resta fuori da questo gruppo è automaticamente considerato “BRUTTO”. Ma per chi è davvero importante rientrare in questi canoni? Non solo per la società, ma anche per il nostro stesso cervello, condizionato a sua volta da ciò che la performatività considera bello. Un esempio di questa dinamica lo troviamo nel film della regista Coralie Fargeat, “The Substance”, con Demi Moore come protagonista.
Dismorfismo: la percezione soggettiva del brutto
In psicologia, questa percezione soggettiva del brutto, influenzata dai canoni performanti della società, è conosciuta come “DISMORFISMO”. Anche quando non si manifesta in modo ossessivo, questa condizione spinge le persone a specchiarsi non per vedersi “brutti”, ma per evitare di esserlo sia ai propri occhi che a quelli degli altri. I canoni che definiscono ciò che è brutto o bello sono soggettivi e variano enormemente da società a società.


Relatività culturale dei canoni di bellezza
Ad esempio, nella cultura indiana il corpo formoso è considerato bello, poiché rappresenta forza, vitalità e fertilità. Harnaaz Sandhu, Miss Universo 2021, ne è stata un esempio: durante la sua incoronazione mostrava un corpo snello ma modellato, con forme morbide e linee arrotondate. Alla fine del suo mandato, il suo aspetto sarebbe potuto essere percepito come “brutto” da altri contesti culturali, ma nella sua società d’origine era l’incarnazione della bellezza. Il suo volto arrossato dal blush simboleggiava salute e giovinezza, pronta per la maternità.
Il cambiamento generazionale e il valore della differenza
Fortunatamente, la Generazione Z sta rivoluzionando questi standard. Il settore della moda è uno degli strumenti di questa trasformazione: il corpo snello e adolescenziale non è più l’unico modello di bellezza. Si sta creando spazio per caratteristiche che in molte società sono considerate “brutte”, offrendo loro una piattaforma di espressione. Questo nuovo immaginario, influenzato da stilisti come Margiela e McQueen, celebra una “brutta bellezza”, unica e irripetibile. Anche il cinema, con il film “Frankenstein” di Guillermo Del Toro, contribuisce a ricordare che ciò che è brutto per alcuni può essere bellissimo per altri.



Specchiarsi con occhi nuovi
Dovremmo imparare a guardarci allo specchio con occhi diversi, costruendo dentro di noi un’immagine “brutalmente” bella. Solo così potremo liberarci davvero dai limiti imposti dai canoni sociali e abbracciare la ricchezza delle differenze.
Articolo di: Wale Albornoz
Photocredits: Pinterest


